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L’insalata di riso

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Ho l’accento romano.

Perché sono romana.

I miei nonni erano giudei  e vivevano dietro a Campo dei Fiori. Con Mussolini hanno avuto i loro problemi, anche se alla fine se la sono cavata. Io sono una specie di cattolica, perché ho sposato in Chiesa.

A volte mi spoglio del tutto, reggiseno e mutande,  e mi guardo nella specchiera Luigi Filippo che mi ha lasciato nonna. Mi ci vedo tutta, da capo a piedi. Faccio in fretta, con l’orecchio teso, perché non voglio che Mario, mio marito, mi veda mentre lo faccio. Solo un cinque anni fa, penso, i ragazzi della borgata avrebbero fatto pazzie per vedermi così. Avrebbero fatto pazzie per frugare nel mio grande triangolo scuro in fondo al ventre e per accarezzare i miei capezzoli rosa. Erano famosi fra i ragazzi della borgata i mie capezzoli, perché le mie amiche avevano messo in giro la voce che erano rosa come la vestina di una neonata. Le amiche sono traditrici. Fatto sta che mi guardo perché la domanda è sempre la stessa: quando passo mi desiderano allo stesso modo adesso, dopo la nascita di Giada, come facevano solo un cinque anni fa?

Hanno ancora le palpebre abbassate a mezzo, mentre mi osservano, fermi davanti al bar, io che spingo curva il passeggino, ma non ne sono sicura che mi desiderino allo stesso modo di prima.

Non è nemmeno tanto per via del parto, perché di chili non ne ho presi, ma è che se mi pizzico sul fianco, o sulla pancia, o una natica, prima la pelle scattava in su come caucciù, ti sembrava quasi di sentire lo schiocco, e ora invece mi sembra che ci rimanga il segno delle dita.

E i capezzoli? Sono ancora rosa, ma le mie mammelle ora sono morbide come quella roba che ci fanno la pubblicità in tivù, quella roba che ci fanno i materassi, che se ci premi una mano cede, e cede, e cede, mentre allora i miei seni stavano su con le punte che si drizzavano alle nuvole, specie quando Mario mi frugava sotto le vesti nel campo spelacchiato dietro alla Chiesa dove poi abbiamo poi sposato.

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