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Il Pakusch

L’appuntamento con "Sapori letterari" continua con una recente acquisizione: Pier Paolo Mondonico, vimercatese, classe 1975. Ama la famiglia, il gioco, le montagne, la natura. E’ affascinato dalla storia dell’uomo e della Terra. Laureando senza titolo in Scienze umane dell’ambiente, del territorio e del paesaggio con specializzazione in paesaggi geografici e culture del mondo, trasferisce nei suoi racconti, anche quelli dal tema forte come questo, un sapore di leggiadria.

Il lavoro rende l’uomo libero. L’avevo letto da qualche parte e questa frase mi è sempre rimasta impressa in maniera indelebile nella memoria. Ma non sono del tutto d’accordo perché nella vecchia fabbrica di riciclo di materiale usato in cui ho prestato la mia opera durante la giovinezza, sia il sottoscritto che gli altri compagni avevano molti dubbi sulla veridicità di questa affermazione.

Eravamo in tanti nel vecchio capannone, freddo d’inverno per la mancanza di riscaldamento e afoso d’estate per l’assenza di un appropriato isolamento nel sottotetto. Avevamo poco spazio a disposizione e regole ben precise da rispettare.

Jorg, il biondo ungherese di fronte al mio tavolo, aveva il compito di separare tutti i bottoni bianchi da quelli neri. Erano migliaia. Si sarebbe potuto realizzare un grande mosaico per il pavimento della vecchia cattedrale. Jorg, lavorava in silenzio. Non poteva fare diversamente. Le sue lunghe dita facevano scorrere i bottoni sul tavolo come un pianista quando accarezza i tasti bianchi e neri della tastiera tra toni e semitoni.

Joseph, invece, di origine polacca, era seduto poco lontano sulla mia destra. Si occupava di scucire vecchi vestiti che nessuno avrebbe mai più indossato. Chilometri di filo da spoletta se ne andavano sotto i colpi delle forbici, mentre i vari tessuti venivano separati con meticolosa cura in differenti cesti.

Il mio compito era apparentemente più sgradevole. Dovevo recuperare tutte le stringhe nere da vecchie scarpe puzzolenti. Era interessante osservare quanti e quali tipi di fattura ci potessero essere. Alcune erano veramente particolari. Si poteva immaginare chi fosse stato il proprietario, quanto era alto e qual era stata la sua professione: se era un artista eclettico, un maestro nervoso, o un banchiere ordinato.

Le giornate passavano lunghe, ripetitive, silenziose nei dialoghi, con le mani impegnate a lavorare e la mente altrove.

Una serata, però, la ricordo in maniera particolare: quando insieme agli altri colleghi preparammo una zuppa speciale. Non era la solita zuppa di brodaglia semi fredda con pane raffermo.

Quella volta grazie a un ignoto benefattore, avevamo preparato il Pakusch. L’avevamo chiamato così su mio suggerimento, d’istinto, senza nessun senso o traduzione letterale. Quella zuppa non poteva avere un nome da rivista gastronomica, perché gli ingredienti non erano tutti catalogati. Pakusch era proprio il nome ideale.

Mentre facevo scorrere il cucchiaio all’interno della ciotola, avevo identificato dei fagioli, un pezzo di cotenna di maiale, mezza patata mal pelata, il solito pane raffermo, qualcosa di gommoso che si muoveva sotto il brodo e degli aromi mai assaggiati. Alla fine, nonostante l’aspetto poco presentabile, il Pakusch aveva un sapore intenso. Un sapore talmente intenso che lo ricordo ancora oggi.

Sì, a 63 anni di distanza ricordo ancora la fame vera, l’orribile suono della sirena che ci svegliava nel cuore della notte, le file interminabili di brande di legno tutti uguali, il latrato barbaro dei nostri controllori, la divisa a strisce bianche e azzurre che annullavano le nostre vite, il dolore immenso chiuso in fondo al cuore e quella cena con il sapore intenso del Pakusch.

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