
In quanto studiosa dei rapporti tra cibo e letteratura, chi preferisci tra i grandi autori che hanno trattato il cibo sulla carta?
Decisamente Teofilo Folengo che, col suo “Baldus”, fa diventare il cibo protagonista. Il genere è quello della poesia burlesca, che fa il verso al poema epico-cavalleresco con una sapiente costruzione linguistica e stilistica. Poema scritto in latino maccheronico nel 1517, narra le vicende di Baldovina , figlia del re di Francia, e di Guidone di Montalbano, iniziando con una buffa invocazione alle Muse Pancifiche che vivono in un Olimpo bengodesco, nutrendo la fantasia poetica dello scrittore con grandi abbuffate. Oltre a contenere delle ricette, canta in versi le gesta di un cuoco, seguendo il modello rabailaisiano che usa in modo esasperato e iperbolico il cibo.
Più tardi, nel ‘600 e nel ‘700, altri scrittori seguiranno le sue orme: Giulio Cesare Croce con “L’Eccellenza e il trionfo del porco” e Antonio Frizzi con “La Salameide”, epopee giocose di argomento gastronomico, che raccontano le virtù e le trasformazioni del maiale.
Ha qualcosa di diverso uno scrittore di letteratura gastronomica?
Di vera e propria letteratura gastronomica si può iniziare a parlare da un ventennio a questa parte. Prima ci sono solo esempi dei diversi usi del cibo: realistico e metaforico in Dante, descrittivo in Boccaccio, socialmente rappresentativo in Goldoni e Manzoni, veristico nei romanzi di Verga o della Serao. Poi nel 1987, in tempi ancora gastronomicamente non sospetti, Clara Sereni con “Casalinghitudine” avrebbe fatto diventare la ricetta parte integrante della narrazione e il cibo filo conduttore della storia. E’ un modello seguito, fuori d’Italia, dalla Esquivel, dalla Allende, dalla Desai, dalla Reichl e da Johanne Harris, famosa autrice di Chocolat. La diversità di queste scrittrici o di autori come Montalban e Camilleri sta nel fatto che nei loro intrecci il ruolo del cibo è fondamentale e connota fortemente i personaggi.
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Loredana Limone








