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James Cook alla scoperta della Terra Australe

Quando, nel 1768 i Lord dell’Ammiragliato Inglese iniziano a progettare un nuovo viaggio nell’Oceano Pacifico, con mire decisamente espansionistiche, alla ricerca della mitica Terra Australis, a Londra c’è grande fermento, tutti sanno che sarà un’occasione memorabile, un’evento irripetibile e sono ansiosi di partecipare alla spedizione del secolo.

Negli ambienti scientifici della capitale londinese comincia a circolare insistentemente il nome dello scozzese Alexander Dalrymple, idografo, navigante, scienziato, membro esimio della Royal Society, quale candidatura migliore per il comando dell’impresa?

Il fatto che in realtà, la mitica Terra Australis all’epoca fosse già stata avvistata ed identificata dal navigatore portoghese Torres, che l’aveva perfino battezzata col pomposo nome di Nuova Olanda, al secolo l’Australia, non sembrò influire più di tanto sulla preparazione della leggendaria missione di esplorazione pseudo scientifica e para espansionistica.

Dalrymple, che da più parti veniva considerato il massimo esperto vivente di questo territorio leggendario, si era candidato a gran voce addirittura per il comando della flotta che avrebbe condotto la Marina Britannica alla scoperta dei nuovi domini Australi.

La spedizione intanto veniva accuratamente mimetizzata sotto falsi scopi ideologici, in realtà, ufficialmente, era stata la stessa Royal Society a richiedere una nave che si recasse nel Pacifico per osservare il passaggio di Venere, a scopi prettamente astronomici e marittimi, degni quindi della massima considerazione. Il fatto che poi incidentalmente la nave, salpando per una rotta sui Mari del Sud, in direzione Ovest-Sud-Ovest avrebbe anche potuto scoprire nuove terre da colonizzare era considerato un fattore puramente collaterale, qualcosa come unire l’utile al dilettevole.

Ma Dalrymple, come tutti gli uomini di scienza di quel periodo, era più borioso che competente, e non poteva certo considerarsi un uomo atto al comando, non aveva le capacità di un leader, era tutto meno che un vero comandante, quando invece per guidare una spedizione tanto lunga ed insidiosa sarebbe occorso decisamente il meglio che la Marina poteva offrire.

L’Oceano Pacifico poi, al di là dell’idilliaco e ingannevole nome, era considerato e a ragione, un mare particolarmente infido, dove tutto poteva accadere, un luogo oltre il Tropico del Cancro e del Capricorno, punto in cui  gli innocui alisei venivano sostituiti da selvaggi venti occidentali, capaci di generare tempeste, tifoni, cicloni ed uragani di tale violenza che un vascello a vela avrebbe anche potuto non avere scampo, se non fosse stato in grado di anticipare e gestire il pericolo.

Occorreva dunque al comando una mano salda, un marinaio competente, un comandante esperto e qualificato. E poi al margine estremo della latitudine meridionale universalmente conosciuta c’era il terribile Capo Horn, funestato dalle onde e dai venti che si incrociavano con quelli provenienti da Nord, l’incubo della navigazione, la nemesi delle imbarcazioni, il cimitero delle navi.

Al largo di Capo Horn, mentre il vento furioso sbatteva le imbarcazioni verso terra, il mare si scatenava con violenza improvvisa, e gli iceberg vagavano alla deriva come proiettili impazziti, capaci di affondare in pochi minuti un’imbarcazione passando attraverso di essa come se fosse burro.

Così l’Ammiragliato, ben deciso a preservare le sue navi e a garantirsi il successo della spedizione, candida d’autorità James Cook, esperto topografo, astronomo, matematico e cartografo ma, soprattutto, competente uomo di mare.

Serio ed affidabile, senza tanti grilli per la testa, disciplinato e cauto, ma dotato di quell’indefinibile istinto in grado di salvare, all’occorrenza, imbarcazioni ed equipaggio dalla disfatta, Cook è anche un uomo del popolo, uno che si è fatto da sé, solido e testardo, capace e determinato, un vero lupo di mare, un tipo quadrato che ispira certo molta più sicurezza dell’aristocratico Alexander Dalrymple, pieno di sicumera, vezzi e capricci.

Così il 25 Maggio del 1768 James Cook esce dai ranghi di Ufficiale Pilota per essere investito d’autorità del ruolo di Tenente di Vascello, comandante della Endeavour e capo assoluto della spedizione scientifica più famosa della Storia.

La , il cui nome in lingua inglese significa “tentativo”, è costruita e modellata, su precisa indicazione di Cook, ad imitazione dei solidi e manovrabili “gatti di Whitby” sui quali egli aveva compiuto i primi passi di mozzo.

Niente vascelli militari equipaggiati con quaranta cannoni, niente pesanti e poco maneggevoli fregate, ma un’imbarcazione agile, facilmente governabile, dotata di un’attrezzatura leggera e di un sartiame basico, con un pescaccio minimo in grado di consentirle, all’occorrenza, di restare appoggiata solidamente sul fondo senza correre rischi di capovolgimento, una caratteristica questa decisamente fondamentale in caso di tempesta.

Cook ha quarant’anni, come sua abitudine ha studiato a lungo tutti i dati in suo possesso prima di attuare una qualsiasi decisione, sa che occorrerà impiegare un equipaggio di almeno settanta uomini, una squadra di osservatori scientifici, artisti e scrittori in grado di documentare la spedizione, esperti naturalisti, periti e studiosi, e naturalmente marinai esperti in grado di ingaggiare un combattimento in caso di aggressione da parte delle popolazioni ostili.

La nave che indica per questo scopo alla fine è la scelta migliore, l’unica in grado di navigare in condizioni estreme, a pieno carico, per un periodo che come minimo è previsto essere di almeno due anni.

Alla guida della componente scientifica c’è Joseph Banks, giovane promessa della botanica, accompagnato da astronomi, naturalisti, geografi e naturalmente medici. Tra questi anche David Solander, svedese, l’allievo preferito di Linneo, il più eccelso naturalista di quei tempi.

Ma questo ulteriore carico di persone, che James Cook osserva con quell’occhio critico con cui solitamente i militari squadrano i civili, costituisce una vera spina nel fianco, oltre ai problemi della rotta, al governo della nave, alle insidie del mare e alle tempeste tropicali occorrerà tener d’occhio anche questa ingombrante, ma indispensabile, squadra di scienziati, non avvezzi alla disciplina e alla navigazione, totalmente incontrollabili e per di più circondati da strumentazioni e apparecchiature di ogni tipo.

Il novello Tenente di Vascello James Cook sorveglia i preparitivi con la puntigliosa meticolosità che gli è propria e che in passato lo ha più volte salvato dal fallimento di una missione, presiede personalmente alle operazioni di imbarco, controlla il corretto stivaggio e la distribuzione dei carichi, e supervisiona perfino le derrate alimentari.

Memore delle esperienze passate Cook sa bene che lo scatenarsi di un’epidemia a bordo, nel mezzo dell’Oceano Pacifico e in assenza di coste amiche alle quali attraccare, potrebbe significare la fine della spedizione, e vigila perché sia fatto quanto in suo potere per scongiurare il pericolo.

Una dei flagelli capaci di sterminare in pochi giorni un intero equipaggio era lo scorbuto, una malattia causata dalla mancanza di acido ascorbico, la volgare vitamina C, dalla dieta alimentare dei marinai imbarcati, e che colpiva solitamente le spedizioni impegnate nei viaggi a lungo corso.

All’epoca naturalmente la causa scatenante dello Scorbuto non era ancora stata individuata né scoperta, ma James Cook in maniera empirica, basandosi solo sulla sua esperienze, aveva già focalizzato i pericoli principali, prevenendoli.

La dieta dei marinai a bordo solitamente era costituita da cibi salati e secchi, di facile stivaggio e conservazione, gallette, carne sotto sale, tranci di merluzzo o di baccala esiccati.

Cook dà invece disposizioni per stivare a bordo dozzine e dozzine di barili di crauti acidi, malto, succo concentrato di agrumi, estratto di carne, mosto e infuso di sassofrasso. Impartisce inoltre ordini perentori al cambusiere perché in ogni porto, ad ogni sosta, siano approvvigionate frutta e verdura fresche da distribuire all’equipaggio.

Su questo Cook si dimostrerà inflessibile, giungendo perfino ad infliggere punizioni fisiche ai marinai recalcitranti, ognuno a bordo, volente o noltente dovrà assumere giornalmente la sua porzione di carne fresca, succhi e verdura. Ma Cook sa bene che la disciplina è fondamentale quanto la sicurezza della nave, che non esiste affidabilità delle attrezzature senza l’assoluta dedizione degli uomini al suo comando, e riesce ad averla vinta anche contro le antiche tradizioni marinaresche che inducevano gli uomini a cibarsi solo di gallette, grasso animale, carne sottosale, birra e rum.

La partenza dell’Endeavour dal porto di Plymouth il 26 Agosto del 1768 è un momento solenne nella storia dell’Inghilterra. Quello che sta salpando è il primo di una serie di viaggi di esplorazione destinati ad assicurare alla Marina Britannica la supremazia assoluta sui mari, vengono gettate in questo momento le basi della futura potenza imperialista più forte del mondo.

Durante la prima parte del tragitto, notevolmente tranquillo, fino alle Isole di Capo Verde, Cook ha il tempo di introdurre ulteriori innovazioni nell’organizzazione della vita di bordo, che poi resteranno proprie della tradizione marinaresca inglese.

I classici due turni di servizio diventano tre, di modo che ogni marinaio può godere di un periodo di riposo di otto ore, piuttosto che quattro, le razioni vengono aumentate, la quantità e la qualità del vitto migliorate sensibilmente, gli uomini di riposo sono lasciati liberi di dedicarsi alle attività che preferiscono, a patto di non ostacolare l’espletamento delle normali operazioni necessarie per la navigazione.

Il personale di bordo, sazio e soddisfatto, sarà soprattutto riposato e quindi pronto a dare il meglio nei momenti di pericolo, la coesione a bordo è assicurata, e questo insolito liberismo conquista a Cook la dedizione totale dell’intero equipaggio, che arriva perfino a tollerare senza storcere troppo il naso l’ingombrante presenza dell’equipe scientifica.

«Gli artisti Parkinson e Buchan tenevano i cavalletti tutto il giorno sopra coperta e i naturalisti Banks e Solander erano sinceramente lieti di osservare e annotare tutto. Banks diceva di non aver previsto che il viaggio gli avrebbe dato una simile occasione di studiare anche la vita naturale del mare, oltre alle isole. Egli, Solander e gli altri del gruppo erano sempre affaccendati… Di sera si accendevano le candele per compilare i diari».

Ma a questo punto ormai la spedizione è giunta nel tratto più insidioso, superate le zone tropicali, in vista delle coste della Patagonia e della Terra del Fuoco, si presenta il momento di doppiare il terribile Capo Horn, solo allora si potrà decretare il successo o il fallimento della missione.

Considerato insidioso anche dai Capitani più esperti Capo Horn veniva evitato nella maggior parte dei casi optando per il passaggio alternativo attraverso lo Stretto di Magellano.

Per Cook però e per il panciuto Endeavour lo Stretto di Magellano è troppo angusto, tortuoso, eccessivamente esposto ad improvvise raffiche di vento, la nave rischierebbe di finire scagliata contro le infide coste rocciose, impossibilitata ad ancorare o a rifugiarsi verso il mare aperto.

Il Tenente di Vascello James Cook decide quindi di doppiare Capo Horn, come ogni buon marinaio sa che in caso di necessità potrà sempre ripiegare al largo, attuando le manovre di emergenza per mettersi alla cappa ove fosse necessario, e contemporaneamente effettua un’altra scelta anticonformista, opta per passare a ridosso dell’Isola degli Stati invece di girarle attorno, attraversando lo stretto del Maine.

Durante questo passaggio, per la prima volta, la Endeavour ha modo di dimostrare la sua migliore qualità, che solo Cook a bordo conosceva bene, la caratteristica di tutti gli agili gatti di Whitby. Messa alla cappa per meglio resistere alla tempesta che li ha colti proprio al passaggio nello stretto, la Endeavour si mostra stabile, di facile manovrabilità e soprattutto affidabile, grazie all’ampia anche se inestetica carenatura.

Costretto ad attendere un clima più temperante che gli consenta di completare il passaggio dello stretto, Cook si ancora nel punto più orientale della Terra del Fuoco, mentre Banks scende a terra entusiasta per effettuare analisi e prelievi botanici sulle nuove e sconosciute specie di quel territorio inesplorato.

Il freddo si fa sempre più pungente, mentre Banks è a terra cala improvvisa la notte, costretto ad attendere il mattino prima di far ritorno a bordo, lo scienziato si risveglia con accanto i cadaveri dei suoi attendenti, morti nella notte per assideramento.

A bordo la situazione non è certo migliore, ci si difende dai rigori del gelo con dosi supplementari di rum, giacconi e coperte di lana fatte distribuire dal Comandante Cook.

Profittando della sosta non programmata l’infaticabile Comandante intanto, incurante del freddo, si dedica ad effettuare misurazioni e rilievi della baia, tracciando una delle sue accuratissime mappe topografiche.

Quando la morsa del gelo mostra di attenuarsi, nonostante la situazione meteorologica ancora disperata Cook decide di ripartire, alla volta dell’infido Capo Horn, che raggiunge dopo pochi giorni di navigazione.

Qui si dedica a calcolarne la posizione esatta, che si rivelerà precisa con un’approssimazione davvero minima, stupefacente per quei tempi tenendo conto dei rudimentali strumenti disponibili all’epoca, il punto da lui stimato risulterà errato di appena 1.600 metri in latitudine e di solo un grado di longitudine, un risultato eccezionale, soprattutto perché ottenuto con misurazioni effettuate a bordo di una nave sconquassata dalla tempesta.

Il passaggio vittorioso di Capo Horn sancisce il definitivo successo della spedizione che da lì in poi procederà a vele spiegate e senza intoppi verso l’Isola di Hahiti, da dove, in conformità alle istruzioni ricevute l’equipe scientifica dovrà effettuare i rilievi astronomici del passaggio di Venere, per poi proseguire il viaggio verso la scoperta delle nuove rotte commerciali e il miraggio della Terra Australis.

Ancora una volta l’oscuro marinaio dello Yorkshire non ha disatteso le aspettative e si è presentato puntuale al suo appuntamento con la Storia, ma non è ancora finita, la lista dei suoi successi sarà destinata ad allungarsi e il suo nome ad essere scritto a lettere d’oro tra gli artefici della Gloria dell’Inghilterra in nome del progresso scientifico e per il dominio incontrastato dei mari.

Sabina Marchesi