Il cibo dietro le sbarre

Pur essendo il cibo un oggetto centrale nella vita dell’uomo, rispetto a certi argomenti ce ne si dimentica. Dal di fuori, intendo.

Di fronte a certe situazioni (difficili, insolite, scabrose, inenarrabili) per le quali si nutre paura o rispetto, è come se non ci si rendesse più conto che il cibo resta assolutamente primario nella quotidianità.
Non solo per nutrirsi.

Rispetto alla detenzione, ad esempio, e a tutto ciò che questa comporta sia per chi è recluso sia per i suoi cari, chi si pone il problema di come/cosa mangia un carcerato?
Sua madre, sua moglie, per quanto possibile certa- mente. Ma la società? Le istituzioni? Io? Voi? E chi si pone il problema di come/cosa mangia quello che non ha nessuno oltre le sbarre?

Si parla (sentivo proprio qualche giorno fa un programma sull’argomento a Radio 24) del sovraffollamento delle carceri, della situazione psicologica dei detenuti (nel 2005 ci sono stati più di cinquanta casi di suicidio nelle prigioni italiane), ma della fame, del cibo – poco e disgustoso – chi ne parla? Chi ne è al corrente? Diventa, forse, un aspetto banale in questo frangente? Non lo è.

Un libro che, direi, risveglia le coscienze in questo senso è Avanzi di galera (Guido Tommasi Editore, collana “Parole in pentola”), nato da un’idea di Emilia Patruno e da un cd omonimo curato dalla stessa, dove – pur trattando di cucina – gli avanzi sono ben altro dai resti del pranzo o della cena.

Ho detto libro, ma troverei più giusto definirlo documento, insolito e prezioso, scritto da autori d’eccezione: i detenuti di San Vittore. Che, senza ipocrisia e recriminazione, ma con lucidità e, a tratti, con contagiosa emozione, ci presentano il racconto dell’esperienza di chi vede il sole a scacchi.
Così dalle storie e dalle “ricette dei poco di buono”, come recita il sottotitolo del volume, viene fuori un mondo spesso ignorato, e la sua voce: che si è insinuata oltre le sbarre per metterci a conoscenza di realtà vicine, troppo lontane.

Sì, perché la casa circondariale di San Vittore, come sappiamo, si trova in una zona residenziale di Milano, nel pieno centro della città; entram- bi i suoi portoni corrispondono al civico 2 delle vie su cui s’affacciano: perciò è detto el dù, il due. E perciò anche il web-magazine dei detenuti si chiama ildue.it (ved. link correlato).

A dirigerlo, la già menzionata Emilia Patruno che è una giornalista, volontaria in carcere da quindici anni; nella redazione, una quindicina di detenuti. E’ grazie a lei che, dal 2000, i detenuti hanno la possibilità di uscire, almeno con le parole, da un luogo dove, come scrive uno degli autori, tutto serve a destrutturate mentalmente.
Eppure, fra le tante proibizioni, lì è permesso cucinare.

Ed ecco che, vuoi per il vitto scarso e scadente (definito sbobba, secondo un termine militare che connota la qualità del cibo), vuoi per tenere vivo lo spirito, gli ospiti di San Vittore si ingegnano, giorno dopo giorno, non solo a cucinare pietanze con ingredienti recuperati in qualche modo o acquistati (a prezzi salati, come specificano gli interessati) alla spesa (una sorta di supermercato del carcere con “consegna a domicilio”) o rielaborando ciò che passa la casanza (cucina del carcere), ma anche a costruirsi attrezzi ed utensili di fortuna, tanto indispensabili quanto vietati (un coltello, una grattugia, addirittura un forno, un frigo).
La necessità aguzza l’ingegno.

Da questo libro viene fuori un mondo mai considerato da chi è al di fuori di quelle mura e non ha legami con esso; di questo mondo, che è però parte del nostro, si riconoscono le espressioni regionali (coppino d’acqua, curare la carne, farloch) che s’intrecciano con frasi e piatti di altre regioni ed anche altri paesi. Un mondo con un suo codice morale ed educativo, dove esiste un galateo severo, dove un nuovo compagno - detto concellino nello slang carcerario - viene accolto con un buon primo piatto, dove sulla branda della cella si possono chiudere gli occhi e immaginare di essere su un letto in una stanza, che la sbobba sia uno dei piatti dell’infanzia o di momenti felici. Il mondo di M.G., S.M., S.R., I.L., L.M., D.L. e tanti altri: detenuti di ieri e di oggi per i quali auspichiamo una vita e un mondo migliori.

Avanzi di galera - è importante segnalarlo - è stato insignito del Premio Cena- colo 2004, un premio promosso da Assolombarda, Il Sole 24 Ore, Mondadori, ecc., che promuove gli aspetti più innovativi della produzione editoriale italiana e sostiene i progetti editoriali dei giovani.

Ma a sostenere questo libro c’è anche una prefazione. Forte, pesante, importante: la prefa- zione di un personaggio, direi, emblematico, di cui di sa tutto e niente, la cui storia (almeno quella che si conosce) al contempo intriga e fa ritrarre: Renato Vallanzasca.
Definito “il re delle evasioni, il bandito con gli occhi di ghiaccio, il rapinatore gentiluo- mo, il bel René, il fiore del male”, Vallanzasca ha trascorso trentacinque dei suoi cinquantasei anni di vita in carcere.
“Rari ergastolani ne hanno trascorsi tanti dentro, e così pochi da uomini liberi” ha scritto qualche mese fa Tiziano Marelli su “L’Europeo”.
Eppure, oggi, proprio lui dice ai suoi compagni di sventura di non abbattersi, di guardare avanti: la speranza di tornare a vivere non è preclusa a nessuno!

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