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Il banchetto della vita

“Reggeva la tavolozza con la più grande naturalezza, quasi fosse un vassoio di cialde colorate che poteva inclinare a piacimento senza che i colori colassero, da quanto erano densi e pastosi. A volte gli spuntava la lingua fra le labbra, come se volesse leccare l’adorata pittura, e intanto la mano destra volava dalla tela alla boccetta dell’olio di lino, alla tavolozza, poi da capo: tela, olio, tavolozza.”

Questa vividissima immagine è di August Renoir che, sulla terrazza della Maison Fournaise, è intento a dipingere il suo capolavoro: La colazione dei canottieri.

Ma la rendercelo vivo e reale quanto la sua pittura sono le parole di Susan Vreeland che, con il suo ultimo romanzo dal titolo La vita moderna (Neri Pozza), ha reso meritato omaggio al maggior rappresentante dell’Impressionismo.

La Vreeland ci svela cosa c’è dietro e dentro il  quadro - quanto amore, quanto colore e quanto fermento, quanto dolore, quanti abbandoni e quanti conflitti - con una vitalità che è forse propria più del pennello che della penna. E quest’opera più che libro, più che immagine, più che storia, può essere considerata vita: la vita artistica e bohémien della Parigi di fine Ottocento, ovvero un ricordo di com’era la vita nell’estate del 1880.

Quella vita che Renoir ha fermato sulla tela e che la Vreeland ha trasposto nelle pagine in un’incessante concatenazione di penna e pennello.

Si posava la domenica, dopo l’ottimo cibo di Mère Fournaise: canard à la paysanne avec artichauts è la vinaigrette, poulet forestière avec asperges d’Argentuil en conserve, côtelettes d’agneau, lapin en gibelotte, friture d’ablettes, de gardons et de goujons, torta di fragole e sfogliatine alla mela per dessert. Il tutto preceduto da crème de cassis come aperitivo e annaffiato da vino bianco, alla salute di Renoir, al suo quadro e alla” vie moderne” che ci consente di vogare dove ci pare e piace e di sedere al banchetto della vita.

Ma chi era Renoir? Chi era quel pittore ostinato, goloso come un bambino di torta al cioccolato, che vedeva il mondo attraverso occhiali rosa? Di che pasta era fatto quell’uomo che andava e veniva come una foglia portata dal vento? Cosa si celava dietro la sua aria perennemente scanzonata, dietro le sue facezie, dietro i suoi improvvisi silenzi?

Renoir era un uomo che per dipingere doveva amare i suoi modelli, donne o uomini che fossero: l’arte per lui era amore svelato.

C’era qualcosa di selvaggio nei suoi movimenti, una rondine che sfrecciava a beccare insetti. Girava il polso di continuo. A volte il pennello era a perpendicolo e sfiorava appena la superficie del quadro con la punta delle setole, un attimo dopo la trascinava di piatto, quasi parallelo alla tela. Pareva un violinista che cambia a ogni instante l’inclinazione dell’archetto.

A dargli l’input era stato Émile Zola che aveva accusato gli impressionisti di essere troppo spesso sciatti, di creare lavori incompleti, illogici o strampalati.

Questo grandioso dipinto - che aveva richiesto otto pranzi, otto domeniche, una ventina di tubetti di colore, cinque donne (compresa colei che sarebbe poi diventata sua moglie: Aline Charigot, in posa con il cagnolino), nove uomini, una mère e un père, e che oggi è esposto in The Phillips Collection a Washington - fu la risposta di Pierre-Auguste Renoir, manovale della pittura.

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