
Lei sognava orti e vigneti. Odore di pioggia, terreni scuri dove immergere mani instan- cabili per seminare germogli preziosi. Frutteti color pastello da attraversare annusando l’a- ria. Paesaggi di grano in cui affondare lo sguardo e poderi da coltivare palmo a palmo come figli.
E intanto pesava cipolle.
“Due chili ha detto?”.
Annuì senza guardarla. Lei preparò il conto e gli porse sacchetto e scontrino. Ebbe un sussulto quando lui le sfiorò la mano per prenderli. Lui sembrò accorgersene perché fu la prima volta che cercò i suoi occhi. Aveva l’aria vagamente distratta e la pelle abbronzata su cui spiccava il grigio delle tempie. Gli occhiali leggeri sul naso sottile sottolineavano lo sguardo scanzonato e perso in chissà quali pensieri. Poteva essere un professore. Lei sorrise. Ripensò ai suoi professori di agraria che non vedeva da mesi. No, nessuno era cosi interessante. Sapeva di sesso. Si sentì brutta nel suo grembiule a fiori, con i guanti igienici in lattice e i capelli tirati su.
Infatti lo era. E puzzava di cipolle. Ed era stanca. In piedi dalle cinque trascinava una giornata iniziata al mercato fra cassette e grida sempre uguali in un carosello di odori e colori che la stordivano e le segnavano gli occhi. Avere le occhiaie a venticinque anni fa sparire il sorriso dalle labbra. Lui la stava fissando. Si vergognò.
Quella sera a casa, mentre imboccava suo figlio sul seggiolone ripensò al “professore”, oramai lo chiamava così. E al suo sguardo insistente. Di notte pianse. Pianse perché aveva un bambino figlio di una sbronza. Perché non aveva tempo per continuare l’università. Ma soprattutto perché si vergognava di raccontare i suoi sogni: orti e vigneti al tramonto e terra scura che sa di pioggia.
Lui si sdraiò sul letto. Sognò ad occhi aperti. Una seconda giovinezza. Il mare. E la fruttivendola dei vicoli che si puliva le mani sul grembiule accarezzandosi i fianchi.
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Loredana Limone








