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Ma quando è nata realmente l’Archeologia?

Vi sorprenderà saperlo, ma l’Archeologia era praticata già dagli antici storici. Ne troviamo una prova tangibile nelle opere di Tucidide e di Platone, che seppero riportare nei loro testi le poche testimonianze materiali disponibili all’epoca atte a ricostruire la storia, e la presenza, di antiche civiltà scomparse.

Ma il reale tripudio dell’Archeologia si verificò nel periodo classico, quando l’Umanesimo, con il suo grande amore per il passato, scatenò una vera e propria corsa al collezionismo di opere antiche greche e romane. Statue, manufatti, anfore, vasi, bassorilievi. Tutto ciò che era di provate origini diventava preziosissimo e se questa affannosa ricerca fu improntata più al gusto del possesso che non al piacere della conoscenza, tuttavia ingenerò sul campo l’apertura di una vera e propria caccia al tesoro, e al reperto. Tuttavia occorrerà attendere a lungo prima che questa frenetica ricerca conduca a qualcosa di più che non il semplice appagamento del lato edonistico, risale al 1764 a firma di Johann Joachim Winckelmann, il primo compendio letterario che in qualche modo tentava di stabilire una collocazione spazio temporale ai reperti fino ad allora ritrovati. Nella sua Storia delle Arti del Disegno presso gli Antichi, Winckelmann espose una delle prime teorie archeologiche che mirava ad inquadrare le opere d’arte greco-romane in un’adeguato contesto storico. Ma ancora quello era l’unico, e il solo, campo d’interesse per una scienza che veniva intesa solo come studio delle sole opere d’arte che rientravano nel gusto estetico dell’arte neoclassica. Inoltre fino a un dato momento i reperti venivano classificati solo in base alla loro classicità esteriore, e alla loro rispondenza a determinati canoci di bellezza e perfezione, ignorandone completamente l’antichità o il corrispondente valore storico.

Solamente nel 1901 con il saggio del viennese Alois Riegl sull’Industria Artistica TardoRomana, si iniziò a suggerire che un’opera d’arte avesse un suo valore precipuo in relazione al periodo storico, artistico e culturale di appartenenza, e non, viceversa, alla sua aderenza a un presunto ideale di formalismo estetico. Finalmente la ricerca si apriva, in generale, a tutti i manufatti artistici dell’epoca classica, e non solo più all’arte Greca e Romana. Risalgono al XVIII secolo i primi ritrovamenti nei siti archeologici di Pompei e di Ercolano, a al XIX secolo l’apertura dei cantieri di scavo in Egitto, in Mesopotamia, a Cnosso e Troia. Le porte del passato si aprono però definitivamente solo con la decodifica della scrittura geroglifica egiziana ad opera di Jean-Francois Champollion, e alla decifrazione della scrittura cuneiformica mesopotamica ottenuta da Georg Friedriche Grotefend.

Ma ancora l’Archeologia è una specie di sport di elite, qualcosa a cui si dedicavano entusiasticamente, e poco professionalmente, grandi sognatori e visionari sostenuti e finanziati da munifici mecenati e cultori dell’arte, spesso a scopi personali, a mezzo di scavi non autorizzati e non organizzati. Come nel caso delle rovine di Troia, scoperta fortunosamente da Heinrich Schliemann nel 1873, furono irrimediabilmente compromessi siti di importanza mondiale, numerosi reperti andarono perduti, e vennero compiuti errori di datazione praticamente irrecuperabili. Ciò nonostante il debito che l’Archeologia deve riconoscere nei confronti di questi entusiasti dilettanti e appassionati è immenso, perché senza di loro, senza la loro abnegazione totale, senza i loro finanziamenti, senza il loro coraggio e i loro sogni, oggi l’uomo non potrebbe vantare il patrimonio storico e archeologico che invece possiede, e non sarebbe in grado di approfondire, sostenuto dalla scienza e dalla tecnologia, una delle discipline più affascinanti che esistano. Per cui, nonostante i siti archeologici fossero ancora di fatto dei semplici lavori di scavo approntati in maniera casuale allo scopo di rinvenire manufatti ed opere d’arte destinati ai musei, o peggio, alle collezioni private, tuttavia furono anni di intense scoperte, che in ogni caso arricchirono il sapere dell’uomo e soprattutto generarono la curiosità del pubblico.

Quando nel 1900 Sir Arthur Evans si dedicò agli scavi di Cnosso, già le cose stavano cambiando e si iniziava a parlare di Archeologia Paleocristiana, legata alla scoperta delle Catacombe di Roma, generando un rinnovato e quanto mai inedito interesse per il lato culturale e storico della ricerca, oltre che per quello artistico. Finalmente si cominciò a dare importanza anche agli utensili rudimentali in pietra ed ossidiana, agli scheletri degli animali ormai estinti, ai reperti provenienti direttamente dall’età della pietra, del bronzo e del ferro. In concomitanza con le prime teorie evoluzionistiche si andava rafforzando nell’uomo il desiderio di conoscere le proprie origini. In particolare, trattandosi di manufatti grezzi e tanto antichi, di frammenti parziali, a volte irriconoscibili, e di scheletri incompleti, per la prima volta le testimonianze venivano ad essere strettamente legate agli oggetti rinvenuti, mancando in proposito, e totalmente, alcun tipo di testimonianza scritta.

Ecco che allora il lavoro di ricerca, di studio dei reperti, di schedatura e di analisi andava facendosi particolarmente determinante, in assenza totale di qualsiasi altra informazione, erano gli oggetti stessi che dovevano essere messi in condizione di parlare e di raccontare la loro storia e il percorso evolutivo dell’essere umano. Le testimonianze divenivano importanti indipendentemente dalla loro valenza artistica, una punta di freccia scheggiata poteva rivelarsi affascinante tanto quanto un pregiatissimo bronzo di raffinata fattura. Il fenomeno storico antropologico di inquadrare dunque i reperti in un contesto culturale ed evolutivo, benchè di origini anglosassone, trovò proprio in Italia il suo massimo esponente nel Paeloetnologo Luigi Pigorini che nella seconda metà del XIX secolo dà origine a quella che fu forse la più imponente e massiccia campagna di reperimento di oggetti rigorosamente analizzati, schedati e sottoposti a comparazione. Sul suo esempio furono riaperti, secondo tutta un’altra prospettiva, gli scavi nei siti archeologici di Pompei ad opera di Giuseppe Fiorelli e Amedeo Maiuri, che procedettero, questa volta, in maniera scientificamente sistematica, conferendo ai ritrovamenti un valore storico completamente diverso.

Nello stesso periodo nasce anche l’archeologia medioevale grazie agli scavi del Generale Pitt Rives che tra il 1881 e 1896 si dedica attivamente alla ricerca di villaggi e necropoli nella campagna inglese, osservando anche lui una rigorosa analisi metodologica, con particolare attenzione per l’architettura, il tipo di materiale impiegato, e le caratteristiche culturali degli insediamenti, nell’evidente tentativo di analizzare le origini storiche del suo popolo e di tutta la Gran Bretagna. Subito dopo, tra il 1898 e il 1925, hanno inizio a Roma gli scavi sistematici dei Fori Romani ad opera di Giacomo Boni, e la grande campagna di lavori edilizi e stradali di Roma Capitale dà origine, durante le operazioni di scavo, al casuale rinvenimento di interessantissimi reperti, analizzati e schedati da Rodolfo Lanciani. Il periodo fascista, fortemente nazionalista, riportò per un breve periodo l’Archeologia alla totale approssimazione con la ripresa di scavi privati e non autorizzati.

Ma grossomodo dagli anni 1960 in poi si è gradualmente assistito a una stabilizzazione del fenomeno con un’apparente codifica e metodologia scientifica, sperimentata e validamente applicata, il riconoscimento di un canone internazionale e la condivisione di una casistica comune, che beneficiava anche dell’accresciuta tecnologia e della fruizione delle moderne applicazioni informatiche. Oggi l’Archeologia è una scienza esatta che, ben lungi dalle improvvisazioni e dalle teorizzazioni, fonda le sue sensazionali scoperte sull’analisi e la comparazione dei dati, avvicinando l’uomo ogni giorno di più alla fonte reale delle sue origini. Ma se in tutto il mondo musei e collezioni private possono vantare collezioni di tutto rispetto e se i nostri figli oggi possono ammirare antichi manufatti e studiare la storia di popoli oramai sepolti dalla polvere dei secoli lo dobbiamo soprattutto a uomini che con il duro lavoro, l’ambizione e la brama di conoscenza hanno saputo trasformare un sogno irraggiungibile in una visione concreta, per il beneficio dei posteri.

Sognatori o visionari, autodidatti o figli d’arte, predestinati o inciampati per caso nel loro destino, questi uomini valorosi e impavidi hanno contribuito a disseppellire tesori artistici storici e culturali di incomparabile valore. I loro nomi meriterebbero di essere scritti a lettere d’oro incisi sulla pietra in memoria perenne del loro operato così come i nomi dei Re e dei Faraoni che studiavano e dei quali hanno determinato la trasmissione ed il ricordo, sono gli Archeologi, senza i quali la Storia, così come la conosciamo oggi, non sarebbe mai stata scritta.