
Personaggi tipici con i loro vizi, virtù (poche), invidie, segretucci Come don Mimì, il proprietario, Filippo u ‘nglisi, il farmacista, Arturo, u fimminaru, scapolo patentato, Pippuzzu Moncada, che si faceva chiamare Beppe da quando era stato in Piemonte raccontati in modo vivace da Rita Piccitto nel suo Caffè del Corso (Alberto Perdisa Editore): una raccolta di diciannove racconti dai quali emerge uno spaccato della Sicilia di ieri e di oggi, madre nel contempo aspra e benigna, da cui l’autrice non può separarsi completamente, nonostante viva lontana da molti anni.
Questi racconti sono arrivati primi al premio di narrativa italiana inedita Arcangela Todaro-Faranda 2005 che per i vincitori prevedeva la pubblicazione.
Mi sembra importante riportare le motivazioni della giuria:
“La Commissione ha ritenuto di dover premiare i diciannove racconti della Piccitto che nel loro insieme compongono un efficace affresco del nostro meridione, specie siciliano, capace di restituirci, oltre la barriera dei luoghi comuni e lo scialo di colore locale e temporale, la freschezza delle cose viste, catturate in istantanee vive e coinvolgenti. Per citare soltanto i temi trattati nei testi più memorabili: l’ossessione del sesso e il tarlo della gelosia, la scoperta (nella testa limpida di un bambino) che gli uomini non sono uguali, la fuga dalla terra d’origine e i ritorni sempre diversiva spesso legati alla perdita di una persona cara, l’arte del galleggio (con l’icona del tappo di sughero), la vendita di cose apparentemente non smerciabili prima del momento giusto (la morte o il funerale), il desiderio di un padre di morire (come il figlio) bruciato da un fulmine. Una semplicità, quella della Piccitto che, nella ferma pronuncia narrativa e nel ritmo franco dei dialoghi, non scade quasi mai nel manieristico”.
Ogni ulteriore commento sarebbe pleonastico.
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Loredana Limone









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