Questo sito contribuisce alla audience di

James Cook al Servizio dell’Impero Inglese

Siamo nel 1728, a Marton, piccolo borgo nella zona dello Yorkshire, una delle lande più desolate e povere di tutta l’Inghilterra. James Cook, colui che sarà contro ogni pronostico uno dei comandanti più famosi della storia della marineria inglese, nasce oscuramente in una famiglia contadina, di umili origini non gli è consentito in alcun modo di studiare, ed essendo solo uno di numerosissimi figli a dieci anni è già costretto a lavorare, per contribuire al sostentamento del nucleo familiare.

 

 Ma già allora c’è qualcosa che lo contraddistingue dai suoi coetanei, è alto, robusto, di tempra forte, con gelidi occhi azzurri, dotato di una grande forza di carattere, ambizioso e determinato, capace di applicarsi per apprendere quello che la sorte gli avrebbe, in teoria, automaticamente precluso. Ardito, fiero e volitivo, una volta  impiegato come commesso in un negozio, nel volgere di pochissimi anni, riesce a trasformare un incarico da uomo di fatica, spostare, imballare e trasportare casse, in una mansione privilegiata. E’ portato per la matematica, si impossessa in un baleno dei segreti dei libri contabili, sa tenere un inventario di magazzino con una perizia degna delle classi più abbienti, per essere un semi analfabeta, figlio di contadini, a diciassette anni compie già una fulminante carriera, ed è apprendista gestore in un magazzino di droghe e tessuti.

Potrebbe già ritenersi fortunato, all’epoca erano veramente in pochi quelli che riuscivano a riscattare il loro destino e  a ritagliarsi delle opportunità diverse da quelle che la loro nascita e condizione sociale abitualmente gli riservava. Da contadino a uomo di fatica, Cook ora è predestinato a diventare esercente e commerciante. Una vera svolta, che gli avrebbe consentito un mutamento sociale ed economico di tutto rispetto.

Ma a lui non basta. Sono gli anni nascenti del florido commercio inglese, dalla cima della collina di Staithes, Cook vede ogni giorno transitare sulle acque calme della baia  i grandi vascelli invelati che trasportano stoffe pregiate, spezie, droghe, e merci rare provenienti dalle colonie, i suoi occhi scintillano, ogni giorno quando si aggira nel suo magazzino a inventariare le merci, aspirando l’aroma della cannella, del pepe, dei chiodi di garofano, egli in realtà sente nelle sue narici l’odore del mare, ascolta lo sciabordio delle onde, il sibilo delle invelature, il sottile frusciare della carena.

E’ un richiamo imperioso, irresistibile.

All’epoca il porto di Withby era uno degli snodi commerciali più importanti dello Yorkshire, contraddistinto da una frenetica attività, con i moli praticamente presi d’assalto dalle imbarcazioni per le attività di carico e di scarico, ogni vascello lasciava a terra casse di merci provenienti dalle colonie e, già  programmato il viaggio di ritorno, trovava pronto sulle banchine il carico successivo. Il ritmo era sostenuto, si respirava aria di avventura, salpare a bordo di una di quelle grandi navi significava assicurarsi una vita eccezionale, partecipare al destino del mondo, fare parte della storia, visitare mondi sconosciuti. Un miraggio irresistibile.

Poteva mai James Cook accontentarsi dello scorrere monotono di un’esistenza da commerciante eternamente circoscritta tra registri di carico e libri mastri?

Eppure quanto dev’essere stato difficile, per un figlio di un oscuro bracciante dello Yorkshire, già elevato al rango di commerciante, abbandonare tutto, compromettere ogni cosa, rischiare di dover rifare tutto da capo, per reinventarsi una vita, una carriera, e un’altra opportunità.

Era il secolo dei lumi, l’epoca dell’illuminismo certo, ma erano anche tempi difficili, dove riuscire a garantirsi la sopravvivenza quotidiana era già considerato un successo raro, e migliorare le proprie condizioni economiche e sociali veniva valutato come un miracolo inaspettato, e di certo non ripetibile.

Rischia molto dunque il giovane Cook quando prende la decisione di imbarcarsi come mozzo a bordo di una carboniera, ma vede giusto, sarà quello il primo passo che condurrà un oscuro bracciante a divenire il più grande esploratore della Storia, colui che di fatto getterà le basi dell’intera potenza navale inglese, avviata a conquistarsi il primo posto nel mondo e il monopolio delle migliori rotte commerciali.

Quando a diciotto anni James Cook ottiene un ingaggio come mozzo di bordo sulla vecchia decrepita carboniera Free Love, compie una scelta non facile, è già grande per fare il mozzo, e si consegna di fatto a una vita di veri sacrifici, soprattutto considerando che all’epoca quella era una scelta quasi obbligata per tutti gli sbandati, per i senza risorse, per i vagabondi e i senza tetto.

I ragazzi, poco più che fanciulli, dell’età di dodici, tredici anni, si imbarcavano come mozzi unicamente per garantirsi un tetto, un letto e tre pasti caldi al giorno, in mancanza di altre risorse volte ad assicurare loro il sostentamento quotidiano quella veniva considerata una buona scelta. Rozzi, ignoranti,  analfabeti, i mozzi si votavano a una vita durissima, ore e ore di duro apprendistato in alto mare, lungo rotte insidiose verso mondi sconosciuti, in totale balia di pochi marinai duri e spietati, avvezzi a esercitare ogni tipo di vessazione e di crudeltà nei confronti dei nuovi arrivati.

Ma per coloro che riuscivano a superare l’apprendistato si trattava di una scuola preziosa, al di là della durezza delle condizioni di vita, quello era considerato l’unico sistema per acquisire, sul campo, quelle qualità di ardimento, disciplina e determinatezza che sarebbero poi occorse per governare una nave. Non di rado infatti, in mare aperto, nel mezzo di tempeste ed uragani, al di là della perizia del comandante, la salvezza della nave e dell’intero equipaggio potevano dipendere, e di fatto dipendevano, dall’efficienza e dall’immediatezza nell’esecuzione degli ordini. In mare come in nessun altro posto l’operato di ciascuno era determinante per l’esito finale e la riuscita dell’impresa. Tornare in porto sani e salvi significava non tanto essere fortunati, quanto piuttosto essere preparati,  in possesso di un’imbarcazione affidabile e di un equipaggio competente.

Non di rado i comandanti conoscevano per nome ogni singolo componente dell’equipaggio ed avevano l’abitudine di sovrintendere personalmente a ogni minima operazione della routine quotidiana, ben consapevoli che a bordo l’esecuzione ossessiva, ripetuta e sequenziale delle attività di manutenzione era fondamentale per decidere, in caso di fortunale, della salvezza di tutti.

James Cook così, sulla vecchia e decrepita carboniera Free Love acquisisce i fondamenti della navigazione, divorato dal fuoco della passione è infaticabile, curioso, avido di conoscenza, in quegli anni di apprendistato, spesi in ginocchio a insaponare il ponte, arrampicato sulle sartie per disciplinare il sartiame, piegato in due a lucidare gli ottoni, egli inizia a sentire le vibrazioni dello scafo, percepisce la tensione del mare, impara ad ascoltare il fremito del vento. Come una spugna assorbe e percepisce, presto si impadronisce della connessione tra lo stato del mare e gli ordini del comandante, imparando ad associare il motivo di ogni decisione presa, spesso è anche in grado di anticiparle, prima che il comandante dia gli ordini, lui è già operativo, pronto per eseguire le manovre ancor prima che vengano impartite le direttive del caso.

La Free Love è una dei famosissimi “gatti” di Whitby, i vascelli adibiti al trasporto del carbone dall’Inghilterra del Nord alla città di Londra. Si tratta di un carico assai prezioso, in un epoca in cui, dal fulcro londinese, si va irradiando in tutta Europa l’aria rivoluzionaria della nuova era industriale.

Per meglio reggere alla furia del mare i gatti di Whitby hanno uno scafo panciuto, decisamente antiestetico, bordi alti, e fondo piatto. Forse goffi a prima vista, con l’aspetto tondeggiante che ricorda vagamente il muso paffuto di un gatto, si tratta di imbarcazioni in grado, grazie alla loro forma particolare, di resistere a ogni fortunale, assicurandosi il galleggiamento e la stabilità con un minimo di zavorra e perfino in assenza di carico.  La caratteristica chiglia piatta, in aperto contrasto con la nuova linea dei clipper, maestosi e filanti, consente ai vecchi vascelli di alzarsi e sollevarsi agilmente in conformità al ritmo del moto ondoso, e perfino, in caso di incagliamento, di adagiarsi dolcemente sul fondo, senza riportare danni considerevoli, per poi risollevarsi prontamente e disincagliarsi col favore dell’alta marea.

Su uno di questi potentissimi “gatti”, James Cook dunque impara a indovinare le condizioni del tempo, a percepire le vibrazioni dello scafo e a presentire i mutamenti del mare, un’esperienza che gli tornerà utile in futuro, quando al timone di una nave sarà l’unico responsabile della sorte di decine di vite umane, e artefice della Storia gloriosa della Marina Britannica.

A soli ventisette anni James Cook già impone rispetto, occhi metallici, fisico poderoso, alto quasi due metri, secondo ufficiale della Friend Ship. Una carriera, di nuovo, luminosa, si apre davanti a lui quando, al comando di questa nave, nel corso di una tempesta particolarmente violenta, si distingue per il sangue freddo e la perizia con cui pone in atto le manovre, conducendo in salvo, intatti, sia imbarcazione che equipaggio. In questa occasione gli armatori, i fratelli Walker di Whitby, definitivamente convinti della sua abilità, gli offrono il comando di una delle perle della loro moderna flotta. E’ una grande occasione, un regalo del destino, l’affermazione definitiva per il giovane ragazzo dello Yorkshire, il contadino, l’uomo di fatica, il commerciante, il mozzo di bordo.

Ma James Cook vuole ancora di più. Grato alla provvidenza che lo ha condotto tanto avanti e lo ha posto così in alto rispetto alle condizioni di partenza, ancora non sa accontentarsi, davanti agli occhi un altro, incantevole, miraggio.

Di nuovo sente che il suo orizzonte gli va stretto, prima la Free Love, poi la Friend Ship, infine l’ammiraglia della flotta dei Walker, sì certo, tutte bellissime esperienze, eppure, eppure quando è al timone sente di poter fare ancora di più. Attirato inesorabilmente verso i grandi vascelli commerciali a tre ponti, dalla linea sinuosa e filante, che venivano proprio allora varati dai cantieri di Chatham, Cook ambisce ad ottenere il comando di una di quelle meraviglie, foriere di promesse, lo scafo elegante, l’imponenza della loro linea, le maestose alberature, i cannoni puntati verso il futuro. James Cook non ha dubbi, quella è la sua strada e, per imboccare, egli deve, ancora una volta, ricominciare da capo.

Così, allibiti, i fratelli Walker vedono partire colui al quale avevano promesso il comando della loro nave migliore. L’oscuro bracciante, il mozzo di bordo, poi diventato ufficiale in seconda e infine promosso a comandante, lascia ogni cosa, abbandona il traguardo  ormai raggiunto e migra verso Wapping, dove si arruola nella Marina Militare.

Povero, di famiglia non aristocratica, privo di studi qualificati e di titoli accademici, ha dalla sua solo l’esperienza, la grinta ed il talento. Ma deve ricominciare da capo, costretto a ripartire dal grado di marinaio scelto, lui che da civile era già arrivato al rango di Comandante.

Nel 1755 la Marina Militare britannica, alla ricerca di nuove leve, impegnata a contrastare l’avanzata francese nelle Colonie e tesa a difendere la sua posizione nella politica espansionista, necessita di risorse umane atte a tracciare nuove rotte commerciali, futuri orizzonti di conquista, e esplorazioni di itinerari e mondi sconosciuti.

La Marina Militare del Regno Britannico e James Cook si incontrano dunque nel momento più  propizio e all’insegna dei migliori auspici, proprio quando la Marina è alla ricerca di uomini forti e risoluti e Cook all’inseguimento del suo destino. Sarà un connubio felice, destinato a generare una leggenda, che farà di Cook un valente comandante, grande esploratore e fine cartografo, e della Marina Britannica la maggiore potenza mondiale in grado di far valere la sua supremazia su tutti i domini delle terre emerse e su tutti i mari.

Sabina Marchesi

James Cook, Comandante e Cartografo

Quando James Cook si arruola come marinaio scelto nella Marina Britannica è il periodo frenetico delle grandi esplorazioni e conquiste, sotto cui si celava il desiderio spasmodico di accaparrarsi nuove rotte commerciali e sbocchi verso le colonie. L’Impero era alla ricerca di nuovi territori verso cui espandersi, voleva ottenere il monopolio sulle materie prime, indispensabili per la nuova era industriale, e contava di assicurarsi il predominio su tutti i mari conosciuti.

Il tutto veniva mascherato con l’amore per la ricerca scientifica e l’avanzamento del progresso.

Così insieme all’espansionismo bellico e ai progetti per la scoperta di nuove aeree da colonizzare, l’Inghilterra è alla ricerca di nuovi passaggi, più sicuri e meglio cartografati, fortemente interessata alla sperimentazione di itinerari alternativi in grado di assicurare i collegamenti verso le terre lontane in minore tempo e maggiore sicurezza.

Contemporaneamente, com’è ovvio che sia, si cercano nuovi partner commerciali, nuove risorse e nuovi territori. È il momento buono per mettere alla prova la valenza delle giovani leve, in quegli anni si prospettavano grandi opportunità per coloro che dimostravano di essere intraprendenti, dinamici e ambiziosi.

Il primo imbarco ufficiale di James Cook è sulla Eagle, alla rada nella baia di Portsmouth per una vigorosa quanto necessaria ristrutturazione. Si tratta di una unità da sessanta cannoni, piuttosto conciata e male in arnese, ma è una nave, una vera nave, e il giovane Cook si getta anima e corpo nell’impresa, facendo tesoro dell’esperienza in suo possesso.

Presto emerge fatalmente sopra la schiera dei suoi compagni, giovani marinai spesso reclutati a forza, provenienti dalle zone interne del paese, totalmente sprovvisti di conoscenze in materia, e viene notato dai suoi superiori per la precisione del suo operato e per le sue innate capacità di leadership. Allora la Marina era prodiga di favori per le nuove leve emergenti e in breve tempo a James Cook viene offerta la nomina ad aiutante pilota.

Rimessa in sesto, la Eagle viene inviata in missione sulle coste dell’Irlanda, per un lungo giro di perlustrazione lungo la zona costiera.

Un incarico tranquillo, che sarà utilissimo nel futuro a Cook per imparare a riconoscere il profilo costiero di un territorio e a ridisegnarlo su utili e dettagliatissime mappe di navigazione.

Ma questo primo iniziale viaggio rappresenta per il giovane futuro comandante anche una vera e propria scuola di vita, infatti quando la Eagle, dopo appena pochi mesi, rientra alla base, reca un carico di centotrenta uomini in fin di vita, colpiti dallo scorbuto, tra cui mancano ventidue marinai, già sepolti in mare, primo fra tutti l’Ufficiale Medico.

Questa esperienza insegna a Cook una validissima lezione, spesso in mare le avversità ed i pericoli giungono quando uno meno se l’aspetta e in assenza di disposizioni precise o di iniziative da parte delle autorità preposte al compito, spetta al Comandante porre riparo o meglio ancora, quando possibile, prevenire. In una missione tutto sommato pacifica, priva di insidie, in assenza di agguati o combattimenti, in mancanza totale di ostilità atmosferiche, Cook impara che spesso le epidemie e una non curata disciplina alimentare o igienica, possono generare maggiori danni di un uragano o di un conflitto bellico.

All’età di ventotto anni, nel 1757, James Cook è imbarcato sulla Pembroke, un maestoso vascello che conta ben sessantaquattro cannoni, in rotta verso l’America del Nord, promosso ad Ufficiale di Rotta, una carriera rapidissima, giunta al suo apice dopo soli due anni e poco più di onorato servizio.

Nel 1758 la Pembroke salpa per il Canada, un lungo viaggio transeoceanico, il primo per Cook, all’interno di una flotta imponente che conta ben 14.000 uomini pronti a combattere e a strappare alla Francia il dominio finora incontrastato sulla zona, difeso tramite la loro base di Québec.

Ma anche in questa spedizione James Cook ha modo di constatare gli effetti devastanti di un’epidemia a bordo. Colpita dallo scorbuto la flotta di 14.000 agguerriti marinai, il fronte d’urto massiccio che avrebbe dovuto sbaragliare in un solo colpo la base militare francese di Québec, è ridotta al lumicino. Sono necessari mesi di quarantena e la soppressione di tutte le attività di routine per rimettere gli equipaggi in grado di operare.

Ma è un bene, perché mentre i mesi scorrono nella totale inattività, presso la base di Halifax, intanto che le truppe si rintemprano, i ruoli direttivi hanno il tempo e il modo per scandagliare accuratamente la zona, per impossessarsi dettagliatamente della morfologia costiera, e per programmare con maggior consapevolezza i piani d’attacco.

Attaccare la flotta francese, di stanza a Québec, sarà il primo passo di quella che passerà alla storia come la Guerra dei Sette Anni, fortemente voluta da William Pitt, il celebre statista inglese che all’epoca era un virogoso e determinato Ministro della Guerra.

Secondo i piani del celebre statista la conquista di Québec sarebbe dovuta avvenire in tre fasi, seguendo una strategia combinata su diversi fronti d’attacco. È l’unico sistema possibile per sbaragliare le difese dei francesi, che oramai avevano già avuto tutto il tempo per asseragliarsi su posizioni difensive e rendere inespugnabile la loro base con imponenti avamposti fortificati.

Facendo base sulle colonie inglesi, da Sud sarebbe partito il primo attacco, verso il forte Duquesne, poi ribattezzato Pittsburgh in seguito alla vittoria, da SudEst il secondo intervento di sostegno, risalendo la valle dell’Hudson, e infine il pieno attacco frontale dal fiume di San Lorenzo, che andava praticamente risalito per tutto il suo corso al fine di sferrare l’assalto finale e conclusivo.

I francesi hanno tenuto a lungo d’occhio la flotta inglese e i suoi spostamenti, sono pienamente informati dei piani del nemico, ma, avendo avuto tempo a sufficienza per rinforzare le fortificazioni sui lati esposti, non temono minimamente attacchi dal fiume San Lorenzo, luogo notoriamente impraticabile, e reso inacessibile per le asperità naturali, sanno bene quanto il suo fondale sia infido, cosparso com’è di secche, bassifondi improvvisi e rocce affioranti.

Un luogo difensivo già fortificato a dovere da Madre Natura. E in effetti sembra impossibile che un grande vascello da guerra, del pescaccio della Pembroke, appesantito da sessantaquattro cannoni e dalle migliaia di uomini pronte a sbarcare, possa riuscire a transitarvi indenne.

Ma la Marina Britannica ha spesso riservato simili sorprese ai suoi avversari, e in questo caso particolare si deve all’acume dell’Ammiraglio Sir Charles Saunders il rischio di affidare questa determinante quanto infida missione a una nuova leva, il nascente astro della flotta britannica, il futuro comandante James Cook.

Già nel 1711 gli inglesi avevano dovuto subite una disfatta sul medesimo corso d’acqua, quando, costretti a un’infame quanto rapida ritirata, avevano perso buona parte delle venti navi e degli oltre 5.000 uomini impiegati a bordo.

Ma questa volta James Cook, investito di tanta responsabilità, non vuole farsi cogliere impreparato.

Sono notti insonni passate a studiare le mappe, scandagli e misurazioni, rilievi e sopralluoghi, in cui Cook va avanti e indietro lungo il corso del San Lorenzo predisponendo segnali, approntando boe, segnando minuziosamente il percorso che la nave avrebbe dovuto percorrere, zizzagando attorno alle rocce, costeggiando i bassi fondali, risalendo la corrente contraria e orientandosi al buio, nel maggior silenzio possibile e potendo far conto solo sull’invelatura come unica forza di propulsione.

Quella del San Lorenzo risulterà di fatto la prima cartografia illustrata della storia della Marina, un mappa topografica di assoluta precisione, in grado di consentire a chiunque la navigazione del corso d’acqua in qualsiasi condizioni metereologica e in assenza totale di punti di riferimento visibili.

Precisa e dettagliata ogni oltre possibile livello di immaginazione, redatta e stilata con i sistemi di rilevamento piuttosto rudimentali dell’epoca, risulterà essere uno strumento talmente valido da essere ancora consultata ad oltre un secolo di distanza dalla sua stesura.

Il sangue scozzese di James Cook, la sua lungimiranza, la sua prudenza e il suo intuito geniale stillano goccia a goccia da quella mappa che, consegnata a rischio della vita nelle mani dell’Ammiraglio, sarà la carta decisiva in grado di convincere il Comandante della Flotta a sferrare l’attacco.

È la notte più lunga dell’offensiva inglese contro Quèbec, quando a Settembre del 1759 la lunga colonna delle imbarcazioni sfila silenziosamente lungo il corso insidioso del fiume.

Mai navi della Marina Britannica hanno proceduto più lentamente, sembra un’attesa senza fine, un lento stillicidio, gli uomi a bordo fremono, presentono l’attacco, si sentono esposti ad avanzare millimetricamente lungo il fiume, vorrebbero andare più veloci, ma Cook è irremovibile, e guida gli imponenti vascelli della flotta britannica in una maestosa danza a passo d’uomo attraverso le anse del corso d’acqua, evitando le secche e aggirando le rocce aguzze ed affioranti.

Nemmeno una delle imbarcazioni viene perduta, nessuna riamne incagliata, mentre avanzano lente ma sicure a malapena vengono lambite dalle rocce e il convoglio riesce ad evitare anche i galleggianti incendiari inviati contro di loro dal nemico, ormai definitivamente messo sull’avviso.

È giunto il momento per l’Impero Inglese di riscattare il fallimento del 1711, sotto alle fortificazioni di Québec, sui Piani di Abramo, i 9.000 uomini al comando di James Wolfe sbarcano incolumi e agguerriti, e lanciano l’attacco contro i 12.000 uomini schierati sulle roccaforti dei possedimenti di Luigi XV.

Nonostante la perdita sul campo del valoroso comandante Wolfe, sarà una schiacciante vittoria, ottenuta grazie all’intuito del celebre statista William Pitt, all’acume dell’Ammiraglio Saunders, che sapeva scegliere bene i suoi uomini, e alla perizia tecnica del Comandante e Cartografo James Cook.

La fama e l’immortalità di James Cook sono ormai assicurate, il suo nome, legato a quello che sarà uno degli episodi fondamentali per l’esito della guerra dei Sette Anni, viene prescelto da Lord Colville come pilota per i viaggi di esplorazione e rilevazioni da compiere al largo delle Coste Americane.

Lord Colville è al comando dell’ammiraglia della flotta, la Nortumberland, e richiede la presenza di Cook a bordo come pilota e cartografo, nel lungo viaggio programmato per compiere accurati rilevamenti delle zone costiere americane occupate dalle colonie inglesi.

Nei lunghi mesi in cui lo tiene al suo servizio, impegnato a stilare precise e dettagliatissime cartografie, Lord Colville impara ad apprezzare le incredibili doti tecniche, la puntigliosità e  il rigore, ma soprattutto l’estrema dedizione di Cook per gli incarichi a lui affidati, per espletare i quali rinuncia spesso al nutrimento e al riposo.

Sono queste le qualità che giorno dopo giorno contribuiscono ad elevare Cook sempre più in alto nella scala gerarchica della Marina Inglese. Presto gli viene affidato il comando della Grenville, una potente goletta da 68 tonnellate che salpa verso le coste del Labrador e dell’Isola di Terranova con l’incarico di compiere rilievi ed esplorazioni.

Non si potrebbe concepire incarico migliore per un valente uomo di mare come Cook, che ha a questo punto dimostrato di avere nel sangue fame di avventura e sete di conoscenza, giungendo, per puro spirito di ardimento e di perseveranza, al di là di ogni pronostico, ben oltre ai limiti che sembravano per lui predestinati.

Per cinque anni Cook e il suo equipaggio navigano sulla Grenville affrontando mari insidiosi, tempeste artiche, schivando banchi di ghiaccio e colossali iceberg, infide nebbie e clima glaciali.

L’attitudine al Comando di James Cook diventa proverbiale, il suo equipaggio passa presto per essere uno dei più competenti ed affiatati della Storia della Marina Britannica, la mole di dati e calcoli trigonometrici riportata in patria serve per stilare le accuratissime carte marittime della Costa del Labrador e dell’Isola di Terranova.

Tornato in Inghilterra per redarre le osservazioni e le relazioni tecniche che accompagneranno le cartografie ufficiali, Cook in questo momento passa definitivamente alla Storia come l’uomo che di sua propria mano ha contribuito a disegnare una buona parte della superficie terrestre allora conosciuta, consentendo di visualizzare ed intuire rotte che si riveleranno poi decisive per il futuro sforzo espansionistico dell’Inghilterra.

Così un anonimo contadino dello Yorkshire, un modestissimo garzone di bottega, è destinato ad essere studiato sui libri di storia come il più fine cartografo della sua epoca ed eccelso matematico, meritevole di elogi e di riconoscimenti pubblici provenienti dalle cariche più alte dello Stato.

In occasione di un’eclissi di sole, durante il mese di Agosto del 1766, Cook, che era impegnato in alcuni rilievi topografici a Sud Ovest dell’Isola di Terranova, non lontano da Capo Ray, ebbe modo di effettuare una serie di calcoli e rilevazioni sull’insolito fenomeno, elaborate poi in un’accurata documentazione inviata alla Royal Society di Londra.

L’oscuro marinaio di Whitby faceva così il suo ingresso ufficiale nel mondo delle Scienze, e la sua relazione sull’eclissi di sole portò all’attenzione generale dati che non erano mai stati disponibili e che furono fondamentali per il compimento dei relativi studi astronomici, al punto che è tuttora gelosamente conservata presso gli archivi ufficiali di quella che è la massima istituzione scientifica esistente al mondo.

Il passaggio sequenziale dalla vittoria contro la Francia alla stesura delle dettagliatissime mappe costiere del Nuovo Mondo, portò fatalmente la Gran Bretagna all’individuazione di un obiettivo decisamente primario ed altamente strategico.

Occorreva presto trovare nuove vie di comunicazione con le lontanissime colonie situate all’altro apice del mondo, itinerari più brevi, maggiormente affidabili e meno pericolosi di quelli attualmente in uso, che consentissero la libera fruizione dei rifornimenti navali e la consegna rapida delle merci deperibili.

Alla base di tutto, come sempre, un duplice interesse, da una parte individuare nuove rotte commerciali da e per le colonie, dall’altra individuare nuove terre, ancora inesplorate, tra cui la mitica “Terra Australis Incognita”.

Tra tutti i popoli di mare, in ogni latitudine del Globo, era ormai nota la leggenda di questa ipotetica terra australe, situata grossomodo tra Capo Horn e la Nuova Guinea, che si narrava fosse ricca di ogni genere di risorse naturali e di grandi meraviglie naturalistiche.

Presto nella dotta Inghilterra si ingaggia una vera e propria battaglia per ottenere il Governo e il Controllo di quella che, ormai è certo, sarà la spedizione navale più famosa di tutta la storia dell’Impero Britannico.

E in questa competizione, quasi suo malgrado, sarà coinvolto anche James Cook, l’oscuro marinaio di Whitby contrapposto niente di meno che a uno dei luminari più eccelsi della Royal Society, lo scienziato scozzese Alexander Dalrymple.

Sabina Marchesi

James Cook alla scoperta della Terra Australe

Quando, nel 1768 i Lord dell’Ammiragliato Inglese iniziano a progettare un nuovo viaggio nell’Oceano Pacifico, con mire decisamente espansionistiche, alla ricerca della mitica Terra Australis, a Londra c’è grande fermento, tutti sanno che sarà un’occasione memorabile, un’evento irripetibile e sono ansiosi di partecipare alla spedizione del secolo.

Negli ambienti scientifici della capitale londinese comincia a circolare insistentemente il nome dello scozzese Alexander Dalrymple, idografo, navigante, scienziato, membro esimio della Royal Society, quale candidatura migliore per il comando dell’impresa?

Il fatto che in realtà, la mitica Terra Australis all’epoca fosse già stata avvistata ed identificata dal navigatore portoghese Torres, che l’aveva perfino battezzata col pomposo nome di Nuova Olanda, al secolo l’Australia, non sembrò influire più di tanto sulla preparazione della leggendaria missione di esplorazione pseudo scientifica e para espansionistica.

Dalrymple, che da più parti veniva considerato il massimo esperto vivente di questo territorio leggendario, si era candidato a gran voce addirittura per il comando della flotta che avrebbe condotto la Marina Britannica alla scoperta dei nuovi domini Australi.

La spedizione intanto veniva accuratamente mimetizzata sotto falsi scopi ideologici, in realtà, ufficialmente, era stata la stessa Royal Society a richiedere una nave che si recasse nel Pacifico per osservare il passaggio di Venere, a scopi prettamente astronomici e marittimi, degni quindi della massima considerazione. Il fatto che poi incidentalmente la nave, salpando per una rotta sui Mari del Sud, in direzione Ovest-Sud-Ovest avrebbe anche potuto scoprire nuove terre da colonizzare era considerato un fattore puramente collaterale, qualcosa come unire l’utile al dilettevole.

Ma Dalrymple, come tutti gli uomini di scienza di quel periodo, era più borioso che competente, e non poteva certo considerarsi un uomo atto al comando, non aveva le capacità di un leader, era tutto meno che un vero comandante, quando invece per guidare una spedizione tanto lunga ed insidiosa sarebbe occorso decisamente il meglio che la Marina poteva offrire.

L’Oceano Pacifico poi, al di là dell’idilliaco e ingannevole nome, era considerato e a ragione, un mare particolarmente infido, dove tutto poteva accadere, un luogo oltre il Tropico del Cancro e del Capricorno, punto in cui  gli innocui alisei venivano sostituiti da selvaggi venti occidentali, capaci di generare tempeste, tifoni, cicloni ed uragani di tale violenza che un vascello a vela avrebbe anche potuto non avere scampo, se non fosse stato in grado di anticipare e gestire il pericolo.

Occorreva dunque al comando una mano salda, un marinaio competente, un comandante esperto e qualificato. E poi al margine estremo della latitudine meridionale universalmente conosciuta c’era il terribile Capo Horn, funestato dalle onde e dai venti che si incrociavano con quelli provenienti da Nord, l’incubo della navigazione, la nemesi delle imbarcazioni, il cimitero delle navi.

Al largo di Capo Horn, mentre il vento furioso sbatteva le imbarcazioni verso terra, il mare si scatenava con violenza improvvisa, e gli iceberg vagavano alla deriva come proiettili impazziti, capaci di affondare in pochi minuti un’imbarcazione passando attraverso di essa come se fosse burro.

Così l’Ammiragliato, ben deciso a preservare le sue navi e a garantirsi il successo della spedizione, candida d’autorità James Cook, esperto topografo, astronomo, matematico e cartografo ma, soprattutto, competente uomo di mare.

Serio ed affidabile, senza tanti grilli per la testa, disciplinato e cauto, ma dotato di quell’indefinibile istinto in grado di salvare, all’occorrenza, imbarcazioni ed equipaggio dalla disfatta, Cook è anche un uomo del popolo, uno che si è fatto da sé, solido e testardo, capace e determinato, un vero lupo di mare, un tipo quadrato che ispira certo molta più sicurezza dell’aristocratico Alexander Dalrymple, pieno di sicumera, vezzi e capricci.

Così il 25 Maggio del 1768 James Cook esce dai ranghi di Ufficiale Pilota per essere investito d’autorità del ruolo di Tenente di Vascello, comandante della Endevaour e capo assoluto della spedizione scientifica più famosa della Storia.

La Endevaour, il cui nome in lingua inglese significa “tentativo”, è costruita e modellata, su precisa indicazione di Cook, ad imitazione dei solidi e manovrabili “gatti di Whitby” sui quali egli aveva compiuto i primi passi di mozzo.

Niente vascelli militari equipaggiati con quaranta cannoni, niente pesanti e poco maneggevoli fregate, ma un’imbarcazione agile, facilmente governabile, dotata di un’attrezzatura leggera e di un sartiame basico, con un pescaccio minimo in grado di consentirle, all’occorrenza, di restare appoggiata solidamente sul fondo senza correre rischi di capovolgimento, una caratteristica questa decisamente fondamentale in caso di tempesta.

Cook ha quarant’anni, come sua abitudine ha studiato a lungo tutti i dati in suo possesso prima di attuare una qualsiasi decisione, sa che occorrerà impiegare un equipaggio di almeno settanta uomini, una squadra di osservatori scientifici, artisti e scrittori in grado di documentare la spedizione, esperti naturalisti, periti e studiosi, e naturalmente marinai esperti in grado di ingaggiare un combattimento in caso di aggressione da parte delle popolazioni ostili.

La nave che indica per questo scopo alla fine è la scelta migliore, l’unica in grado di navigare in condizioni estreme, a pieno carico, per un periodo che come minimo è previsto essere di almeno due anni.

Alla guida della componente scientifica c’è Joseph Banks, giovane promessa della botanica, accompagnato da astronomi, naturalisti, geografi e naturalmente medici. Tra questi anche David Solander, svedese, l’allievo preferito di Linneo, il più eccelso naturalista di quei tempi.

Ma questo ulteriore carico di persone, che James Cook osserva con quell’occhio critico con cui solitamente i militari squadrano i civili, costituisce una vera spina nel fianco, oltre ai problemi della rotta, al governo della nave, alle insidie del mare e alle tempeste tropicali occorrerà tener d’occhio anche questa ingombrante, ma indispensabile, squadra di scienziati, non avvezzi alla disciplina e alla navigazione, totalmente incontrollabili e per di più circondati da strumentazioni e apparecchiature di ogni tipo.

Il novello Tenente di Vascello James Cook sorveglia i preparitivi con la puntigliosa meticolosità che gli è propria e che in passato lo ha più volte salvato dal fallimento di una missione, presiede personalmente alle operazioni di imbarco, controlla il corretto stivaggio e la distribuzione dei carichi, e supervisiona perfino le derrate alimentari.

Memore delle esperienze passate Cook sa bene che lo scatenarsi di un’epidemia a bordo, nel mezzo dell’Oceano Pacifico e in assenza di coste amiche alle quali attraccare, potrebbe significare la fine della spedizione, e vigila perché sia fatto quanto in suo potere per scongiurare il pericolo.

Una dei flagelli capaci di sterminare in pochi giorni un intero equipaggio era lo scorbuto, una malattia causata dalla mancanza di acido ascorbico, la volgare vitamina C, dalla dieta alimentare dei marinai imbarcati, e che colpiva solitamente le spedizioni impegnate nei viaggi a lungo corso.

All’epoca naturalmente la causa scatenante dello Scorbuto non era ancora stata individuata né scoperta, ma James Cook in maniera empirica, basandosi solo sulla sua esperienze, aveva già focalizzato i pericoli principali, prevenendoli.

La dieta dei marinai a bordo solitamente era costituita da cibi salati e secchi, di facile stivaggio e conservazione, gallette, carne sotto sale, tranci di merluzzo o di baccala esiccati.

Cook dà invece disposizioni per stivare a bordo dozzine e dozzine di barili di crauti acidi, malto, succo concentrato di agrumi, estratto di carne, mosto e infuso di sassofrasso. Impartisce inoltre ordini perentori al cambusiere perché in ogni porto, ad ogni sosta, siano approvvigionate frutta e verdura fresche da distribuire all’equipaggio.

Su questo Cook si dimostrerà inflessibile, giungendo perfino ad infliggere punizioni fisiche ai marinai recalcitranti, ognuno a bordo, volente o noltente dovrà assumere giornalmente la sua porzione di carne fresca, succhi e verdura. Ma Cook sa bene che la disciplina è fondamentale quanto la sicurezza della nave, che non esiste affidabilità delle attrezzature senza l’assoluta dedizione degli uomini al suo comando, e riesce ad averla vinta anche contro le antiche tradizioni marinaresche che inducevano gli uomini a cibarsi solo di gallette, grasso animale, carne sottosale, birra e rum.

La partenza dell’Endevaour dal porto di Plymouth il 26 Agosto del 1768 è un momento solenne nella storia dell’Inghilterra. Quello che sta salpando è il primo di una serie di viaggi di esplorazione destinati ad assicurare alla Marina Britannica la supremazia assoluta sui mari, vengono gettate in questo momento le basi della futura potenza imperialista più forte del mondo.

Durante la prima parte del tragitto, notevolmente tranquillo, fino alle Isole di Capo Verde, Cook ha il tempo di introdurre ulteriori innovazioni nell’organizzazione della vita di bordo, che poi resteranno proprie della tradizione marinaresca inglese.

I classici due turni di servizio diventano tre, di modo che ogni marinaio può godere di un periodo di riposo di otto ore, piuttosto che quattro, le razioni vengono aumentate, la quantità e la qualità del vitto migliorate sensibilmente, gli uomini di riposo sono lasciati liberi di dedicarsi alle attività che preferiscono, a patto di non ostacolare l’espletamento delle normali operazioni necessarie per la navigazione.

Il personale di bordo, sazio e soddisfatto, sarà soprattutto riposato e quindi pronto a dare il meglio nei momenti di pericolo, la coesione a bordo è assicurata, e questo insolito liberismo conquista a Cook la dedizione totale dell’intero equipaggio, che arriva perfino a tollerare senza storcere troppo il naso l’ingombrante presenza dell’equipe scientifica.

«Gli artisti Parkinson e Buchan tenevano i cavalletti tutto il giorno sopra coperta e i naturalisti Banks e Solander erano sinceramente lieti di osservare e annotare tutto. Banks diceva di non aver previsto che il viaggio gli avrebbe dato una simile occasione di studiare anche la vita naturale del mare, oltre alle isole. Egli, Solander e gli altri del gruppo erano sempre affaccendati… Di sera si accendevano le candele per compilare i diari».

Ma a questo punto ormai la spedizione è giunta nel tratto più insidioso, superate le zone tropicali, in vista delle coste della Patagonia e della Terra del Fuoco, si presenta il momento di doppiare il terribile Capo Horn, solo allora si potrà decretare il successo o il fallimento della missione.

Considerato insidioso anche dai Capitani più esperti Capo Horn veniva evitato nella maggior parte dei casi optando per il passaggio alternativo attraverso lo Stretto di Magellano.

Per Cook però e per il panciuto Endeveaour lo Stretto di Magellano è troppo angusto, tortuoso, eccessivamente esposto ad improvvise raffiche di vento, la nave rischierebbe di finire scagliata contro le infide coste rocciose, impossibilitata ad ancorare o a rifugiarsi verso il mare aperto.

Il Tenente di Vascello James Cook decide quindi di doppiare Capo Horn, come ogni buon marinaio sa che in caso di necessità potrà sempre ripiegare al largo, attuando le manovre di emergenza per mettersi alla cappa ove fosse necessario, e contemporaneamente effettua un’altra scelta anticonformista, opta per passare a ridosso dell’Isola degli Stati invece di girarle attorno, attraversando lo stretto del Maine.

Durante questo passaggio, per la prima volta, la Endeavour ha modo di dimostrare la sua migliore qualità, che solo Cook a bordo conosceva bene, la caratteristica di tutti gli agili gatti di Whitby. Messa alla cappa per meglio resistere alla tempesta che li ha colti proprio al passaggio nello stretto, la Endevaour si mostra stabile, di facile manovrabilità e soprattutto affidabile, grazie all’ampia anche se inestetica carenatura.

Costretto ad attendere un clima più temperante che gli consenta di completare il passaggio dello stretto, Cook si ancora nel punto più orientale della Terra del Fuoco, mentre Banks scende a terra entusiasta per effettuare analisi e prelievi botanici sulle nuove e sconosciute specie di quel territorio inesplorato.

Il freddo si fa sempre più pungente, mentre Banks è a terra cala improvvisa la notte, costretto ad attendere il mattino prima di far ritorno a bordo, lo scienziato si risveglia con accanto i cadaveri dei suoi attendenti, morti nella notte per assideramento.

A bordo la situazione non è certo migliore, ci si difende dai rigori del gelo con dosi supplementari di rum, giacconi e coperte di lana fatte distribuire dal Comandante Cook.

Profittando della sosta non programmata l’infaticabile Comandante intanto, incurante del freddo, si dedica ad effettuare misurazioni e rilievi della baia, tracciando una delle sue accuratissime mappe topografiche.

Quando la morsa del gelo mostra di attenuarsi, nonostante la situazione meteorologica ancora disperata Cook decide di ripartire, alla volta dell’infido Capo Horn, che raggiunge dopo pochi giorni di navigazione.

Qui si dedica a calcolarne la posizione esatta, che si rivelerà precisa con un’approssimazione davvero minima, stupefacente per quei tempi tenendo conto dei rudimentali strumenti disponibili all’epoca, il punto da lui stimato risulterà errato di appena 1.600 metri in latitudine e di solo un grado di longitudine, un risultato eccezionale, soprattutto perché ottenuto con misurazioni effettuate a bordo di una nave sconquassata dalla tempesta.

Il passaggio vittorioso di Capo Horn sancisce il definitivo successo della spedizione che da lì in poi procederà a vele spiegate e senza intoppi verso l’Isola di Hahiti, da dove, in conformità alle istruzioni ricevute l’equipe scientifica dovrà effettuare i rilievi astronomici del passaggio di Venere, per poi proseguire il viaggio verso la scoperta delle nuove rotte commerciali e il miraggio della Terra Australis.

Ancora una volta l’oscuro marinaio dello Yorkshire non ha disatteso le aspettative e si è presentato puntuale al suo appuntamento con la Storia, ma non è ancora finita, la lista dei suoi successi sarà destinata ad allungarsi e il suo nome ad essere scritto a lettere d’oro tra gli artefici della Gloria dell’Inghilterra in nome del progresso scientifico e per il dominio incontrastato dei mari.

Sabina Marchesi

James Cook e la Più Grande Spedizione Scientifica della Storia

Il passaggio della Endeavour al largo di Capo Horn è una manovra da manuale.  Dopo aver atteso che le condizioni climatiche si stabilizzassero, nel mezzo del gelido rigore invernale tipico delle zone artiche, James Cook si avvia verso la gloria, ma per arrivare puntuale al suo appuntamento con il passaggio di Venere sopra l’Isola di Tahiti, ha ancora davanti l’ostacolo più duro, il doppiaggio di Capo Horn.

Mentre a bordo fervevano intense le attività di botanici e naturalisti estasiati davanti alle campionature di piante e fiori rari, insetti sconosciuti, e migliaia di esemplari da catalogare, analizzare e studiare, il Comandante Cook è concentrato sulle manovre da attuare per il doppiaggio del famigerato Capo Horn, il cimitero dei vascelli.

Finora il viaggio ha già subito ritardi, le condizioni metereologiche avverse, il maltempo, le continue soste richieste dai botanici per raccogliere esemplari di piante, arbusti e fiori, hanno messo Cook in una condizione difficile, da questo momento in poi qualsiasi ulteriore indugio potrebbe compromettere l’esito finale della spedizione.