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Odore di toast

Cosa sarebbe accaduto se, in un certo momento della nostra vita, avessimo preso una direzione anziché un'altra? Sarebbe andata meglio, peggio? Non lo sapremo mai. Nel caso di Renato Di Lorenzo sarebbe stato un peccato perché non ci avrebbe regalato i suoi racconti di cui questo è il trentesimo.

La piscina della Canottieri Olona aveva il pavimento rosso, con le piastrelle calde se ti ci stendevi e l’acqua turchese, proprio turchese trasparente come l’acquamarina che aveva sull’anello mia madre. Non lo metteva sempre, l’anello, mia madre, perché aveva paura di perderlo.

Silvia Conversi era più piccola di noi. Un anno forse, o due, ma a tredici-quattordici anni un anno conta.

Il suo gruppo di ragazzine se ne stava in disparte. Noi lo sapevamo che ci guardavano senza parere, ma stavano in disparte. Però lei, la Silvia, no: “Gareggi oggi?” mi dice.

“Faccio i 50” rispondo.

“Delfino?” dice.

“Già” faccio io.

Ero seduto sulle piastrelle rosse e lei aveva puntato dritta su di me ed era rimasta in piedi dopo che si era avvicinata, e adesso era in piedi che un po’ di imbarazzo ce l’aveva e ondeggiava sul bacino con le mani dietro dietro le natiche.

“Dopo io mangio un toast” dice lei. “Non è che lo mangi con me?” dice. “Dopo che hai gareggiato c’è un odore di pane abbrustolito che ti viene una fame…” dice.

Io non posso farne a meno, perché lei è lì in piedi davanti al mio naso e la guardo proprio lì, in fondo alla pancia, proprio lì e allora lei diventa rossa e si vede ancora di più che ha il viso di suo padre, uno che fa il pediatra e somiglia a Mel Ferrer, che allora era un attore di moda perché mia madre diceva che aveva gli occhi neri e dolci. Mi pare che allora fosse il marito della Haudrey Hepburn.

“Be’” dico io, “possiamo farcelo insieme questo toast” le dico, e non riesco più a staccare gli occhi dalla sua pancia, in fondo, e penso che è da poco che le sono cresciuti i peli, alla Silvia, e che suo padre che fa il pediatra è uno cazzuto e le avrà spiegato ogni cosa per bene, penso, niente a che fare con le farfalle e le altre stronzate che ti dicono di solito i genitori quando ti devono parlare di sesso.

“Va bene allora” dice lei.

“Va bene” dico io.

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