Un morso al cuore

L’autrice di questo emozionante racconto è Alessandra Raffaele. Nata a Roma, sin da bambina abita a Genova, nei suggestivi vicoli del centro storico vicino al porto. Allieva di Renato di Lorenzo, non scrive per caso ma per passione, e lo fa da sempre. Viaggiatrice incallita, ha gironzolato per tutto il mondo gustando qualsiasi specialità etnica che trovava sulla sua strada e leggendo qualsiasi cosa, convinta che l’esperienza sia il tesoro più grande a cui attingere.

Lo mordevo piano. Poi leccavo con ingordigia il suo contorno. La lingua scivolava lenta sulla superficie increspata. Volevo farlo durare il più a lungo possibile. Semisdraiata sul sedile accanto al finestrino, la camicetta sbottonata. Le guance bollenti. Le porte dello scompartimento le avevo chiuse bene prima. Speravo non entrasse nessuno. Non adesso. Il pensiero di essere scoperta era eccitante, però. Lo tenevo in mano e ci respiravo sopra indugiando. La mia era una smania. Pensai addirittura di succhiarlo. Avvicinai la bocca dischiusa. Finalmente.

Le porte si aprirono di scatto. Il vecchio curvo che entrò mi fissò imbarazzato.

E io stavo lì, scomposta e accaldata con il supplì in mano.

 

“Vuole?” porsi il sacchetto unto che spandeva il suo odore.

Il vecchio mimò un no deciso con il capo. Per i suoi annacquati succhi gastrici probabilmente era veleno. Ogni volta che tornavo da Roma facevo scorta di supplì perché mi tenessero compagnia nel viaggio fino a Milano dove mi aspettava un lavoro che non amavo, come la mia vita. Supplì al telefono, con la mozzarella filante, al ragù denso con i piselli, con il riso giallo e la scamorza. Quello che avevo in mano era con la provola e il salame piccante. Il preferito.

Mi chiusi la camicetta nonostante il caldo. Guardai fuori dal finestrino. La periferia romana scorreva via filante come la mozzarella che mi invocava dal sacchetto unto. Misi la mano dentro e ne pescai un altro. L’odore si spargeva come una ragnatela intorno ai nostri nasi. Pensai alla cucina di Trastevere dove mia madre friggeva il riso. La rivedevo con le mani a conca formare i supplì e calarli nell’olio bollente. Occhi sereni di piccole cose. Non ho mai raggiunto quella felicità. Stavo appannando il vetro con il fiato e i miei occhi di lacrime. Avevo bisogno d’aria. Mi alzai e uscii dallo scompartimento con il sacchetto del ricordo stretto tra le mani.

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