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La Palta

Ha il sapore forte dei salumi e quello rancido della politica, l’odore buono dell’innocenza e quello cattivo della morte, il primo, magistrale racconto datato 2007 che Renato Di Lorenzo ha preparato per noi. Giornalista e scrittore, Renato ha scritto “L’Assalto”, “Evidenze”, “Tara”, “Katarina e il Pericolo della Neve”, “I Trafficanti”, il recentissimo “Smettetela di Piangervi Addosso e Scrivete un Bestseller” e numerosi testi di finanza ed economia.

“Vai dalla Palta” aveva detto mia madre. “Compra un etto di coppa” aveva detto: “ecco i soldi”. Era giovane allora mia madre, ma aveva già il culo grosso.

“Vieni a saltare” mi disse l’Alfredo d’in cima al muraglione. C’erano anche gli altri.

Era alto, il  muraglione. Non l’avevo mai fatto un salto da così in alto.

“Dopo” dissi. “Adesso devo comprare” dissi, e feci vedere i soldi arrotolati, tenuti col pollice contro il palmo della mano.

Quando entravi nel negozio della Palta, di fronte al muraglione, suonava il campanello appeso sulla porta sgangherata, il pavimento di legno rimbombava ed eri investito dall’odore delle coppe, dei salami, dei prosciutti. La Palta arrivava ondeggiando sulle anche dal retro che sembrava che non potesse stare davvero in piedi: un sacchetto di ossa che risuonano. Nel cimitero, diceva l’Alfredo, c’è già scavata la tomba che l’aspetta e, quando piove, l’acqua ci si ferma e ci fa la mota.

Davanti al cimitero, all’ingresso, c’era il cippo per i morti del ’15-’18. Stavano pensando di mettercene uno anche per i morti della Resistenza, quelli rossi soltanto però. Mia mamma diceva che non tutti erano d’accordo, sulla faccenda dei rossi, ma quelli che non erano d’accordo non lo dicevano.

“Dichiari una parola” avevano detto i fascisti a mio zio Alberto dopo che lo avevano circondato su un viottolo fuori mano, e lui: “anarchic” aveva detto forte e fiero portando avanti il petto. E giù botte. Lo avevano trovato il giorno dopo che il cervello gli colava da un’orecchia. Così la raccontava mia madre.

Avevo notato quando era morta zia Nina che la gente ai funerali si tocca vicendevolmente le braccia, le mani, si carezza la faccia. “Si rassicurano a vicenda di essere ancora vivi” pensai. Zia Nina era morta di un cancro al fegato, io credo: dicevano che vomitava nero, ma nessuno mi aveva voluto dire di più. Pareva che in quel Paese arrampicato sui colli pieni di viti, che nei mattini chiari vedevi Milano, con le cantine che di settembre tardi odorano di Bonarda frizzante e dolce, con i muri delle case di mattoni rossi crepati, la morte fosse il principale dei pensieri. La morte degli altri.

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