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Arthur Conan Doyle Il Mondo Perduto, 1912

Considerato il progenitore di Jurassic Park, che in effetti ne clona il titolo, il Mondo Perduto, o Cento Giorni Sull’Altipiano, è uno dei libri meno noti di questo poliedrico autore, tanto che spesso non viene nemmeno citato nelle sue biografie e bibliografie.

Datato 1912 è un classico indimenticabile della narrativa fantastica e di avventura che ha segnato intere generazioni di lettori e successivamente ispirato uno stuolo di scrittori.

Quando lo scrisse Conan Doyle sapeva che sarebbe stato il suo miglior romanzo, e vi si dedicò appunto con l’intenzione di riscattare sé stesso dal filone Sherlockiano che sembrava incatenava per sempre al romanzo poliziesco e il personaggio del burbero Professor Challenger fu modellato su Ernest Rutherford, l’eminente studioso dell’atomo padre della teoria sulla radioattività.

Tutto il romanzo oltre a richiamarsi a canoni tipicamente avventurosi è improntato ad una sagace falsa riga ironica, i personaggi sono tratteggiati con gusto, i dialoghi sono indovinatissimi, e le scene d’azione degne di un Dumas o di un Salgari, tanto da tenere avvinghiati alle pagine del libro pagina dopo pagina fino alla fine.

A metà precisa tra Verne e Salgari, Conan Doyle ci pone dinanzi a un’opera notevolissima, incalzante e vivace, che, ancora ricordo, mi tenne col fiato sospeso per tutto il tempo quando lo lessi la prima volta, e che rileggo ogni volta con autentico piacere.

La storia in brevi linee narra di un giovane rampollo innamorato cotto della sua Gladys che in pieno corteggiamento non si sente ripete altro che ella sposerà un uomo avventuroso, un intrepido, un valoroso: è l’epoca delle grandi invenzioni, delle grandi scoperte, delle grandi esplorazioni e conquiste e Edward Dunn Malone vuole appunto sentirsi un “grande” anche lui per poter finalmente sposare la sua adorata.

Ed è così che ascoltando una conferenza del Professor Challenger, celeberrimo Zoologo che sostiene di aver scoperto durante una spedizione lungo il Rio delle Amazzoni, esemplari ancora in vita di specie ritenute oramai estinte da secoli, decide istantaneamente di imbarcarsi anche lui nella nuova impresa che il professore sta mettendo a punto.

Accade infatti che disgraziatamente tutte le prove materiali, mappe, rullini fotografici, reperti, e documentazioni siano andati persi in un naufragio sulla strada del ritorno ed il povero professore, non potendo provare alcunché, si vede costretto a proporre al consesso scientifico attorno a lui riunito, una nuova spedizione nei medesimi luoghi ricostruendo l’itinerario sulla base della sua memoria, e recando con sé un osservatore imparziale, il Professore Summerlee, docente di anatomia comparata.

La nuova spedizione si accinge dunque a partire composta dal Professor Challenger, dal Professor Summerlee, dal giovane avventuroso Malone e da Lord John Roxton, ricco gentiluomo amante dei safari e dei viaggi avventurosi. Il quartetto parte per il Rio delle Amazzoni, ritrova la strada grazie alle indicazioni del Professor Challenger, sale sul pianoro, o meglio sull’altipiano, dove grazie a una rara combinazione geografica e logistica, le specie altrove ormai estinte, si sono conservate immutate, fin dall’epoca preistorica. Vediamo quindi Pterodattili librarsi maestosamente in volo sopra le loro teste, mentre ogni altro genere di creatura antidiluviana riprende vita davanti ai loro occhi, mentre i nostri eroi restano bloccati sull’altipiano appunto per cento giorni perché l’unica via di accesso si è chiusa e devono trovare il modo di scoprire un nuovo passaggio.

Simbolicamente bloccati anche loro su questo immenso altipiano situato a centinaia di metri di altezza sul pianoro di una montagna, vivono un’avventura personale irripetibile, impossibilitati ad allontanarsi, e si compenetrano totalmente nella realtà selvaggia che li circonda, al culmine di sfide e difficoltà che fanno emergere in ciascuno di loro la sua vera natura.

Durante la loro permanenza sono anche protagonisti di un combattimento che vede scontrarsi due opposte fazioni di ominidi, quella dei precursori degli Homo Sapiens, e quella ancora primordiale dei primati animaleschi e brutali.

Una volta trovata la strada per il ritorno marciano verso casa carichi di prove, ma anche in questo caso una disavventura li travolgerà sparpagliando e deteriorando ogni elemento materiale tangibile e valido.

Per Dunne la cosa non ha importanza, a lui interessa solo raggiungere finalmente la sua Gladys ora che a pieno titolo si è meritato la fama di avventuroso ed esploratore, peccato al suo ritorno la trovi sposata a un omino mediocre occhialuto ed insignificante, tanto che, forse sollevato dal pensiero, decide immediatamente di imbarcarsi nella terza spedizione che il professor Challenger organizza quando, tornato in patria, ancora una volta non viene creduto.

Se Conan Doyle voleva trovare nuove vie per la letteratura fantastica con questa opera possiamo dire che ci sia a pieno titolo riuscito, perché raramente si possono trovare nello stesso romanzo una storia così avvincente, delle informazioni geografiche e scientifiche così dettagliate, e una costruzione di base davvero indovinata, che oltre alla sapiente caratterizzazione dei personaggi e alla fedele rappresentazione dello spirito indomito di un’epoca avventurosa, riesce a sublimare il tutto in un calderone di sensazioni magiche e irripetibili.

In questo modo l’autore di Sherlock trionfalmente esce dal genere poliziesco per entrare con un rullo di tamburi nel filone fantascientifico della migliore classe, a dimostrare, come egli stesso disse, che: Il vecchio cavallo ha trascinato un pesante carico in una pesante strada, ma è ancora capace di lavorare.

Sabina Marchesi