Un caffè a Belfast

Vi piacerebbe avere un caffè (il locale, intendo, non la tazzina)?

Non bisogna comprarlo necessaria- mente.

Daniel Stanley, ad esempio, diventa proprietario del caffè Muldoon di Belfast sposando la giovane Penny. E, ahilei, questo è l’unico motivo per cui la sposa, sebbene sia una bella ragazza di dodici anni più giovane di lui. Nonché terribilmente innamorata (del medesimo Daniel, naturalmente).

L’infanzia è stata dura per Daniel, rendendolo disgustosamente cinico (abbandonato dalla madre ed allevato da una zia arida), terribilmente tirchio e mostruosamente egoista. Ma Sharon Owens, autrice di Quel caffè in Mulberry Street (Baldini Castoldi Dalai editore), ha la penna fluida e gentile e non rende il suo protagonista antipatico come meriterebbe. Perché da ogni descrizione o atteggiamento traspare la sua anima mortificata ed avvilita.

Purtroppo, a fare le spese del suo stacanovismo, è la povera Penny che per anni e anni ha indossato gli stessi abiti, ha pulito il pavimento del locale (e non solo quello) ed è stata costretta ad abitare in un alloggio sopra il caffè quando potevano tranquillamente permettersi una bella casa e delle migliorie a quel locale che era rimasto ancora come ai tempi in cui a gestirlo era il padre di lei.

Eppure quel caffè così com’è è il centro palpitante di tutta una serie di storie e personaggi vivaci e toccanti (la cara Brenda, artista incompresa ed inutilmente innamorata di Nicolas Cage; Sadie, robusta moglie sfruttata – e, poiché al danno spesso si aggiunge la beffa, anche insignita di un soprannome poco galante: la Spugna; le gemelle Crawley che in età avanzata hanno lo shock di scoprire che sono figlie illegittime; Clare, donna in carriera col rimpianto di un amore vissuto solo poche ore) che prendono il cuore e non permettono di staccarsi dalle pagine di questo romanzo finché non si arriva all’ultimo capitolo in cui “Tutto è bene quel che finisce bene”, passando attraverso vari accadimenti tra cui tradimenti, vendette ed un pericoloso incendio che permetterà a Daniel di superare i suoi antichi traumi e di ricominciare da lì, da quando la madre lo aveva abbandonato ritrovando in colei che ha sposato – e che per certo sa di avere sempre amato – la donna che gli riempie ogni vuoto.

Dopo il terribile incendio che ha distrutto tutto, il caffè viene rinnovato negli interni, nell’insegna e nella denominazione (“Caffè Stanley” dal nome dei due sposi) ed anche nell’anima; ora i clienti lo frequentano ancora di più per l’aria di amore che si respira e, naturalmente, per il menù a cura di uno chef italiano (scusate se è poco) che Daniel assume per dedicarsi al suo nuovo ruolo di padre: più che un menù un libro che narra una bellissima storia: minestra di carote e castagne con panna e crostini, pane di frumento fatto in casa con semi di sesamo, servito con birra scura, bocconcino di pollo alla griglia con salsa piccante e panna acida, patate a spicchi con spezie e porri tagliati finemente, panini tostati farciti col roast-beef. Venti qualità diverse di caffè e quaranta tipi di sfoglie e pasticcini. Il tutto servito con un filo d’olio d’oliva o con una spolverata di zucchero a velo o di cannella.

Da gustare: dal primo all’ultimo sorso.

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