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CRONACA DI UNA PROCESSO PER STREGONERIA

Alla corte di Lipsia, sono tutt’ora conservati i documenti di un processo avvenuto nel 1658 in un piccolo villaggio del Magdeburgo.

…Unguento

unguento

mandarne a la

noce di Benivento

supra acqua

et supra ad

vento

et supra ad

omne

maltempo…

Pronunciando queste parole il 20 marzo 1428 Matteuccia invocò una bestia alta simile a un caprone, ci montò in groppa e volò via dal carcere sfuggendo al rogo.

Non per tutte le donne processate di stregoneria, però, la leggenda, o la magia, fu così benevola.

Alla corte di Lipsia, infatti, sono tutt’ora conservati i documenti di un processo avvenuto nel 1658 in un piccolo villaggio del Magdeburgo.

L’imputata Anna Eve fu accusata di aver gettato una maledizione sulla figlia minore della sua vicina di casa Elisabetta Brose.

La scintilla scatenante fu proprio il marito di Anna, che presentò una denuncia contro la Brose per calunnie.

La donna, convocata dai giudici, raccontò che sua figlia minore, recatasi con la sorella al ruscello nei pressi della casa della “strega” per lavare i panni, fu insultata da Anna che la minacciò di storcerle le gambine e le braccine sputandole tre volte sulla mano sinistra.

Alcuni giorni dopo la bambina accusò forti dolori alle braccia e alle gambe, nel suo lettino la madre trovò misteriosi vermi simili a mosche con sei zampe e due corna. Poco dopo la bimba morì.

Inoltre, proseguì la donna, lei stessa ed altri testimoni videro più volte il dragone, il diavolo, volare sopra la casa di Anna Eve.

Anna Eve negò spiegando di aver solamente rimproverato le due bambine perché con i loro giochi le avevano sporcato la biancheria.

I giudici, quindi, su volere di George Eve, marito dell’imputata, convocarono tutti i cittadini a testimoniare in favore di Anna e solo tre teste confermarono le accuse rivoltole di ricevere il diavolo in casa.

Anna fu accusata di stregoneria, incarcerata e interrogata il 12 giugno 1660.

“E’ vero che voi, recandovi a lavare la biancheria, avete gettata la mala sorte sulle bambine di Elisabetta Brose?”

-“ Lo nego nel modo più assoluto. Ho detto, forte, e solo rivolgendomi alla maggiore: Perché venite sempre a seccarmi qui? Nego, pure nel modo più assoluto, di aver toccato la piccola o di aver sputato sulla sua mano.”

“E’ vero che avete ingiuriato la Brose chiamandola puttana del diavolo? E avete detto alla bambina: Ti ho stregata a te e quella puttana di tua madre?”

-“Non ho mai usato simili termini.”

“E’ vero che avete ricevuto la visita del dragone?”

-“Ne sono stata accusata, ma mai, in vita mia, ho ricevuto simile visita.”

“E’ vero che, a differenti riprese, il dragone è stato visto volare sopra la vostra casa?

-“Non ho mai visto nulla di simile.”

“E’ vero che allorché vostra figlia si è avvicinata alla piccola morta questa ha riaperto gli occhi?”

-“I Brose hanno fatto correre questa voce ma mia figlia non ha visto nulla.”

“Come e quando avete imparato la magia? Da che parte giunge il dragone?”

-“Se io fossi una strega avrei imparato ad esserlo solo da Elisabetta Brose, e da lei sola.”

Anche la figlia maggiore della Brose venne interrogata e naturalmente confermò quanto detto dalla madre.

Al termine del secondo interrogatorio l’imputata venne condotta nelle prigioni e di nuovo interrogata sotto la minaccia di torture, ma la sventurata continuò a proclamarsi innocente rifiutandosi di confessare.

Dapprima le stritolarono i pollici e le infilarono le scarpe spagnole, ma lei non confessò.

Allora fu sottoposta alla strappata, uno strumento simile alla ruota che allungava tutte le vertebre, e di nuovo le scarpe spagnole.

La donna professò sempre la sua innocenza, anzi, dicono gli atti, non versò neppure una lacrima, nèemise un grido o un lamento.

Questa, per i carnefici, era la prova che il diavolo la stava aiutando così ripresero a torturarla e a interrogarla.

Passato qualche mese, il tempo concessole per redimersi, Anna Eve, fu di nuovo interrogata e torturata mentre si dichiarava nuovamente innocente.

Le torture furono atroci. Legata, fu stesa sulla scala con indosso le scarpe spagnole, le gambe e le braccia le furono tirate, le versarono un liquido in gola, i peli del corpo furono rasati, le passarono del fuoco dietro le orecchie e sotto il naso e infine strappata.

Solo una preghiera uscì dalla bocca della vittima: “ Figlio di Davide abbi pietà di me.”

Intese queste parole come una bestemmia le torture ripresero. Strappata. Sfregata. Affumicata con zolfo infiammato sotto il mento e nelle parti intime.

Improvvisamente una farfalla nera macchiata di rosso volteggiò intorno alla povera donna e al suo carnefice per poi volare via dalla finestra semi aperta. Anna diventò subito pallida, la bocca chiusa in una smorfia di dolore e le labbra livide. Era morta.

Il suo corpo fu sepolto lontano dal paese, in un luogo deserto e senza cerimonia cristiana.

Il dolore più grande? Il marito, George, che per evitare di essere a sua volta accusato di stregoneria, ammise di aver avuto dei sospetti sulla moglie.

Cinzia Ceriani