Roma caput mundi, Roma venter mundi

Conosciamo gli antichi Romani per essere stati grandi guerrieri e conquistatori. Un po’ meno, anzi molto meno, ne conosciamo le abitudini quotidiane gastronomiche.

Eppure nella Roma repubblicana e imperiale si mangiava benone! C’erano tre pasti, lo jentaculum, il prandium e la cena, che Francesco Maria Amato ha, con passione e perizia, ricostruito storicamente nel suo libro La cucina di Roma antica (Newton Compton Editori) mostrandoci la grande caput mundi come una venter mundi.

Innanzi tutto, le fonti: sono stati gli scritti gli Ateneo, Cicerone, Columella, Ennio, Giovenale, Marziale, Plinio il Vecchio, Plinio il Giovane, Ovidio, Virgilio e tanti altri che hanno permesso di ricostruire tassello dopo tassello quel complesso mosaico dell’arte culinaria romana.

Poi, dove: sui lecti, specie di sofà, collocati intorno a un tavolino (in un primo tempo quadrato, poscia circolare) in una forma geometrica simile ad un ferro di cavallo.

Quindi, la posizione: i convitati stavano sdraiati di sbieco e si sorreggevano con il gomito sinistro (ma erano comodi?).

Dunque, le stoviglie: no posate, numerosi “vasi da bere”, piatti incavati come il catinus, scodelle come il tryblium, a volte addirittura vere e proprie focacce per portare uova, formaggi, funghi.

Infine, le pietanze: molte salse, per nascondere l’odoraccio dei cibi non più freschi e mal conservati; il garum, un condimento a base di pesce da cui è derivato il machetto, ovvero la nostra pasta d’acciughe; tanta polta, sorta di polenta ottenuta da un agglomerato di farina di farro cotta in acqua e sale, che per un lungo periodo è stata alla base dell’alimentazione del popolo romano; le tisane, che non erano decotti ma una via di mezzo tra minestra e salsa; le prelibate carni di ghiri, murene, pappagalli, beccafichi, cammelli, fenicotteri, che l’autore ha giustamente sostituito, nelle ricette, con carni più adatte ai giorni nostri; dolci a base di miele, da cui sono nate alcune dolcezze che ancora oggi rientrano nella nostra tradizione, come gli struffoli napoletani, pronipoti degli antichi globulos.

Manca qualcosa?

Certo che sì: il vino!

Raro ed eccezionale l’uso del vino puro, i romani erano usi berne uno annacquato, composto da due parti di vino e tre di acqua, spesso marina, che non ubriacava.

Notevole era la produzione di vini aromatizzati come il passum, se passito, mulsum, se al miele.

Oltre a gustose e attente descrizioni storico-gastronomiche, numerosissime sono le ricette di questo libro che seguono di pari passo l’estendersi dello splendore e della grandezza della storia romana che ci permetteranno un tuffo completo nella storia più… mmmhhhh… gustosa che c’è.

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