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Un instancabile sostenitore del dialogo: il riconoscimento a David Grossman

Si è da poco conclusa l’edizione 2009 del Premio Exodus della citta di La Spezia, il riconoscimento conferito a “figure che si sono spese nel campo della interculturalità e della solidarietà e che[...]

nave exodus
Si è da poco conclusa l’edizione 2009 del Premio Exodus della citta di La Spezia, il riconoscimento conferito a “figure che si sono spese nel campo della interculturalità e della solidarietà e che abbiano offerto un contributo significativo nell’ottica del dialogo”.
Il Premio infatti prende le mosse dall’aiuto che la città della Spezia prestò negli anni 1946-1948 ai superstiti ai lager nazisti, trasformandosi nella “Porta di Sion” da cui partirono le navi che segnarono l’inizio dello stato d’Israele, tra le quali anche la Exodus, la nave tristemente nota per il suo destino.

Nel 1947 infatti la Exodus, carica di uomini, donne, bambini ebrei scampati ai campi di concentramento, salpò alla volta della Palestina ma quando giunse nelle acque di fronte ad Haifa fu speronata da un cacciatorpediniere britannico. L’esercito inglese infatti, a seguito dei disordini in atto fra arabi ed ebrei, decise di porre freno all’immigrazione ebraica e impedì alla Exodus di sbarcare i profughi, costringendola a tornare proprio in quella Germania da cui cercava di fuggire, ad Amburgo. Da allora questa nave è considerata il simbolo di ogni immigrazione.

david grossmanQuest’anno il premio è stato assegnato allo scrittore israeliano David Grossman “instancabile sostenitore del dialogo come strumento essenziale per la convivenza pacifica tra i popoli”.
Giusto lunedì scorso, su Repubblica, è apparsa un’intervista al celebre scrittore che, tra le varie riflessioni, ha espresso la sua necessità di sfidare la paura e affrontare temi difficili, un atteggiamento coraggioso, strettamente legato al bisogno profondo di capire la realtà, osservandola da diversi punti di vista, anche attraverso gli occhi di un nemico.
Ecco come David Grossman la racconta al giornalista Alberto Stabile:

Circa venti anni fa, quando fu pubblicato in inglese il mio libro “Un popolo invisibile”, mi telefonò il vice direttore del National Geographic e mi disse: “Abbiamo letto il suo libro e siamo pronti a mandarla ovunque lei voglia” e io risposi immediatamente: “A Damasco”. Rimase sorpreso e mi chiese: “Perché Damasco?” Gli risposi: “Perché Damasco mi fa paura”. “Perché paura?”
Perché da quando sono nato sono stato programmato a vedere nei siriani i nostri nemici più feroci. Sapevo che se fossi andato in un posto da cui ero così terrorizzato e mi fossi concesso la possibilità di essere là completamente, di vedere la complessità della situazione, questo mi avrebbe spinto con forza a scrivere.

E ancora:

Gerusalemme è come una calamita. Vi sono diverse città nel mondo che sono come un magnete e penso che questi siano quei luoghi che, quando li visiti, ti cambiano qualcosa dall’interno. L’ho sentito quando sono stato a Praga, che qualcosa dentro di me era cambiato. E lo stesso mi è successo al Cairo.
In che senso esattamente?
Sono arrivato in un paese che era stato un nemico. Avevo preso parte alla guerra contro l’Egitto, e all’improvviso mi sono ritrovato in un paese di cui avevo solo una conoscenza superficiale e dei pregiudizi. E mi sono trovato all’improvviso a camminare per le strade, a guardare le facce della gente e vedere la quotidianità della loro vita, la loro normalità.
Che cosa l’ha impressionata, la folla del Cairo?
La folla, questa enorme quantità di persone che si muove come un fiume, tutto il tempo, giorno e notte, e questa mistura tra una cultura molto antica, gloriosa con i suoi faraoni e le sue piramidi e la povertà di oggi. È stata un’emozione molto forte.