
“Ma mi vedi o non mi vedi ? Mi vedi o non mi vedi ?”
“No,no, Non ti vedo! ” esclamò impaurito il ragazzetto.
“Certo che non mi vedi! Come si può vedere un fantasma ??” urlò quell’altro con tutto il fiato che aveva in gola.
“Fantasmi Fantasmi Fantasmi del nono!”
“Fantasmi! Sì,siamo noi la fantasmeria!” gridarono in coro altri ragazzi, strappandosi le tasche della tuta mimetica, lanciando gli elmetti giù per il corridoio della camerata, prendendo a pugni gli armadietti dei soldati e buttando all’aria tutti i materassi delle reclute, arrivate da pochi giorni a sostituirli le burbe, le spine, i missili ogni caserma li chiamava con il “suo” nome.
“Stanotte non si dorme !I-m-p-a-z-z-i-r-e chi vuol d-o-r-m-i-r-e!”
“Sì, impazzire!Questa è l’ultima notte, la notte dell’alba!” gridò ancora qualcun’altro.
“E’ finita!E’ finita la Babilonia !”
“A casa! Si viaggia tutti a casa!” gridarono infine tutti in coro.
Il conto alla rovescia partito un anno prima era finalmente terminato:da ormai dieci giorni i soldati congedanti si aggiravano per la caserma mostrando il simbolo della “fantasmeria”, un pupazzetto a forma di spettro che era appeso ad una tasca della tuta “mimetica”. Erano sempre smaniosi di scherzare e, talvolta, anche un po’ malinconici perché lentamente stavano scomparendo per sempre dalla vita militare.
C’era da capire tutta questa eccitazione tra i soldati di leva: quel pomeriggio avrebbero varcato il grande portone della caserma indossando la divisa della libera uscita e sarebbero tutti andati in un bel ristorante a farsi un’enorme mangiata liberatoria. Forse avrebbero anche osato rientrare in ritardo, perché si sapeva ormai da tempo che all’ufficio comando caserma i loro congedi erano già pronti, belli e firmati.
Tra i tanti ragazzi euforici c’era anche Giuseppe, che lo era molto meno. Sul suo capo pendeva infatti una condanna, inflitta tempo prima dal tribunale militare: trenta giorni di rigore per aver infranto una serie di regole durante un turno di guardia. Trenta giorni sono tanti. Un mese intero da trascorrere tutto in caserma, mentre i suoi commilitoni sarebbero tornati alla vita civile.
Giuseppe, che era originario di Napoli, aveva fatto un sacco di sceneggiate con il Comandante, pur di vedersi scontati quei giorni di punizione. Ma purtroppo quello era stato irremovibile: gli aveva giusto concesso di andare con gli altri alla cena d’addio, consigliandogli di non fare troppo casino durante la lunga notte dell’alba, perché poi sarebbe stato l’unico a pagarne le conseguenze.
Così, allegro e mesto allo stesso tempo, Giuseppe andò come tutti alla cena e solo grazie ad una bottiglia di rosso corposo riuscì a partecipare ai lazzi di tutta la compagnia, ridendo a crepapelle per tutti i racconti di quei mesi vissuti all’insegna della goliardia militare.
Ma sempre con un nodo alla gola e piuttosto contrariato, fu poi l’ultimo a varcare il portone della caserma, guardando con disprezzo l’ufficiale di picchetto che non vedeva l’ora di ricevere i rapporti del contrappello e di chiudere la lunga giornata facendo suonare il “silenzio”.
Il “silenzio” risuonò, lungo e intenso come non mai : era quello riservato ai congedanti, una solenne melodia che colpiva profondamente.
Subito dopo si udirono delle urla disumane rimbombare nei corridoi, ma nessuno ci fece caso tutti sapevano di cosa si trattasse e quelle stesse urla non durarono che pochi minuti. Poi rimasero accese solo luci delle camerate, perché come promesso nessuno doveva dormire durante quell’ultima lunga notte. Giuseppe non dormì di sicuro: finito di fare casino si stese sul materasso e pensò al tredicesimo mese che aveva di fronte. La notte trascorse molto più quieta di quanto promesso dai congedanti, che si rimisero in movimento solo dopo le cinque e mezza del mattino, spalancando le finestre della camerata in attesa di vedere i primi raggi del sole.
Avete mai aspettato un’alba? Sembra che il buio non se ne vada mai: il cielo resta immobile e tutto intorno pare sprofondato in un sonno irreale. Poi, ecco, un chiarore pallido che s’intravede appena ma che con il passare dei minuti diventa sempre più intenso e d’improvviso, una riga sottile marca l’orizzonte di un’arancione intenso come il fuoco. E’ in quel momento che i ragazzi del nono scaglione si rimisero a gridare, svegliando tutti i marmittoni che dormivano nelle camerata, per poi affacciarsi ancora alle finestre e urlare ai soldati di pattuglia sulla piazza d’armi che era F-I-N-I-T-A.
Il sole diventò alto e qualcuno già si dimenticò di quell’alba: ritirò ordinatamente gli ultimi effetti personali e piegò per l’ultima volta materassi e lenzuola, pronti per essere restituiti al magazzino. Arrivò anche l’ultimo cambio di vestiti; la vecchia mimetica strappata finì in una borsa ed riapparvero jeans,magliette e scarpe da tennis a cui per tanti mesi si era dovuto rinunciare. L’ultima colazione, consumata nella mensa piena di marziani color verde e poi, di corsa, tutti nascosti sotto una tettoia ad osservare la quotidiana cerimonia dell’alzabandiera.
E uno ad uno, finalmente liberi: non si aveva più il dovere di restare in caserma e, solo in quel momento lo si capì, nemmeno il diritto.
Ognuno salutò il commilitone che gli era più vicino, qualcuno lanciò un urlo ai soldati del corpo di guardia, ma tutti varcarono quel cancello per l’ultima volta stringendo in pugno il congedo.
Questo è tutto ciò che vide Giuseppe quel mattino: quando anche l’ultimo congedante scomparì dalla sua vista, triste ma soddisfatto si recò al suo magazzino, dove normalmente raccoglieva i panni da mandare alla lavanderia militare. Trovò gli altri due soldati arrivati in servizio dopo di lui, che lo salutarono senza sapere bene cosa dire: trenta giorni di rigore sono una grande disgrazia!
Giuseppe prese posto alla scrivania, ma non fece in tempo ad aprire il suo registro che il Comandante lo chiamò a rapporto. Sbuffando chiuse il registro con una gran botta e s’infilò di traverso la stupida, il berrettino verde dei militari. Uscì dal magazzino, ma si presentò agli uffici del comando almeno mezz’ora dopo, tanto per far vedere al suo superiore che di lui non gl’importava nulla. Una volta arrivato davanti alla porta del suo ufficio, bussò con una certa forza e gli fu risposto d’entrare.
“Calaminici! Vieni, caro, vieni!”esclamò l’ufficiale con tono beffardo.
“Che c’è signor Comandante? Di cosa ha bisogno ?”
“Calaminici per caso ti sei perso in caserma? Eppure dovresti conoscerla bene la strada per venire nel mio ufficio !”
“No, signor comandante, è che…”
“…E’ che, come al solito, te ne freghi, perché a te, Calaminici, il militare non piace !”
“Eh beh.!.”
“Già. Comunque adesso apri bene le orecchie: oggi si sono congedati i tuoi colleghi del nono scaglione, ma purtroppo abbiamo la disgrazia di doverti ospitare in albergo ancora per un mese.”
“Comandante, caso mai volesse, potrei andarmene anch’io ”
“Magari Calaminici,magari ! Ma non è nemmeno possibile pensare di lasciarti al magazzino lavanderia a fare un cazzo, come normalmente hai fatto in tutti questi mesi!”
“Ma guardi che si sta sbagliando!”
“Zitto, Calaminici, fai silenzio!” ruggì l’ufficiale “Sappi che il maresciallo tuo responsabile mi ha chiesto di sollevarti dall’incarico e quindi tu in magazzino non dovrai mettere più piede per tutti i prossimi giorni che rimangono!”
“Beh, ma allora che resto a fare qui?”
“Guardie!…farai una bella fila di guardie, così imparerai una volta per tutte come si deve farle!”
“Ma no,comandante ”
“Oh sì, invece! Ho pensato già a tutto: hai trenta giorni da scontare e quindi puoi fare benissimo quindici turni di guardia consecutivi!”
“Ma no, comandante, così non si può, non vale!”
“Calaminici, sotto l’esercito vale tutto! E ti ricordo anche che durante i turni di guardia sarai sempre soggetto ai regolamenti previsti dal codice. Quindi se ti beccano ancora a dormire, giocare con il fucile od andare a spasso con le jeep di notte, io ti faccio un culo così!”
“..Comandante..”
“Calaminici, non c’è comandante che regga!” urlò l’ufficiale “Per dodici mesi hai rotto le palle a tutti i graduati di questa caserma! Devo farti l’elenco di tutte le stronzate che hai combinato?…non mi pare il caso! Ma adesso le palle te le rompo per bene io. Quindici guardie, quindi e se sgarri ti becchi altri trenta giorni di rigore! E adesso fila in fureria a farti dare il foglio dei turni: oggi pomeriggio inizi con la prima guardia!”
Giuseppe provò ancora a replicare, ma il comandante balzò dalla sua poltrona come una tigre.
“Sparisci!…non ti voglio più vedere in giro per tutto il prossimo mese! Dovrai diventare trasparente come un fantasma!”
A Giuseppe non rimase che alzare i tacchi alla svelta e recarsi in fureria, con la speranza di riuscire almeno ad ottenere i turni migliori. Ma il furiere aveva già un foglio turni predisposto e firmato dal Capitano di batteria, cui era impossibile cambiare una virgola. Giuseppe lo guardò, vide i turni che gli erano stati assegnati diventò verde.
“Aò Giusè, che ci vuoi fare?Questo ti tocca!”sbottò il furiere.
“Al diavolo!Ma se mi mettessi in malattia?”
“Giusè,non dire minchiate! Ascolta invece: posso scegliere il tuo compagno di guardia e cercherò di mettere sempre qualcuno esperto. Così almeno la notte vi farete compagnia e riuscirete a dormire un po’ per uno!”
“Quindici guardie E siamo a metà novembre .”
“E allora?Dove sta il problema? Un mese passa in fretta e quando avrai finito sarà già Natale!”
“Natale! Beh, ci vediamo dopo, vado in camerata a dormire…”
“Eh no, Giusè, in camerata non puoi starci, lo sai Fino all’ora di pranzo non può entrare nessuno.”
“E allora dove vado? Dal magazzino mi hanno mandato via e il Comandante non mi vuole vedere in giro per la caserma: dice che devo essere invisibile come un fantasma !”
“Fantasma lo sei davvero, quindi vedi un po’ tu basta che non fai altri casini!”
Giuseppe uscì depresso dalla fureria, scese la lunga fila di gradini che portava in piazza d’armi e si rifugiò dietro le cucine. Passò il resto della mattinata in mezzo a cassette d’acqua minerale e a grossi bidoni della spazzatura costantemente assediati da gatti. Dopo l’orario di pranzo tornò ancora in camerata e lì rimase, finché non fu buttato fuori dal piantone di turno, ritrovandosi di nuovo nel cortile della caserma.
La piazza d’armi, immersa nella sottile foschia del mese di novembre, assomigliava vagamente ad un cimitero, frequentato solo da individui mesti che spazzavano continuamente l’asfalto già lindo e da qualche soldato che andava e veniva dagli uffici del Comando. Paradossalmente, Giuseppe trovò un altro rifugio nel gabbiotto dello scarico armi, luogo in cui si svolgeva la procedura di controllo dei fucili dati in dotazione alle guardie e utilizzato solo pochi minuti al giorno Si sedette allora lì a fumar sigarette come un cretino, aspettando il momento di presentarsi in armeria a ritirare il fucile e la dotazione necessaria per il servizio di guardia.
Fare la guardia non gli era mai piaciuto, riteneva fosse una delle cose più stupide dell’Esercito. D’inverno poi era una vera tortura: per coprirsi dal freddo si dovevano indossare delle pesantissime palandrane unte e bisunte, oppure se pioveva, dei mantelli di plastica verde usurati e puzzolenti del fiato di chi li aveva usati precedentemente. Per non parlare della sacca che conteneva la maschera antigas, che non essendo dotata dei filtri, non serviva a praticamente a niente era giusto utile a nascondere merendine e bottigliette di cordiale. Poi, infine, il pesante elmetto di ferro, obbligatorio d’inverno ma non d’estate, perché seguendo la bizzarra logica militare, grazie al caldo d’agosto i proiettili sparati dal nemico erano più innocui. Comunque, alle quattro di pomeriggio in punto, Giuseppe iniziò a montar di guardia dentro all’angusta casetta che presidiava tutta la piazza d’armi, solo come un derelitto e con un cazzo di fucile che non sapeva mai dove appoggiare.
Il servizio consisteva in quattro turni di due ore ciascuno, da fare in solitaria durante il giorno e in coppia durante la notte, girovagando per i cortili e i capannoni della caserma. Durante le ore di riposo si rimaneva nelle stanze del Corpo di guardia, a guardar la televisione o a dormire vestiti in branda, perché bisognava essere sempre pronti per qualsiasi evenienza.
Il primo dei quindici servizi di guardia trascorse senza problemi, e alle quattro del pomeriggio seguente Giuseppe tornò in armeria a consegnare fucile e carabattole varie. Finalmente fu libero di entrare in camerata a dormicchiare sulla rete della branda, per poi cenare in mensa. Alle diciotto scoccò la libera uscita, ma non per lui: i trenta giorni di rigore consistevano anche nel non poter assolutamente lasciare l’area della caserma. Giuseppe quindi andò allo spaccio dove s’ubriacò con qualche birra, attaccando anche briga con una burba, così,anto per sfogarsi.
Si presentò poi completamente ubriaco al “contrappello dei puniti”, ma non gli fregò un bel nulla. Dopo di ciò, non gli rimase che tornare in branda e addormentarsi quieto sotto le luci blu della camerata di cui era capo supremo: essendo un “fantasma” tutti i soldati gli dovevano rispetto.
Il mattino dopo la sveglia suonò come sempre alle sei e mezza, ma Giuseppe rimase in branda fino alle sette, quando il sergente di giornata lo obbligò con le cattive ad alzarsi da letto. Scocciatissimo Giuseppe rifece il letto a malo modo, indossò la mimetica e andò in mensa a far colazione, restandoci sino alla chiusura. Buttato fuori anche da lì, si diresse al magazzino e si fece dare una coperta, andando poi sotto i capannoni dove erano parcheggiati i camion militari. Ne trovò uno in panne e salì in cabina; si sdraiò sui sedili e si coprì per bene con quel panno di lana pungente, continuando a dormire sino all’ora di pranzo.
Giuseppe, da vero fantasma, non si faceva vedere in giro se non per lo stretto necessario e tanto meno nessuno lo andava a cercare, visto che non faceva più parte di nessuna struttura operativa. Gli unici appuntamenti a cui non mancava mai erano quelli del pomeriggio davanti all’armeria e la presenza obbligatoria al contrappello dei puniti.
Passarono così diversi giorni, in cui Giuseppe si accorse di essere ignorato da tutto e tutti: sentiva la stanchezza di quella vita vuota cui era obbligato a sottostare, del non trovare il minimo senso in quello che faceva e il profondo distacco degli altri soldati, che avevano accettato in fretta la sua situazione di guardia forzata come se fosse una questione che non riguardava nessuno. Tutto questo lo deprimeva sempre di più e quando provava a bussare alla porta di qualche ufficio o magazzino, già sapeva di non potervi rimanere a lungo: sarebbe fatalmente arrivato un sergente, un tenente o un maresciallo, che lo avrebbero mandato via da quel piccolo reparto cui lui non apparteneva.
A Giuseppe erano invece destinati i camion abbandonati su cui dormire, i magazzini degli scarti dietro le cucine, le zone con i grandi contenitori dei rottami, oppure quella pietraia lontana e isolata dove ogni tanto si rifugiava qualche imboscato a farsi una canna, nascondendosi dentro alle buche scavate durante qualche esercitazione d’assalto di fanteria.
In tutto questo peregrinare, ogni tanto rigirava tra le dita il suo pupazzetto della fantasmeria:un piccolo omino di plastica, un classico fantasma di quelli che infestano i castelli, un lenzuolo bianco con le labbra rosso sangue e con due puntini scuri al posto degli occhi.
Quanta malinconia quando faceva la guardia di sera isolato nella piazza d’armi, quasi immerso nel buio della piccola e stretta garitta sovrastata dai palazzi militari, dove si vedevano le luci tenui e sfumate di uffici e camerate. Poi si aggiungeva a dare tristezza anche il freddo di novembre, l’odore dell’erba di qualche marcita o il profumo di legna bruciata. Invece, di notte, era un continuo camminare avanti e indietro per i cortili e sotto i capannoni, con un compagno con cui magari si chiacchierava, ma sempre di argomenti che si sorbiva ormai da un anno.
Poi, quando si facevano le quattro di notte, arrivava il momento più difficile: ci si voleva fermare da qualche parte per riposare e dormire almeno un poco, ma rimaneva sempre il terrore di addormentarsi e di essere sorpresi dal Comandante della guardia o ancor peggio, dall’ispezione a sorpresa di un ufficiale. Sette guardie e quindici giorni erano già passati, e Giuseppe non ce la faceva quasi più: gli sembrava di essere intrappolato in un tunnel infinito. Ma, eppure, si ricordava bene le giocose giornate in libera uscita trascorse al mare con i compagni, e quella bella ragazza che lavorava nella pizzeria del paese, si ricordava di quando erano usciti insieme e avevano fatto anche l’amore.
Ma, cazzo, adesso era lì, tra le mani di quel Comandante, un fottuto tenente colonnello che sapeva benissimo quale brutto dispetto gli aveva tirato: non solo le quindici guardie, ma soprattutto l’isolamento e le giornate vuote in cui non sapere nemmeno dove rifugiarsi. Arrivò l’ottava guardia e Giuseppe e il suo compagno montarono anche il turno delle quattro di notte. L’aria era gelida e il comandante della guardia li abbandonò frettolosamente nel punto stabilito, portando con sé i soldati appena sostituiti. La nebbia che si sollevava da terra quasi lambiva le ginocchia, e dopo pochi minuti le dita dei piedi iniziarono a gelare.
“Giusè, questa è una brutta notte!”esclamò il suo compagno”Ci conviene imboscarci nel locale caldaie, altrimenti diventeremo presto di ghiaccio!”
“Mhh Sei sicuro che stanotte non arriverà il Capitano a fare un’ispezione?”
“Al furiere non risultava nulla, però non saprei!”
“Allora, dai, andiamo alle caldaie: staremo dentro mezz’ora ciascuno.”
I due si incamminarono verso il palazzo dove c’erano le camerate dei soldati, e arrivarono davanti alla grossa porta di ferro che custodiva il locale caldaie: veniva sempre lasciata aperta da chi si occupava della manutenzione in silenzioso accordo con tutti, per permettere alle guardie d’entrare a riscaldarsi.
“Dai, entra tu per primo.” disse Giuseppe, “Io resterò all’angolo del palazzo e terrò d’occhio il Corpo di guardia: chiunque venga a fare ispezioni, passerà per forza da lì.”
Il soldato non si fece ripetere due volte l’invito e si infilò nella stanza delle caldaie, mentre Giuseppe si appostò in un angolo buio, da cui si vedeva un’ampia area della piazza d’armi. Passarono parecchi minuti ed un paio di sigarette, con lo sguardo fisso verso il Corpo di guardia. Il freddo aveva congelato tutta la caserma e stava iniziando a far presa anche su Giuseppe, che cominciava a sentirsi sempre più stanco e assonnato. Provò a fare un passo, ma non ci riuscì: i piedi sembravano bloccati e non volevano saperne di muoversi.
In quel momento si pentì di essere rimasto a fare la guardia da solo; chiuse gli occhi solo per qualche secondo, ma quando li riaprì vide davanti a sé una sagoma umana immersa nella nebbia. Rapidamente cercò di rianimarsi e con voce roca intimò “l’altolà”. La sagoma, distante pochi metri da lui, dapprima non si spostò di un centimetro, ma poi mosse un passo nella sua direzione.
Giuseppe allora mise mano alle giberne che contenevano i caricatori del fucile e cercò di armarlo il più velocemente possibile, ma una forza misteriosa glielo strappò di mano, facendolo cadere a terra.
“Fermati, Giusè non avere paura ” esclamò la misteriosa figura.
Il soldato iniziò a tremare come una foglia e non riuscì nemmeno a rispondere, mentre la sagoma si avvicinò sempre di più al soldato intirizzito.
“Trenta giorni di rigore sono tanti, vero Giusè?”
D’improvviso Giuseppe trovò un po’ di coraggio: “Chi sei? cosa vuoi da me?! Vattene!”.
“Sono semplicemente un fantasma, come te ” rispose la sagoma.
Giuseppe sembrava paralizzato, ma poi riuscì ad estrarre la baionetta e a scagliarsi addosso alla figura con l’intenzione di colpirla. Ma il gesto fu inutile: la baionetta attraversò il vuoto, il nulla pura e semplice aria, tinta di sfumature di grigio.
“Fermati, cosa fai?” esclamò la sagoma ridendo “I fantasmi non si posso ammazzare! Calmati,invece non ti succederà nulla voglio solo essere ascoltato.”
“Prima restituiscimi il fucile!” cercò di replicare Giuseppe.
“Ah, certo,il fucile! Ecco, puoi riprenderlo, ma stai tranquillo non ti servirà affatto!”
Esattamente come prima, una forza misteriosa sollevò il fucile da terra e lo fece lievitare davanti al soldato, che lo afferrò impaurito.
“Bene Si stava parlando dei tuoi trenta giorni di rigore ”
“E tu cosa ne sai?…e chi cavolo sei ?”
“Sai Giuseppe, sono dieci anni che scorrazzo tra le mura di questa caserma ormai so sempre tutto.”
“Ah sì? Visto che sei così bene informato, prova a dirmi perché mai ho preso trenta giorni di rigore!” esclamò il soldato con aria di sfida.
“Uh! Quella storia divertente! L’estate scorsa, tu e quel ragazzo di Torino durante un turno di guardia avete preso una jeep e in piena notte vi siete messi a fare fuoristrada nel campo d’addestramento dei cingolati! Peccato che avete spaccato un semiasse! Ah, ah, ah!”
“Che cazzo ridi, cretino di un fantasma?!”esclamò Giuseppe molto contrariato.
“Rido perché posso è una delle poche cose umane che mi sono rimaste.”
“Comunque è vero è andata proprio così. Solo che a quello di Torino non hanno fatto un cazzo perché era il nipote di un maresciallo e invece a me hanno dato trenta giorni di rigore!”
“Porta pazienza a me è andata molto peggio.”
Giuseppe rimase in attimo in silenzio e poi, stranamente, accettò l’idea di aver a che fare con vero fantasma. Così, senza più pensarci, continuò a fare domande.
“Ma cosa ci fai qui? Non ho mai sentito parlare di caserme infestate dai fantasmi!”
“Tutti pensano ai fantasmi come a qualcosa di sovrannaturale, come ad un qualcuno che continua ad esistere in qualche forma dopo la sua morte.
Invece, a volte, si scopre purtroppo che per essere un fantasma non è necessario essere morti… giusto?”
“Ma cosa stai dicendo?”
“Forse i sentimenti dolorosi che hai provato in questi giorni non ti hanno fatto sentire come un fantasma? Sai chi è veramente un fantasma? E’ qualcuno intrappolato in una realtà da cui non riesce ad uscire, talmente pesante ed insopportabile da non sembrar vero che possa esistere. Tutto quello che lo circonda è come silenzio, è una quiete, un ambiente immobile, la staticità più estrema un mondo vuoto, dove chi ti passa vicino ti sfiora senza darti peso o ancor peggio ti schiaccia completamente. Fantasma è chi è dentro a questo schema. E non può uscirne, perché c’è qualcosa che lo tiene come legato, costretto da pesante catena che non riesce a spezzare almeno non da solo. Esistono molti più fantasmi di quello che pensi e si possono fotografare con molta facilità! Ah, ah, ah!!”
“..Insomma, cosa vuoi da me?”
“So che odi fare le guardie. Potresti aiutarmi e nello stesso tempo aiutare anche te stesso. Dieci anni fa ero un ragazzo come te, ed ero qui a svolgere il servizio militare: mi piacevano le armi, ne ero affascinato e maneggiarle mi dava un senso di forza e sicurezza. Poi ho capito il perché, ma purtroppo in maniera tragica.”
“Cosa è successo?”
“Durante un turno di guardia mi sono messo a giocare con il caricatore e ho perso un proiettile tu sai bene che è una grave infrazione del regolamento militare. Il Comandante della caserma, proprio lo stesso che ha punito anche te, mi diede sessanta giorni di rigore, tutti da scontare in turni di guardia. Le cose andarono più o meno come a te, ma con una fondamentale differenza: io ero un debole e per questo motivo amavo le armi. Mi piaceva giocarci possederne una mi faceva sentire protetto da qualsiasi cosa! Ero giovane, mi piaceva la vita, ma non sopportavo sofferenze e disagi: nelle lunghe notti d’inverno fare la guardia mi spaventava, perché ero da solo, sulle altane ormai abbandonate che ancora oggi puoi vedere in questa caserma. L’unico sollievo che avevo durante le notti era quello maneggiare quelle armi che mi infondevano tanta sicurezza. Ma durante un’ennesima notte da trascorrere sull’altana, mi prese un senso di sconforto e di paura. Ero a parecchi metri da terra, in balia dell’aria gelida dell’inverno guardavo in basso e attorno a me non c’era nessuno: solo nebbia, illuminata a malapena dai riflettori. Il freddo che mi spaccava le dita, il latrare dei cani, i miei commilitoni lontani dentro di me il pensiero di decine di notti ancora da trascorrere così, e forse, non so, di quella ragazza che avevo perso poco tempo prima Non me ne sono nemmeno accorto, ma mi sono trovato con il fucile carico in mano: avevo paura, paura della vita che ti lascia solo in un attimo E’ successo in un istante,mi sono sparato in bocca.”
Giuseppe rimase in silenzio, ammutolito.
Cercò di riprendersi, di assicurarsi che fosse soltanto un sogno: ma di fronte a lui c’era davvero la sagoma di un uomo che gli stava parlando e che, avvicinandosi sempre di più, mostrò il volto devastato da una profonda ferita. Il soldato allora scoppiò a piangere e supplicò il fantasma di andarsene urlando.
“No, Giusè, non piangere, non urlare aiutami invece!!
“Ma come, pazzo ragazzo? Come posso aiutare uno che è morto??
E poi, come hai potuto ?…spararsi per un turno di guardia ”
“Oh… Un turno di guardia è solo il meccanismo finale: sai quanti si tolgono la vita in un momento di debolezza? Io, che sono un fantasma vero, ti posso assicurare che tutte queste persone erano fantasmi da sempre, ancor prima di morire Soli, con un gran senso di vuoto e di inutilità del resto lo hai provato anche tu in questi giorni, grazie al fatto di non aver seguito le regole imposte dall’Esercito.”
“L’Esercito! Le regole! In nome di quale diritto?” esclamò Giuseppe visibilmente alterato.
“Questo non lo so” rispose mesto il fantasma,“ma nel mondo ci sono molti altri fantasmi come te, che non hanno voluto seguire delle regole. O forse sono solo dei deboli come me, che non hanno ancora avuto la forza di spararsi.”
“Amico Fantasma chiunque tu sia fa freddo,e questi sono discorsi terribili. Dimmi, invece cosa posso fare per aiutarti?”
“Vieni, seguimi: forse le cose stanotte potranno finalmente cambiare. Non preoccuparti del resto: nessuno verrà d’ispezione e il tuo compagno si è addormentato nella sala caldaie.”
La sagoma del fantasma si avviò verso i cortili più esterni della caserma, seguita passo passo da Giuseppe e si fermò poco dopo vicino ad una vecchia altana, chiusa e abbandonata da tempo.
“Siamo arrivati”esclamò il fantasma”vedi quel tombino? Lì sotto c’è il proiettile che avevo perso. L’ho finalmente trovato quando hanno rimosso il piccolo magazzino di lamiera ormai marcia, qui accanto. E’ successo un paio di mesi fa :il magazzino era ridotto ad un nido di vespe e calabroni.”
“Sì, me lo ricordo anch’io era pieno di scritte incise con la baionetta, doveva risalire almeno a vent’anni fa.”
“Quella notte persi il proiettile proprio in questi paraggi Era buio e cadde dall’altana andando ad infilarsi sotto al magazzino, dove rimase poi per anni. Rimuovendo il magazzino, il proiettile è rotolato casualmente dentro al tombino: se guardi con attenzione attraverso le feritoie si vede abbastanza bene… nonostante sia passato tutto questo tempo, si è arrugginito appena.”
“Ma non hai provato a cercarlo ?”
“Disperatamente, per tutto il resto del turno, e anche il giorno dopo finché ho dovuto confessare d’averlo perso giocando con il caricatore.”
“E nessuno lo ha più cercato?”
“No, perché un proiettile non interessa a nessuno. Il problema è perderlo e infrangere la consegna.
Non si tratta di un oggetto di valore e non è pericoloso anche se rimane incustodito. Chiunque avrebbe potuto trovarlo, ma lo avrebbe posseduto sotto la sua responsabilità. In fondo, l’ultima volta che sei andato al poligono di tiro, non hai preso anche tu di nascosto un proiettile inesploso?”
“Ma allora sai proprio tutto!”
“Eh già! Allora mi aiuti a recuperarlo? Cerca una sbarra di ferro e scopri il tombino è poco profondo e se ti stendi per terra puoi infilare dentro un braccio con facilità.”
Giuseppe abbandonò per qualche minuto il fantasma, e tornò con un robusto piede di porco, prelevato dalla dotazione d’emergenza di un camion; sollevò il tombino, si sdraiò ed iniziò tastarne il fondo, finché con le dita intercettò un piccolo oggetto metallico: lo afferrò con molta attenzione, lo estrasse e lo pulì con il fazzoletto ed ecco che riemerse dalla fanghiglia un vecchio proiettile semi ossidato.
“Evviva! c’è l’hai fatta! Sono quasi libero!” esclamò il fantasma.
“Cosa vuol dire quasi libero?”
“C’è ancora una cosa da fare, la più importante: domani dovrai consegnare personalmente questo proiettile al Comandante della caserma.”
“Cosa? Ma tu sei proprio pazzo!”
“No, dai, per favore devi fare come ti ho detto! Questo maledetto proiettile ha causato la mia disgrazia e solo consegnandolo al Comandante sarò libero di lasciare questa caserma e terminare la mia vita terrena!”
“E come faccio? Con che faccia mi presento al Comandante? Non posso certo raccontargli di aver aiutato un fantasma!”
“Io non sono un fantasma qualunque sono ciò che è rimasto di Colucci!”
“Colucci? E chi sarebbe?”
“Colucci era il mio cognome da vivo. Quando mi suicidai, venne fuori questa storia del proiettile smarrito e dei pesanti metodi punitivi utilizzati dal Comandante. Venne degradato dal tribunale militare e non poté più fare carriera: per questo motivo è ancora in questa piccola caserma dopo dieci anni. Ma con il passare del tempo i suoi superiori hanno dimenticato l’accaduto e lui, ormai lontano da quella burrasca giudiziaria, ha ripreso le sue spiacevoli abitudini. Se tu gli consegnerai questo proiettile facendogli il mio nome, vedrai che ti lascerà in pace o perlomeno dovrà esonerarti dal servizio di guardia. Tra un paio di settimane torneresti tranquillo a casa mentre io sarò finalmente libero!”
“Come fai a esserne così sicuro?”
“In questa caserma non c’è più nessuno che conosca la storia del soldato Colucci: tutti gli ufficiali e i sottoufficiali che erano qui dieci anni fa sono stati trasferiti da un pezzo. Lui è l’unico a sapere una brutta storia, che ormai fa parte del passato Ma che sta anche molto bene dentro ad un registro della caserma ammuffito e dimenticato Capisci cosa intendo?”
“Ho capito fin troppo bene!”
“Allora siamo d’accordo: domani ti presenterai al Comandante e gli consegnerai il proiettile a mio nome, io sarò con te e questa volta non sarò del tutto invisibile!”
“Cosa intendi dire?”
“Vedrai.. domani vedrai…” rispose ridendo il fantasma, svanendo nella nebbia.
Giuseppe rimase esterrefatto per qualche istante, anche se era certo di quanto era successo: aveva in mano quel benedetto proiettile, e di fronte a lui c’era ancora il tombino spalancato.
Lo richiuse buttando poi il piede di porco in un angolo e andò di corsa a svegliare il suo compagno addormentato nel locale caldaie, visto che di lì a poco sarebbe arrivato il comandante della guardia a portare il cambio.
La mattina seguente Giuseppe si svegliò sulla branda del Corpo di guardia, e per prima cosa mise una mano in tasca: ne uscì il famigerato proiettile, e a quel punto fu pienamente convinto di non aver sognato.
Uscì dal Corpo di guardia, si recò allo spaccio a fare colazione e quindi si diresse verso gli uffici del Comando; davanti all’ufficio del Comandante ebbe un attimo di esitazione, ma poi sentì un qualcosa dentro di sé che gli diede in necessario coraggio. Bussò con decisione e, sentito l’invito ad entrare, fece un ingresso plateale e il Comandante, come al solito sprofondato in poltrona, proruppe con il suo tono beffardo.
“Calaminici!! Che cazzo ci fai qui? Mi sembrava di averti ordinato di non farti più vedere fino al termine della punizione!”
“Certamente signor Comandante, ma sono venuto nel suo ufficio perché devo consegnarle personalmente una cosa.”
E senza attender repliche,Giuseppe infilò la mano in tasca, prese il proiettile e lo appoggiò sulla scrivania, proprio sotto il naso del Comandante.
“Calaminici! Da dove salta fuori questo cazzo di proiettile arrugginito?”
“Me l’ha dato un certo soldato Colucci, pregandomi di consegnarlo personalmente a lei.”
Sentendo pronunciare quel nome, l’ufficiale rimase allibito; poi allungò la mano sulla scrivania e afferrò il proiettile, ma in quello stesso istante si spalancarono con violenza le finestre dell’ufficio facendo volare per aria tutte le scartoffie appoggiate sulla scrivania. Subito dopo tutte le luci dell’ufficio iniziarono a ronzare all’impazzata emettendo una luce bianca sempre più incandescente, finché esplosero con fragore. A quel punto l’uomo ebbe una terribile visione: il volto di Giuseppe, in piedi di fronte a lui, si trasformò per qualche secondo in quello deturpato dalle ferite di Colucci.
“Colucci…” balbettò il Comandante.
“Sì, signor Comandante ” rispose Giuseppe “..proprio il soldato Colucci.”
Improvvisamente si sentì bussare alla porta ed entrò un tenente di compagnia:
“Signor Comandante, cosa succede ? Abbiamo sentito un frastuono ”
“Niente, tenente, non è successo niente…” rispose il Comandante cercando di ricomporsi, “E’ tutto a posto Torni pure nel suo ufficio.”
Il tenente tentò di replicare, ma un ruggito dell’ufficiale lo convinse a togliere il disturbo immediatamente.
L’ uomo, visibilmente impressionato, si rivolse di nuovo a Giuseppe:
“Tu Cosa ne sai del soldato Colucci?”
“Oh so molte cose praticamente tutto.”
“Calaminici, benedetto ragazzo”supplicò l’ufficiale con aria amorevole”mi vuoi spiegare dove sei andato a prendere questa storia del soldato Colucci?”
“Non ho nulla da spiegarle, signor Comandante: Colucci mi ha semplicemente pregato di consegnarle il proiettile che aveva perso dieci anni fa, durante un turno di guardia in altana.”
“Colucci è morto!”urlò il militare”Morto, capisci?! Morto! Il mondo si è dimenticato del soldato Colucci, e io non voglio più sentir parlare di lui!”
“Mi dispiace, ma questo è stato possibile solo fino a ieri notte ”
Il Comandante sprofondò nella poltrona, fece un lungo sospiro e quindi invitò Giuseppe a sedersi di fronte a lui.
“Calaminici, io non so come sei venuto a sapere quello che è accaduto al soldato Colucci ma, se non ricordo male, a te non piace fare il militare .non è così?”
“Sissignore.”
“Molto bene. Allora adesso vai in camerata a fare le valigie, e tra un’oretta passi in fureria. Lì troverai una licenza premio firmata da me. Poi ti presenti all’ufficiale di picchetto, gli fai vedere la licenza e chiedi di chiamare un taxi per andare in stazione.Quando sarai arrivato a casa, non dovrai preoccuparti più di niente: prima che scada la tua licenza ti sarà già arrivato il foglio di congedo illimitato. Ci siamo capiti, Calaminici?”
“Sì, signor Comandante.”
“Bravo! Vai pure a fare come ti ho detto, e mi raccomando: non raccontare a nessuno del soldato Colucci… In fondo, chi lo conosce più?”
“Certo, ormai più nessuno si ricorda di lui.” rispose Giuseppe, alzandosi dalla poltroncina ed abbandonando il Comandante sconfitto nel suo ufficio.
Visibilmente sollevato, andò in camerata a preparare la valigia, lasciando tutto il resto nell’armadietto incustodito. Poi passò in fureria, appena in tempo per vedere il furiere che registrava la sua licenza su un grosso libro. In meno di un quarto d’ora Giuseppe era fuori dalla caserma, a bordo di un taxi diretto verso la stazione. Una volta arrivato, consultò gli orari dei treni, fece il biglietto e si sedette pazientemente su una panchina ad aspettare il primo diretto che lo avrebbe portato verso casa. Gli venne voglia di fumare e si mise a frugare nelle tasche, ma invece del pacchetto di sigarette trovò il pupazzetto bianco della fantasmeria.
Iniziò a rimiralo e a rigirarlo come al solito tra le dita, ma questo magicamente cambiò colore, mentre il volto stilizzato del pupazzetto per qualche secondo prese una parvenza umana.
Diventò trasparente sino a scomparire dalle sue mani e infine Giuseppe udì distintamente una voce tenue e lontana ringraziarlo.
“Figurati!”pensò Giuseppe “Se non ci si aiuta tra noi fantasmi !”

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