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Irina

Continua il suo gustoso cammino letteral-gastronomico, il mio bellissimo gruppo di "Sapori letterari" e, da questa settimana, anche per tutti i lettori della guida potrà essere appuntamento fisso leggere i racconti nati in seno al laboratorio che, peraltro, stanno avendo giudizi lusinghieri su vari fronti, anche quello editoriale (ci aspettano sorprese...). Eccovi ora "Irina" di Pinuccia Mozzoni, già conosciuta con altri racconti ai quali vi rimando tramite i link in calce.

Il gioco del più.

Alessandro e il nonno lo avevano inventato qualche tempo prima in un pomeriggio piovoso pronto a diventare anche noioso se non avessero, come sempre, escogitato qualcosa di nuovo.

A turno dovevano raccontare quella che secondo loro era stata la partita più bella, la vacanza più divertente, la barzelletta che li aveva fatti ridere di più, insomma di tutto… il più.

Quel giorno dovevano parlare della cena più squisita.

– Non ci posso credere che per te la cena migliore sia stata una zuppa di cavoli e patate! –  

– Vedi – rispose il nonno – alcune volte le circostanze possono rendere d’inestimabile valore anche ciò che sembra semplice e anonimo –

– Ma dove ti trovavi? –

– In Russia, durante la guerra. –

– Dài nonno, raccontami! –

– Era il gennaio del ‘43, avevamo avuto l’ordine di ritirarci, dovevamo abbandonare le nostre postazioni, io mi trovavo nei pressi della città di Nikolajewka, non molto distante dal fiume Don, e ripiegare verso ovest, verso l’Ungheria, dove avremmo incontrato le tradotte per rientrare in Italia. Con il mio amico, il sottotenente Mario Arlati, pur avendo lasciato tra gli ultimi il nostro accampamento avevamo già superato lunghe file di militari che come ininterrotte linee nere segnavano quella sconfinata distesa di neve. Essendo radiotelegrafisti, eravamo motorizzati. Ma da due giorni, dopo l’ennesima bufera, avevamo dovuto abbandonare il nostro mezzo ai bordi di quella che un tempo era stata una strada. Non era trascorso nemmeno un anno da quando, lasciato il giallo dei campi di segale e girasoli, c’eravamo inoltrati nella steppa russa dove per chilometri non avremmo più visto né una casa, né un albero, né una qualsiasi forma di vita. Allora però il sole ci scaldava, ora, nel viaggio a ritroso, tutto era diventato bianco ed il gelo, il nemico più temuto, ci attanagliava. Camminavamo piegati in avanti per ripararci in qualche modo dal vento che si era alzato impetuoso, i fiocchi di neve come lame taglienti sul nostro viso. Il nostro respiro si condensava istantaneamente in rigagnoli ghiacciati che univano il naso, la bocca e la barba alla sciarpa e al bavero del cappotto in un unico blocco, trasformandoci in maschere grottesche e rendendo doloroso anche il solo tentativo di parlare. E’ un freddo che non si può immaginare, che ti entra nelle viscere, che ti blocca i muscoli e ogni cellula del tuo essere. Anche la mente si offusca, quasi non riesci più a pensare e un torpore che ti sale dalle mani e dai piedi ti invita ad abbandonarti, a fermarti lì, ad addormentarti per sempre. E poi c’era la fame, quella rabbiosa, che ti lacera lo stomaco, che ti divora quando non hai modo di saziarla. A un certo punto ad entrambi parve di scorgere una luce tremolante e, con sorprendente energia, ci dirigemmo verso di essa. Avevamo avuto modo all’andata di conoscere quel popolo, gente semplice, molto ospitale e così fu anche quella sera. La porta dell’isba venne aperta da Irina, una donna solida, con spalle e fianchi larghi, le gote rosse e due enormi trecce bionde; non so dirti quanti anni avesse, noi vedemmo in lei una madre, lei ci sorrise come fossimo suoi figli. I cuori generosi non hanno bisogno di interpreti, lei parlava, noi anche e ci capivamo. In un  pentolone, sul fuoco del camino, bolliva una zuppa di cavoli e patate. Il gelo cominciò a sciogliersi dentro di noi, il sangue riprese a scorrere velocemente, andando a irrorare ogni anfratto del nostro corpo e ridando alla nostra mente il desiderio e la certezza che ce l’avremmo fatta a ritornare a casa. Davanti a noi una scodella di quella prelibatezza, il brodo caldo scendeva nelle nostre gole, i denti e la lingua incontravano tocchetti di patate e foglie sfilacciate di cavolo e ogni tanto un quadratino di cotenna di maiale, la fatica, il freddo, la fame che si allontanavano. No, non credo di aver mai mangiato niente di più squisito! Quella notte dormimmo nel fienile presso la piccola stalla di Irina dividendo il tepore con due capre e una mucca. Tre giorni dopo eravamo stipati con altri militari in un vagone di una tradotta che lentamente viaggiava verso sud, verso l’Italia, il sapore di quella zuppa ancora in bocca. –