
Teheran, anni cinquanta.
Nel Bazàre Bozòrg (Mercato grande), si controllano da sempre, in alleanza con il clero, non solo il polso economico della capitale, ma anche quello socio-politico.
Il bazar di questo racconto, è uno “minore” come la mia età quando, stringendomi la mano, Mamie si spostava da un banco all’altro non senza difficoltà perché il bazar era piccolo, il suo viale stretto; bisognava star attenti a non perdere i propri figli, i borsellini e la spesa nelle borse!
Gli iraniani sono grandi consumatori di verdure che mangiano cotte e crude, ma in questo mercato, avrebbero trovato verdure ed ortaggi richiesti dai kharejì (stranieri) come i carciofi, il crescione, gli asparagi, le belghe, i funghi champignons, minuscole patate novelle chiamate sibzaminìye eslambolì (patate di Istanbùl) e la cicoria.
Nello scenario, c’era un vecchietto che vendeva piccoli mazzetti di profumatissime violette, raccolte chissà dove, adagiate in un paniere. Riusciva ad intenerire il cuore delle madàm e ognuna, nella propria lingua, lanciava quel: “Oooooo aaaadoraaabile!“.
E così, il nostro nonnetto esauriva la sua merce prima di tutti e spariva.
Mia madre, da brava francese, era ghiotta di carciofi; in Iran si trovava la varietà romana.
- Artisciò cìande? - Quanto i carciofi?
- Hàshe zar. - Otto zar.
- Ziyàde, shishezàr! - E’ troppo, sei zar!
- Àfe Hzar. - Sette zar.
- Shishezàr! - Sei zar!
- Ciàndta? - Quanti?
- Settà - Tre
L’arte del mercanteggiare non era da tutti, e mia madre non ne era granché capace, ma lei lo faceva solo per il gusto di mettere in mostra la conoscenza che aveva della lingua persiana e delle usanze “commerciali”, anche se il più delle volta lasciava i venditori imbronciati per la modica quantità di spesa che faceva dopo tutte quelle trattative!
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Loredana Limone








