Era il 22 aprile 1911, un giorno qualunque di primavera. Emilio Salgari come ogni mattina si alza e va nel suo studio. Nella stanza c’è il tavolino esile e traballante che segue lo scrittore di trasloco in trasloco. Sopra al tavolino una piccola tovaglietta a frange, una pigna di carta e un calamaio.
Salgari si siede. Afferra la sua inseparabile penna artigianale, una cannuccia con un pennino, fissato con un filo di refe. Nel calamaio c’è il solito inchiostro, quella miscela che preparava lui stesso con il succo di alcune bacche raccolte durante le passeggiate.
Si siede e incomincia a scrivere. Ma questa volta non si tratta di un romanzo, e nemmeno di uno delle migliaia di racconti. Emilio Salgari scrive delle lettere, tre lettere: ai figli, agli editori e ai direttori dei giornali torinesi. Poi esce di casa e si incammina in un boschetto sulla collina di Val San Martino, alle porte di Torino. Una volta arrivato si uccide a colpi di rasoio.
Agli editori chiede, dopo averlo affamato per tutta la vita, di pagare almeno le spese del funerale. Ai figli comunica il luogo in cui ritrovare il cadavere.
Una decisione drastica, che segue un precedente tentativo di suicidio, risalente al 1909, e probabilmente legata ad un peggioramento delle condizioni nervose dello scrittore, dovute allo sfibrante ritmo di lavoro e al recente ricovero della moglie Ida in manicomio.
Certo è che questo finale tragico e doloroso pone fine all’esistenza di uno scrittore silenzioso e controverso che ha trascorso gran parte della sua vita a scrivere, incollato per ore, fino a tarda notte, al tavolino, facendo ricerche estenuanti nelle biblioteche per raccogliere informazioni che poi riversava come un fiume in piena nei suoi libri.
L’ultima struggente pagina del Corsaro Nero, che rappresenta un pianto silenzioso che si accascia su se stesso, tanto grandioso quanto commovente, è molto vicina all’atmosfera mesta della morte del suo scrittore.
Il Corsaro Nero è un’opera che non dà tregua, adrenalinica e incalzante come ogni buon romanzo di avventura, che avvolge il lettore nell’intrigante mondo dei pirati della Tortue, nel mare dei Caraibi. Qui una banda di uomini solca i mari alla ricerca di ricchezze e compiendo razzie, guidata dal temibile Corsaro Nero, personaggio eroico dall’anima malinconica che, seguendo un noto modello letterario, pur infrangendo la legge incarna quei valori positivi quali il coraggio e il senso dell’onore. Un protagonista celebre, pirata non per desiderio di ricchezze ma per vendetta a causa di un antico torto subito…
Tuttavia a sorprendere in quest’opera di Emilio Salgari non sono tanto i moduli del romanzo d’avventura quanto l’erudizione dell’opera salgariana. Lo scrittore ricostruisce infatti scenari esotici con una dovizia di particolari botanici o zoologici che lascia a bocca aperta, resi possibili grazie ad un minuziosissimo lavoro di ricerca che teneva impegnato per ore lo scrittore nelle biblioteche, consultando volumi e prendendo appunti nozionistici di ogni sorta che poi utilizzava per costruire le proprie opere, mescolando realtà e fantasia, eventi storici e invenzione. E forse non è un caso se proprio Emilio Salgari ha entusiasmato intere generazioni di giovanissimi lettori quando ancora il modo migliore per imparare era la lettura di un buon libro.

Marta Mazzolari









Marni
10 feb 2010 - 15:21 - #1letto che ero una bimbetta..mi hai fatto venir voglia di rileggerlo :-) grazie
Marni
Nick Tough
11 feb 2010 - 02:13 - #2Quello è stato uno dei primi libri che ho letto in assoluto, insieme a Sandokan e al Conte di Montecristo di Dumas. Sapevo che Salgari si era suicidato ma ignoravo l’atroce modalità…poveraccio…
marta mazzolari
11 feb 2010 - 02:38 - #3io invece, contrariamente alla norma, ho scoperto questo libro soltanto di recente..ma ho assaporato il piacere di leggerlo di notte sotto le coperte senza riuscire a scollarmi dalla pagina…un piacere forse un po’ infantile ma impagabile..grazie della visita ragazzi ;)