
Questa storia si svolge nell’immediato dopo-guerra, quando si sapeva dar valore ai cibi semplici della cosiddetta cucina povera.
Chi scrive, non più in tenera età, ricorda spesso e con malinconia il periodo della sua infanzia. Era una fredda giornata di dicembre, di quelle in cui è bello leggere un libro o ascoltare musica tenendo in braccio un gatto. Era un’epoca di sacrifici, i nostri nonni ci avevano insegnato ad apprezzare i sapori dell’orto e il minestrone era considerato un piatto di lusso. Ricordo ancora, a distanza di tanti anni il profumo che si spandeva nell’aia e per la casa quando la nonna o i vicini preparavano il minestrone.
Una vicina di casa, amica di famiglia, decise di farci gustare quello preparato da lei. Noi bambini le curiosavamo intorno, contenti. Non esistevano i moderni e sofisticati giocattoli, ma si era ugualmente felici.
Il cavolo venne lavato con cura e subito dopo fu tagliata a fettine una melanzana conservata per un po’ in acqua fredda assieme ad alcune patate (se si voleva rendere il tutto ancora più saporito, si faceva un soffritto di prezzemolo, cipolla e sedano, bagnato da un buon bicchiere di dolcetto o di bonarda: oggi quest’operazione è sconsigliata dai dietologi per motivi di linea).
Un’enorme pentola di coccio venne messa sul fuoco con alcuni litri d’acqua, poi, mentre bolliva, il cavolo “stracciato” fu buttato nel crogiolo assieme a zucchini, fagiolini, spinaci, bietole, fagioli da sgranare e altre verdure che si riusciva a trovare. Il tutto, con sopra un coperchio, cosse a fuoco lento per circa due ore (la buona riuscita del minestrone consiste in una lunga cottura). Se ci fosse stato il pesto, si sarebbe potuto cucinare “alla genovese”, ma così andava già bene .
Quando le verdure furono cotte, vennero gettati gli spaghetti, che avrebbero potuto essere benissimo sostituiti dal riso; in realtà, la gustosa minestra si sarebbe potuta gustare anche solo con dei crostini di pane secco.
Poi la pignatta venne tolta dal fuoco, ma il fumante minestrone non finì mai nei piatti dei commensali. Il gatto, che fino a quel momento se ne era stato appisolato in un angolo della cucina, pensò bene di sgattaiolare all’improvviso fuori dal suo nascondiglio, andando a saltare dove? proprio sulla testa della cuoca che finì irrimediabilmente a gambe all’aria.
Così tutta la fatica di quel giorno, andò a far la gioia di galline, conigli e altri animali da cortile.
Non ricordo che cosa si mangiò quindi, ma la fine che fece il minestrone “sprecato” ogni tanto mi torna in mente, perché oggi, nel periodo di inutili sprechi che stiamo vivendo, i cibi una volta (poveri ma genuini!) lasciano un indelebile alone di romanticismo.
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Loredana Limone








