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Venerdì in giallo

Pieno di suspance, con inattesa sorpresa finale, questo racconto giallo con il quale Clementina Gervasoni ha chiuso il terzo anno di "Sapori letterari".

Erano in quattro, si erano conosciuti a una “cena con delitto”.
Amavano i gialli e provenivano dalla stessa città. Tanto diversi fra loro per carattere, abitudini, lavoro ma uniti dalla stessa passione, si ritrovavano, ormai da anni, il primo venerdì del mese, per cenare insieme e parlare di misteri.

A turno, preparavano un caso da risolvere. Veniva preso da un libro o da un film che gli altri non avevano ancora letto o visto; si intrattenevano anche sui fatti di cronaca ancora irrisolti, ipotizzando soluzioni attendibili ma anche creandoci intorno storie inverosimili.

In questo gioco scaricavano le loro tensioni, si rilassavano e sprigionavano la fantasia.

Carlo amava preparare cene a tema; se ad esempio, nel caso in questione, un tizio veniva trovato morto per aver bevuto del vino avvelenato, di sicuro, quella sera a tavola, bene in mostra, faceva trovare un bel decanter. A volte le sue riproduzioni risultavano veramente inquietanti, di sicuro riusciva, meglio degli altri, a ricreare l’atmosfera dell’enigma da risolvere.

Gianni, appassionato di horror, preparava la tavola in modo spartano e per cena, scaldava per lo più piatti pronti o ordinava della pizza.

Alberto, mistero fra i misteri, ultimamente era cambiato, nevrotico e pieno di ansie, diventava sempre più meticoloso, qualsiasi cosa facesse. Per lui il gioco non era più risolvere il mistero, ma dimostrare agli altri che era irrisolvibile. Era logorroico e rendeva le serate pesanti. Il venerdì in giallo, che fino a poco prima era una delle sue passioni, si stava trasformando in un’ossessione, e se gli amici, per sdrammatizzare, lo prendevano un po’ in giro, si imbronciava e diventava scontroso. Tutto questo non era da lui, precisino certo lo era sempre stato, ma sapeva essere ironico ed era sempre pronto a scherzare su tutto, anche su se stesso.

L’ultima volta che erano stati a cena da lui, Fulvio aveva notato, scritto sulla lavagna della cucina, Per mangiare bisogna ammazzare.

Ridendo, gli aveva chiesto se si trattasse di un promemoria per un eventuale futuro lavoro come killer o se, al contrario, premeditava di entrare a far parte della schiera dei vegetariani. In questo caso però la scritta avrebbe dovuto essere: Per mangiare non bisogna ammazzare.

Rispose che erano parole che aveva sentito dire e le aveva scritte li, senza un preciso perché.

Poi, aveva iniziato uno strano discorso sul cibo che è alla base della vita e sulla sua mancanza che è causa di morte. Parlava del morire per fame come di una cosa davvero terribile e che lui, se avesse potuto scegliere, sarebbe volentieri morto a causa del troppo cibo.

Certo non per indigestione: morire va bene, ma senza stare così male. Un bell’infarto, causato dal troppo colesterolo, quello sì, ci poteva stare. Ripensandoci, aveva poi deciso che l’ideale sarebbe stato morire a stomaco pieno, dopo un buon pranzo, cucinato da lui.

Che in lui fosse successo qualcosa, certo, non era più solo un sospetto.

Alberto non voleva parlarne e i tre amici, anche se avevano deciso che quella situazione andava risolta presto, non sapevano come fare.

Era proprio a casa di Alberto che si sarebbero ritrovati quella sera. Fulvio si sentiva irrequieto e un po’ preoccupato, per questo lo aveva chiamato verso le sei, con la scusa di sapere cosa avrebbe cucinato.

Lui aveva risposto, in tono insolitamente allegro, che quel giorno era uscito prima dal lavoro per prendere del pesce fresco e dell’ottimo vino. Stava già cucinando, aveva già lavato il pesce, preparato la tavola e l’insalata. Gli anticipò che avrebbe preparato zuppa di pesce, cotolette di mare e frittelle d’acciughe.

“Sarà tutto pronto per le otto, siate puntuali.”

Aveva fretta, era stato chiaro e di poche parole. Sembrava tornato l’Alberto di una volta. Fulvio si sentì rassicurato. Arrivato per primo al suo portone, rimase ad attendere gli altri per aggiornarli sulla novità. Insieme salirono le scale, trovarono la sua porta socchiusa ed entrarono.

Tutto era pronto, la tavola apparecchiata e in cucina le pentole ancora ben calde, col cibo pronto da servire; sul lavandino alcuni piatti e un bicchiere, come se qualcuno avesse già mangiato.

Lo chiamarono.
Lo trovarono in camera. Per terra. Morto.
Non era stato il cibo ad ucciderlo, ma un colpo di pistola.

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