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James Cook e la Più Grande Spedizione Scientifica della Storia

Il passaggio della Endeavour al largo di Capo Horn è una manovra da manuale. Dopo aver atteso che le condizioni climatiche si stabilizzassero, nel mezzo del gelido rigore invernale tipico delle zone artiche, James Cook si avvia verso la gloria, ma per arrivare puntuale al suo appuntamento con il passaggio di Venere sopra l’Isola di Tahiti, ha ancora davanti l’ostacolo più duro, il doppiaggio di Capo Horn.

 

Mentre a bordo fervevano intense le attività di botanici e naturalisti estasiati davanti alle campionature di piante e fiori rari, insetti sconosciuti, e migliaia di esemplari da catalogare, analizzare e studiare, il Comandante Cook è concentrato sulle manovre da attuare per il doppiaggio del famigerato Capo Horn, il cimitero dei vascelli.

Finora il viaggio ha già subito ritardi, le condizioni metereologiche avverse, il maltempo, le continue soste richieste dai botanici per raccogliere esemplari di piante, arbusti e fiori, hanno messo Cook in una condizione difficile, da questo momento in poi qualsiasi ulteriore indugio potrebbe compromettere l’esito finale della spedizione.

Sotto gli ordini rapidi e concisi di Cook le vele vengono disposte in modo da sfruttare ogni minimo refolo, la prua al vento, l’Endevaour punta maestosamente verso Nord. Pochi giorni dopo si trova in salvo all’altro lato di Capo Horn, in appena trentotto giorni la Endevaour ha percorso oltre 3.500 miglia, nonostante i fortunali e le intemperie, nonostante le soste forzate e gli incidenti è in perfetta tempistica con la tabella di marcia.

Quasi sorpreso egli stesso di aver doppiato il temuto ostacolo tanto facilmente, Cook annota sul diario di bordo “Una circostanza quasi certamente mai accaduta ad   altri vascelli in questi mari che fanno grande timore per i tremendi   fortunali, tanto che doppiare Capo Horn è ritenuto da alcuni un fatto grandioso, ed altri preferiscono lo Stretto di Magellano”.

Regolare come un orologio, l’11 Aprile la spedizione è in vista della meta, l’isola di Tahiti, l’equipe scientifica pronta a rilevare le misurazioni astronomiche richieste dalla Royal Society in occasione del passaggio di Venere.

Ma la sosta presenta comunque dei rischi notevoli. I marinai sono impazienti di sbarcare, sanno che potranno godere di alcuni giorni di intervallo, e che la nave non potrà ripartire fino a che le rilevazioni non siano terminate, conta su questo scalo tecnico per potersi rinfrancare e distrarre approfittando della leggendaria ospitalità degli indigeni di Tahiti.

L’enorme divario culturale esistente tra gli isolani e gli europei ha generato tra i marinai una sorta di leggenda sulla “disponibilità” delle donne Tahitiane, si mormora che in cambio di pochi oggetti da ferramenta, anche solo chiodi e punteruoli, si possa ottenere la dedizione assoluta per un’intera notte di una di quelle straordinarie fanciulle, con la totale complicità ed il consenso dei loro uomini.

C’è molto di vero, in effetti, fin da quando l’Isola di Tahiti venne scoperta, i meravigliati indigeni si erano dimostrati in carattere con la loro costumanza disponibili a ogni tipo di scambi e di promiscuità in cambio di oggetti come chiodi, martelli e punteruoli. La situazione era tale che altri vascelli britannici, nel corso di soste tecniche forzate, erano stati letteralmente spogliati di chiodi, bulloni, cavicchi e punteruoli, sottratti dai marinai per alimentare lo scambio sessuale con le isolane, fino a comprometterne gravemente la solidità strutturale.

Per questo Cook, ben conoscendo il rischio, aveva già provveduto, saggiamente, ad affiggere in ogni parte dell’Endevaour, avvisi che disciplinavano questo tipo di scambi o rapporti, e vigilava severamente sulle scorte di chiodi e punteruoli di cui si era approvvigionato alla partenza allo scopo di barattarli per procurare pesce fresco, carne di maiale, frutta e verdura fresca ai suoi uomini. L’incubo dello Scorbuto continuava a preoccuparlo ed egli non aveva intenzione di abbassare la guardia nemmeno un minuto, dimostrando una costanza che alla fine andò premiata.

Nel frattempo inoltre i buoni indigeni, molto più evoluti rispetto all’inizio e resi scaltri dalle frequenti soste delle navi commerciali che transitavano sulla loro rotta, avevano provveduto ad alzare i prezzi, tanto che non era più sufficiente una manciata di chiodi per acquistare un maiale, ma occorreva addirittura un’ascia.

Inoltre, sempre per il divario culturale tra le due popolazioni, i Tahitiani erano abituati a sottrarre qualsiasi cosa loro piacesse, ovunque la trovassero, e rubacchiavano con l’entusiasmo di ragazzini ogni oggetto amovibile nel quale si imbattevano, anche se poi non sapevano che farsene.

In questo modo a Cook viene sottratto inspiegabilmente, durante una sua assenza dal Ponte di Comando, il preziosissimo quadrante sul quale era solito effettuare le rilevazioni astronomiche indispensabili per determinare la posizione della nave e stabilire la rotta.

In quel caso Cook riesce a farsi restituire il bene sottratto solo con la forza, sottoponendo gli indigeni a una specie di braccio di ferro, e minacciando di passare per le armi i loro capi tribù.

Perfino Banks, il capo della squadra scientifica, viene depredato nottetempo di apparecchiature e indumenti, con una tale destrezza che si vede privato anche degli abiti che teneva ripiegati sotto il cuscino, proprio dove teneva il capo mentre dormiva.

Intano Venere effettua lentamente il suo passaggio dando modo ai membri della Royal Society di osservare e calcolare le misurazioni occorrenti, in una notte limpidissima e perfetta.

La parte “ufficiale” della spedizione può ora dirsi compiuta, effettuate le rilevazioni astronomiche sul passaggio di Venere, la Endevaour potrebbe in teoria far ritorno a casa, se non fosse per la seconda parte della missione a lei affidata, l’esplorazione delle nuove rotte e il miraggio della Terra Australis.

Colpito dal fatto che, nonostante Tahiti fosse comunque uno scalo di estrema importanza per le navi che solcavano il Pacifico, la posizione segnta sulle carte risultava terribilmente approssimativa, Cook approfitta della sosta per calcolare anche latitudine e longitudine esatte dell’Isola, destinate ad arricchire e migliorare le attuali mappe nautiche che risultano sempre incomplete e notevolmente indeterminate.

È il 13 luglio 1769 quando Cook dà ordine di salpare l’ancora, navigando sulla rotta prestabilita che dovrebbe portarlo verso Sud scopre altre isole facenti parti dell’Arcipelago di Tahiti alle quali conferisce il nome di Isole della Società, in onore appunto alla Royal Society.

Ai capi delle tribù locali il Comandante dona una targa commemorativa che ha il duplice scopo di ingraziarsi la popolazione e di stabilire per tutti i successivi visitatori in maniera inequivocabile che quei territori appartenevano già, di fatto, al Regno d’Inghilterra.  Allo stesso scopo veniva piantate sulle coste e sugli approdi la bandiera con i colori dell’Inghilterra, sancendo il possesso e il dominio delle nuove terre che un domani sarebbero state le nuove basi commerciali per il futuro Impero Britannico.

Così il Comandante Luogotenente Cook punta verso Sud, alla ricerca, finalmente, della mitica Terra Australis, fidando unicamente sul suo istinto di avventura in zone oceaniche non tracciate, su rotte sconosciute. Tutto l’equipaggio è col fiato sospeso quando dopo quattro mesi di navigazione in mare aperto finalmente dalla coffa dell’albero maestro la vedetta di turno lancia il classico grido di avvistamento “Terra! Terra!”.

L’entusiasmo dilaga a bordo irrefrenabile, i membri della Royal Society sono certi, anzi certissimi, di aver trovato il mitico continente favoleggiato da Dalrymple. Scopriranno presto invece che si tratta della Nuova Zelanda, scoperta nel 1642 dall’olandese Abel Tasman, che però si è limitato a tracciarne superficialmente i confini della sola costa occidentale, senza perlustrarla né circumnavigarla totalmente, si tratta dunque a tutti gli effetti di un territorio ancora vergine, totalmente inesplorato.

Sono le 13.30 del 6 ottobre 1769, quando Cook appura, esaminando la rotta percorsa, che la zona di mare dove potenzialmente doveva ergersi il continente leggendario, la mitica Terra Australis, il miraggio all’inseguimento del quale era stata lanciata l’Endevaour, non esiste. Si sono ormai lasciati alle spalle, e da un pezzo, il tratto oceanico indicato dalle coordinate di Dalrymple senza compiere alcun avvistamento.

Nonostante questo però c’è ancora molto da fare. Le isole neozelandesi, potenzialmente ricche di materie prime, cosa certo non visibile a una prima osservazione, sono però completamente ricoperte di verdi prati lussureggianti, particolarmente adatte per l’allevamento di bestiame, e quindi degne della massima considerazione.  Sono inoltre un territorio solo avvistato via mare, la cui posizione è stata appena approssimativamente indicata su una mappa rudimentale da Abel Tasman più di centocinquantanni prima.

Cook allora, dopo aver sedato la strenua resistenza dei Maori, per niente intenzionati a lasciarsi conquistare, tenta l’esplorazione della Nuova Zelanda organizzando via terra una ricognizione con una piccola squadra, ma è presto costretto a desistere a causa delle temperature polari, alle quali i suoi uomini non sarebbero in grado di resistere.

Saggiamente decide di ripiegare su una cirmunnavigazione a vista delle coste, effettuando rilievi topografici e volgendo verso Nord dove è imminente l’approssimarsi dell’Estate.

Durante questo viaggio ricognitivo percorre più di 2.500 miglia, equivalenti a circa 4.000 chilometri, in acque infide e pressochè sconosciute, e per di più situate all’altezza dei Ruggenti Quaranta, una zona considerata pericolosa tanto quanto Capo Horn, o forse di più e che veniva normalmente identificata all’altezza dei 40 gradi di latitudine Sud.

Cook è ai confini del mondo conosciuto, con una sola nave, senza appoggio, in assenza di comunicazioni, agli Antipodi della terra, e privo di un porto amico verso cui riparare in caso di necessità, a bordo di un’imbarcazione già ampiamente provata da oltre un anno di navigazione, eppure trova il tempo, meticoloso e determinato come sempe, di compiere i più appropriati rilievi topografici della costa per disegnare un nuovo pezzo della carta geografica del mondo conosciuto.

Navigando sotto costa inoltre Cook è spesso costretto a ricorrere alla manovra del “tonneggio”, una tecnica che veniva adottata in presenza di venti sfavorevoli e che consentiva all’imbarcazione di avvicinarsi sotto costa in condizioni di relativa sicurezza. In presenza di mare calmo e con venti contrari, era possibile far trainare la Endevaour verso terra per mezzo di due lance calate in mare che letteralmente trainavano l’imbarcazione tramite dei cavi di collegamento.

In meno di sei mesi, in condizioni impossibili, Cook, costantemente impegnato a supervisionare le manovre della nave, a controllare l’equipaggio e a tenere a bada la schiera di civili, medici e scienziati che ospitava a bordo riesce a cartografare l’intero perimetro delle coste neozelandesi. La montagna di dati, rilievi topografici, calcoli, misurazioni, mappe indicative e schizzi serviranno al ritorno in Patria per tracciare la più accurata carta marittima di navigazione mai realizzata, completa di profondità, secche, scogli e insenature.

Terminate le rilevazioni Cook approda per mettere in secco la nave, revisionare la carena, e predisporre l’Endevaour, finalmente, per il lungo viaggio di ritorno.

Nel frattempo il Comandante si prodiga per stabilire proficui e duraturi rapporti di stima e di amicizia con la popolazione locale, vigilando affinchè il comportamento della sua equipe sia ineccepibile e lasciando dietro di sé un eccellente ricordo, che ancora dura tra gli abitanti dell’Isola quando quasi cinquantanni dopo altri Inglesi sbarcheranno sulle loro coste per raccogliere le memorie del grande esploratore.

Con più di diciassettemila campioni di erbe, foglie, fiori, piante, insetti e minerali, rari, preziosissimi e sconosciuti, catalogati a bordo e finemente stivati, la Endevaour si appresta ad intraprendere la strada del ritorno, ma questa volta l’Inverno è decisamente troppo avanzato per tentare la sorte a Capo Horn, e la rotta prescelta è quella verso il Capo di Buona Speranza, toccando le Indie Orientali, l’Atlantico e la punta estrema dell’Africa.

Una circumnavigazione del globo quasi completa, ma è l’unica strada che può condurli a casa.

Bordeggiando l’Isola di Tasmania, scoperta dall’esploratore Tassamo, Cook si trova ad osservare da vicino la costa sudorientale dell’Australia. Sbarcato nella zona che oggi corrisponde al Nuovo Galles del Sud, qui l’Endevaour, alla fine, potrebbe anche essersi imbattutto, anche se notevolmente fuori rotta rispetto alle indicazioni di Dalrymple, nella mitica e favoleggiata Terra Australis Incognita.

Ma a bordo più nessuno ci crede.  Il continente mitico che prospettava agli inglesi grandi ricchezze e risorse naturali, miniere, materie prime, giacimenti, e ogni genere di promesse non sembrava avere infatti nulla a che fare con quella costa desolata che stanno risalendo. Ma anche qui, ligio al suo dovere, il Comandante Cook sbarca e appone le bandiere gloriose di Giorgio III estendendo così i domini dell’Inghilterra oltre i confini del mondo conosciuto. Scruta da lontano uomini neri come la pece che si fanno appena intravedere per poi scomparire, raccoglie animali, piante e minerali rari, uccelli e i frutti di quello che sarà chiamato  “Albero della Gomma”.

La prossima sosta dell’Endeavour è in una grande baia, il futuro porto di Sydney, la capitale odierna dell’Australia. Risalendo lungo la costa Cook raggiunge lo stretto di Torres all’estremo sud della Nuova Guinea, prospicente Capo York, la parte più alta dell’Australia.

In questa occasione ancora una volta la carena provvidenzialmente piatta del “gatto di Whitby” ha salvato l’Endevaour dall’implacabile morso delle barriere coralline.

È il 13 Luglio del 1771 quando la missione di Cook si conclude trionfalmente con l’ingresso nel canale della Manica, vele spiegate e bandiere al vento. Cook riporta in patria ben cinquantasei dei novantaquattro uomini di equipaggio, dopo oltre tre anni di navigazione in acque sconosciute, una nave intatta, e oltre diciasettemila campioni di specie diverse accuratamente catalogate, oltre naturalmente al dominio sui nuovi territori e alle mappe accuratamente cartografate di tutto il mondo allora conosciuto.

Si tratta di un primato senza precedenti, un trionfo assoluto che sancisce definitivamente l’ingresso di James Cook, Comandante Luogotenente, nella Storia non solo dell’Inghilterra ma anche in quella della navigazione di tutti i tempi.

Come soddisfazione ultima nessuno degli uomini perduti è morto a causa dello Scorbuto, Cook conquista dunque anche l’innegabile vanto di aver individuato empiricamente e prima dei competenti scienziati le cause scatenanti del morbo che all’epoca era considerato il vero flagello dei naviganti.

Il London Evening Post commemora così in prima pagina l’avvenimento e l’incredibile successo dell’Endevaour che “ha toccato,  facendo il giro del mondo, ogni costa o isola dove fosse possibile approdare”, e non va molto lontano dal vero.

La comunità scientifica naturalmente dà ampio rilievo ai successi botanici e naturalistici di Bank e Solander, e minore risonanza alle imprese marinaresche e cartografiche di Cook, ma la Marina Britannica non dimentica, e presto saprà offrire a Cook un’occasione ulteriore per dimostrare il suo valore.

Sabina Marchesi