Aragoste in fuga

Draky, di cui vedete una simpatica immagine, è allieva del corso di scrittura creativa per giallisti di Renato Di Lorenzo. Ha avuto la passione per la scrittura sin da piccola quando ha cominciato a scrivere poesie, racconti e canzoni; l’attività di cantautrice è quella che artisticamente ha seguito con più assiduità fino a produrre un cd dal titolo "Landemer". E’ stata più volte convocata a cantare presso il Centro Civico di Vallesturla (Ge) ed ha vinto diversi premi per la musica. Per noi ha preparato questo racconto che trovo essere molto femminile.

Gabriele mi guardò. “Allora, ti va?”. “D’accordo, – risposi – ma devi stare ai patti.”  Lui sorrise e mi fece un inequivocabile cenno per farmi sgommare dal suo regno, la cucina. Andai nel soggiorno e mi sedetti sul divano chiaro incrociando le braccia sopra la testa e contemplando, attraverso la vetrata, il sole che non si decideva a calare del tutto in quella sera di giugno.

Pensavo che le cose non mi andavano affatto male, soprattutto da quando avevo incontrato Gabriele. È un uomo affascinante e dai molti interessi. Ha un pregio che su di me fa leva: cucina da dio. E, per aggiungere anche la ciliegina alla torta – piove sul bagnato – possiede la casa in cui mi trovavo in quel momento: una villa a due piani a picco sul mare a Boccadasse.

E lì, in quel rifugio da artisti in cerca di ispirazione, mi prepara pranzi e cene degni di uno chef. Supera anche la mia abilità della quale, è il caso di dirlo, vado più che fiera: mi ha reso molto popolare. Quella sera mi aveva fatto una proposta irrinunciabile, ovvero nientemeno che “aragosta alla Gabriele” che naturalmente, a causa dell’effetto sorpresa, non sapevo cosa diavolo fosse, ma che immaginavo essere una squisitezza, anche perché Gabriele ormai conosce bene i miei gusti. Gli avevo posto una condizione tassativa: l’aragosta – o le aragoste, visto che con una ci si faceva poco – dovevano essere rigorosamente surgelate. Io sarò anche un insensibile bidone aspiratutto, ma non sopporto di essere il mandante di un assassinio così crudele. Questi poveri crostacei, come si sa, vengono immersi vivi nell’acqua bollente. Gabriele era inorridito, ma aveva accettato il patto. La cosa doveva bruciargli parecchio, però, visto il suo perfezionismo culinario.

Mentre sentivo tintinnare padelle o piatti o chissà cosa, il telefono fisso suonò nello studio. Vidi lo chef uscire in tutta fretta dalla cucina per andare a rispondere. La tentazione di sapere almeno in parte come diavolo era l’aragosta alla Gabriele mi fece scattare in piedi d’istinto e sgattaiolare in cucina. E meno male che ci andai. Non guardai neanche gli ingredienti che stavano sparsi in giro in attesa di essere combinati per un finale ad effetto. Sul ripiano ondulato del lavandino stavano due povere aragoste vive, con le chele legate da nastro adesivo rosso.

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