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Il cibo non è un nemico

Poteva avere tre o quattro anni. Forse ne avevano parlato a scuola oppure qualche storia gli aveva ingenerato la domanda. E me la fece, il mio bambino.

“Tu sei una brava mamma?”

Risposi che pensavo di sì, che gli dimostravo il mio amore come meglio potevo e, in più, gli cantavo canzoni e gli scrivevo fiabe (infatti il mio libro Il Trenino Arlecchino e altre storie è nato per lui che, a onor del vero, mi ha aiutato tanto nell’imbastirne le trame).

In quell’occasione composi anche una poesia che intitolai “La domanda” con la quale, nel finale, mi scusavo per essere solo una mamma a cui nessuno insegna questo strano e difficile mestiere.

Ho ritrovato questo concetto, e mi è tornato in mente quell’episodio, in un libro interessante e molto chiaro, più che una guida per genitori e insegnanti, come recita il sottotitolo, direi un concreto aiuto nei casi di ragazzi con problemi verso il cibo: Disturbi Alimentari (Erickson).

Fare il genitore – scrivono gli autori, Rachel Bryant-Waugh e Bryan Lask, due tra i massimi esperti inglesi della materia – è uno dei compiti più difficili della vita e a cui si è poco preparati. Anche se tutto procede normalmente, i genitori si chiedono spesso se stanno facendo le cose giuste.

Pur cercando di essere attenti e presenti quanto più possibile, ci sono molte brutte sorprese che possono venir fuori specialmente nel periodo adolescenziale o della pre-adolescenza, purtroppo (ed è bene essere informati perché, come si dice, siamo tutti sotto il cielo).

Come, ad esempio, al di là delle ribellioni routinarie, i problemi legati all’alimentazione, che vanno dalle più note anoressia e bulimia nervose alle meno nominate alimentazione selettiva/restrittiva, fobia del cibo, iperalimentazione compulsiva, eccetera. Sono tutti fenomeni, anzi malattie, che devono essere considerati con la massima attenzione fin dal loro insorgere, sebbene spesso si palesino solo ad uno stadio già avanzato.

Come spiega questo libro, i disturbi alimentari hanno a che fare con la bassa autostima e con la distorta e negativa percezione di se e del proprio corpo, più che con il cibo o l’atto del mangiare; problemi sottostanti quali litigi tra genitori/separazione, difficoltà di inserimento nella scuola/società, lutti, sono spesso la causa scatenante di queste malattie che portano a digiunare, abbuffarsi e autoindurre il vomito, ingerire pochissimi alimenti, ritenere il cibo dannoso e temerlo, eccetera, come illustrato nell’ampia casistica di esperienze reali presentateci da Bryant-Waughe e da Lask.

Il primo aiuto tocca necessariamente ai genitori che devono avere un pugno duro in un guanto di dolcezza, tenendo ben presente che nessuno sceglie di avere un disturbo alimentare e che la via della guarigione è un percorso spesso per niente breve – da intraprendere poi con il supporto di un terapeuta – irto di lotte, preoccupazioni e difficoltà. Che, tuttavia, poiché il cibo non è un nemico, si possono superare.

Insieme. Con amore e comprensione.

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