Monumenti e dolci momenti

Tutte le buone intenzioni, ma poi tra il dire e il fare c’è di mezzo una storica e “peccaminosa” pasticceria torinese che… Ma leggete il racconto che segue, scritto da Luciana Navone Nosari appositamente per questa guida. Mentre per il grande pubblico, in libreria e su IBS, sono disponibili i romanzi dell'autrice “Specchi di ghiaccio” e “Profumo di tiglio”, oltre a "Carezze di Luce" un libro straordinario - che consiglio vivamente - sul rapporto madre-figlia in questa dimensione e... molto oltre.

Mi avevano detto che Torino era una gran bella città ma, come succede spesso, mi ero data da fare per visitare paesi lontani, addirittura oltreoceano, e raramente avevo trovato il tempo di recarmi in luoghi raggiungibili in una manciata di ore, addirittura di minuti.
Dopo aver rimandato per anni il mio incontro con la ‘culla sabauda’, seguendo un improvviso impulso la settimana scorsa mi decisi a raggiungere Porta Garibaldi, fare la coda per acquistare il biglietto e salire, trafelata perché come al solito in ritardo, sul treno che mi avrebbe portata a Torino.

Il paesaggio offerto dai finestrini non era molto dissimile da quello dei dintorni di Milano quindi, anziché soffermarmi sui prati o sulle varie stazioni annunciate da lunghi fischi, mi concentrai su un pacco di dolci alle mandorle e iniziai a sgranocchiarli. La mia mamma me li aveva infilati nella borsa, quel mattino, convinta com’era che la sua ‘bambina’ stesse sempre sul punto di svenire per la fame, per ‘il buco nello stomaco’.

Quando l’altoparlante annunciò che stavamo per raggiungere la Stazione di Porta Susa, decine di persone si affrettarono ad alzarsi per ritirare i bagagli dal portaoggetti in alto, poi iniziarono a guardarsi attorno alla ricerca di quei ‘qualcosa’ che si rischia sempre di dimenticare sui sedili dei treni.

Attorno a Porta Susa fremevano molti lavori e mi venne in mente di aver letto, da qualche parte, che presto quella stazione avrebbe sostituito, per importanza e ‘passaggi’, quell’altra, antichissima e ‘storica’, di Porta Nuova. Ne ricordai i merletti che adornano la facciata principale, ammirata su qualche guida turistica o forse su qualche cartolina ricevuta quando ancora c’era l’abitudine di spedirle, piuttosto che ricorrere quasi esclusivamente alla tecnologia per trasmettere le immagini dei luoghi visitati.

Domandai a un passante come poter raggiungere piazza Castello e mi si mostrarono dei portici coi quali, mi fu precisato, c’era la possibilità di percorrere chilometri e chilometri senza vedere il ‘cielo aperto’.
“Se però intendesse passeggiare in una strada bella larga, pedonale, tranquilla, giri a sinistra e…”
L’uomo proseguì nel descrivere il percorso più breve per arrivare in ‘via Garibaldi e mi diede l’impressione di tenere particolarmente che una ‘forestiera’ come me la conoscesse. Le indicazioni furono talmente precise che raggiunsi con estrema facilità la via suggeritami e, nell’arco di pochi minuti, mi ritrovai su un lastricato che ‘sapeva d’antico’; non prima, però, di aver attraversato altri portici.
Mi domandai a quel punto quanti ne avesse, Torino.

La giornata era limpida, il cielo terso, quasi blu e, dando un’occhiata alle mie spalle, venni quasi investita da una catena innevata che pareva stesse per scivolare sulla città; le cime candide sembravano sovrastare tutto quanto. Le nevicate straordinariamente abbondanti avevano fatto in modo che alla vigilia di Pasqua gli amanti dello sci potessero ancora soddisfare appieno la loro passione. Mi imposi un passo affrettato, perché volevo sfruttare al massimo le ore che mi ero messa a disposizione; intendevo raggiungere quanto prima Piazza Castello e visitarvi Palazzo Reale, Palazzo Madama e, se possibile, allungarmi al Museo Egizio, che si trovava nei paraggi.

Due motivi mi avevano spinta a impormi di scorrere appena lo sguardo sulle vetrine senza soffermarmici; il primo riguardava la fretta, l’altro intendeva evitare shopping lesivi per il mio portafoglio: all’improvviso, però, le mie narici vennero violentemente colpite da un profumo di cioccolato dalla cui attrazione non riuscii a sottrarmi. Mi sentii costretta a cercarne l’origine. Alzai gli occhi. ‘Caffetteria Tamborini’, recitava l’insegna. Non ce la feci a frenare l’impulso che mi spingeva verso quella fragranza, quindi scrollai le spalle ed entrai.
L’ambiente era accogliente, luccicante di argenti e ottoni brillanti. Fui incuriosita da una saletta a destra, dove m’inoltrai scoprendo un’atmosfera un po’ sabauda, dai divanetti in velluto verde e le seggiole dal sapore antico.

- Che cosa mi consiglia? – chiesi, dopo aver preso posto a un tavolino, ad un cameriere con tanto di papillon.
- Dato il periodo, il nostro salame quaresimale – mi venne risposto con un sorriso.

Fu così che avvenne il mio ‘battesimo’ col salame quaresimale di quella pasticceria di via Garibaldi. Me ne feci portare uno intero. Già soltanto l’aspetto era invitante all’inverosimile. La crosta di cioccolata dalla foggia ondulata ‘trasudava’ letteralmente degli sgargianti colori della frutta candita, sbordante dalle due estremità. Il profumo era delizioso: avvolgeva le narici per scendere fino alla gola. Cominciai a deglutire, e in quel momento feci mio il significato del termine ‘acquolina in bocca’. Rimasi immobile; mi sembrava di profanare qualcosa, nel minare l’integrità di quella forma ondulata, ma la mia golosità ebbe il sopravvento sull’aspetto da conservare intatto. Affondai dunque il coltellino nella superficie morbida, che al primo contatto si sfaldò un poco, poi presi coraggio e attesi di udire il tintinnio sulla porcellana bianca del piattino.

Finalmente portai il primo boccone alla bocca, finalmente il profumo divenne sapore e chiusi gli occhi, convinta che il farlo mi avrebbe permesso di assaporare maggiormente quella prelibatezza. E prelibatezza fu. L’impasto di cioccolato aderì al palato, perfettamente amalgamato con la frutta candita, e insieme si sciolsero in un tripudio di golosità eletto a trionfo di eccelsi sapori.

Divorai una metà di quel salamino quaresimale, poi chiesi al cameriere di incartarmi quanto rimaneva (nelle mie intenzioni da destinarsi alla mia mamma, mentre in realtà sarebbe stato dimezzato durante il viaggio di ritorno). Nella vetrina della pasticceria troneggiava un’alzata di giandujotti terribilmente invitante, pertanto ne ordinai un gigantesco sacchetto. Lo infilai in borsa prima di correre verso piazza Castello, i suoi palazzi e il museo adiacente. Quando raggiunsi la meta, decisi di sostare un momento su una panchina; dissi a me stessa che mi sarei riposata pochi istanti, solo il tempo necessario per osservare le piccole fontane circondate dalle antiche costruzioni sgorgare, come per magia, dalla pavimentazione in sanpietrini.

Nel frattempo, però, avevo iniziato a scartare il sacchetto con i giandujotti; una mezz’ora dopo mi resi conto che il volume dei cioccolatini si era ridotto di una buona metà.

“Pazienza”, dissi tra me e me; “forse non riuscirò a visitare tutto quanto mi ero prefissa, ma i dolci che ho gustato sono talmente straordinari che varrà la pena di tornare a Torino per visitare il ‘non visto’ e, magari… fare un’altra scorpacciata di leccornie!”

 
 

Per contattare l’autrice: info@luciananavonenosari.com

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