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Lavarelli a sorpresa

Sulla tavola imbandita con particolare cura c’erano gustosi lavarelli fritti che il podestà, Agostino Meccia, preferiva sopra ogni altro cibo.

C’era anche la maionese, e una scodella ripiena di salsa verde, una ciotola con un sughetto di olio aglio ed erbe aromatiche, un fornelletto che teneva in caldo una mistura da cui saliva il confortante profumo dell’aceto. Segno, questo, che c’erano anche i missoltini.

La cosa, per quanto estremamente gustosa, appariva ben strana perché la signora Evangelia Meccia, moglie del primo cittadino, odiava il pesce, ché l’odore s’insinuava in ogni angolo, impregnava i vestiti, impastava i capelli…

Ancor più misteriosa sembrava quell’inattesa iniziativa gastrono- mica perché la tavola era stata apparecchiata in sala, anziché in cucina come d’abitudine. Inoltre Renata, la loro ventiquattrenne bambina, la madre l’aveva mandata a dormire dalla zia Rosina.

Ancorché sia vero che gli uomini si prendano per la gola – e questa infallibile regola vigeva anche durante il ventennio fascista – Agostino Meccia mentalmente e rapidamente calcolò da quanto tempo non copulava con sua moglie e se avesse dimenticato una festa, una ricorrenza o altro. Poi, stabilito che la sua coscienza era a posto, decise che, qualunque cosa nascondesse la gustosa sorpresa, avrebbe preferito scoprirlo dopo, a pancia piena. Così si tuffò nei suoi piatti preferiti avanzando solo la testa dell’ultimo missoltino, perché era talmente pieno che non avrebbe saputo dove metterla.

Siamo nell’inverno del 1931 a Bellano, amena cittadina affacciata sul lago di Como, e siamo tra le pagine de La figlia del podestà (Garzanti), un altro episodio dell’ineguagliabile, ipnotizzante saga di Andrea Vitali, che stavolta ruota intorno al progetto portato avanti (con quanto successo lo si vedrà nel prosieguo della lettura) dall’ambizioso e, come abbiamo visto, goloso podestà Agostino Meccia: una linea di idrovolanti per il collegamento di Bellano con Como e Lugano.

In effetti il vero fil rouge del romanzo è la storia d’amore di Renata Meccia, la figliola del podestà dal caratterino vivace, deciso e peperino, storia contrastata da cotanto genitore, ma impregnata del profumo di pane appena sfornato (oltre che del già menzionato pesce di lago).

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