Rachele e il manico di scopa

Una scrittrice che stimo molto, Laura Bonalumi, autrice di libri dai temi importanti come anoressia, pedofilia, spiritualità, si è lasciata coinvolgere nella narrativa gastronomica scrivendo questo racconto inedito per i lettori di questa Guida. Mentre di edito, troviamo di lei in libreria "Fragile" (Fara Editore), Gli occhi del mondo" (Fara Editore), "Wild iris" (Nuovi Autori).

Rachele aveva partorito sette figli.
Non tutti assieme!
Sette figli che degradavano in età, così come si scendono gli scalini di una scala ove alzata e pedata si alternano sapientemente.
Al ritmo di un biennio spuntava, preciso come un orologio svizzero, il maschio o la femmina di turno: Luigi, Maria Teresa, Claudia, Attilio, Mario, Imelde e Franco.
Tutti biondi e paffutelli. Tutti lì, in bella mostra nella foto sul comò, in quella cornice d’argento vecchio, che era passata dalla bisnonna Maria, bidella famosa, a Rachele che le aveva saputo dare tanti nipoti e, soprattutto, un tetto sotto il quale dormire serena la notte.

Una famiglia modesta, dignitosa, dove, Emilio, marito e mobiliere, era solito tornare la sera, stanco e assorto, non per il duro lavoro, quanto per i sogni e i desideri di volata che lo portavano con il pensiero ai suoi eroi: Gimondi e Bartali.
Emilio non perdeva un giro, un Giro d’Italia, un Tour de France, e a memoria, ricordava tappe e cronometro dei suoi beniamini, niente lo avrebbe allontanato da quelle ruote con i raggi argentati che vedeva sfrecciare alla tv.
Rachele sbuffava e, mentre con il tubo caldo della stufa in cucina, stirava i fiocchi rosa per i capelli delle figlie, guardava di sottecchi il marito che pregava per la maglia rosa, per la maglia gialla, perché non piovesse, perché arrivasse un po’di fresco: altrimenti quei poveri ragazzi non ce la fanno!

Era quello il momento della scintilla, il momento in cui a Rachele, come per magia, cresceva un capello bianco: eppure era ancora giovane. Ma niente, niente come vedere Emilio che con il pensiero volava su due ruote, la mandava così in bestia!
Allora la vedevi, con la testa china, il passo deciso correre verso la dispensa; la sentivi spostare con violenza ora un barattolo di latta, ora una conserva, un sacco di farina, un sacco di riso; la trovavi, infine, di nuovo in cucina, col sorriso beffardo, ma finalmente soddisfatta.
Aveva il bastone. Sì, un vecchio manico di scopa, accuratamente pulito e grattato: era la sua arma segreta.
Lo brandiva, mormorando tra sé e sé qualcosa, in direzione del marito che ancora non si era mosso dalla poltrona, lo scuoteva giurando e rigiurando che un giorno lo avrebbe usato a dovere.
Ma poi, tornando ai suoi pensieri, lo posava sul piano marmoreo del tavolo e iniziava a spolverarlo e a ricoprirlo di farina.

Aveva un tocco gentile, con quel bastone di legno chiaro; con gesti accurati, precisi, ma morbidi, copriva il suo attrezzo, velandolo, coprendolo, come a vestirlo di un talco, di una cipria dalla granella sottilissima e profumata.
Uova, burro, latte, uva passa a bagno con acqua tiepida e un po’ di cognac; quello che portava lo zio Mario dal lavoro, come regalo nelle confezioni con il panettone; mele a fette sottilissime, circolari con il buco al centro.
E lì iniziava a sfogarsi, a correre, come quei ciclisti che Emilio tanto stimava, a salire e scendere per le Alpi e gli Appennini, girando, non pedali e ruote, ma quel magico bastone con il quale tirava l’impasto piatto e liscio come la Pianura Padana.

Eccolo, il Giro d’Italia di Rachele, ecco la sua maglia rosa!

Mentre l’olio scaldava nel paiolo di rame, mentre il calore arrivava a farla sudare come Gimondi, girava con fatica, ma sempre con grazia, una pastella gialla come l’oro che ora si riempiva di pepite scure ormai morbide e succose. Quando tutto era ben miscelato, quando ormai si intravedeva il traguardo, ecco quelle ostie di mela sottile che andavano a tuffarsi, a gara, nella pastella gonfia e golosa che altro non aspettava di essere fritta e mangiata.
E così accadeva. Lo sentivi, l’olio a sfrigolare sul fuoco, lo sentivi, il profumo dolciastro della mela che cuoce, del liquore che evapora; fino in fondo alla strada, all’altro lato della piazzetta: “Rachele fa le frittelle! ”
Ed era festa per tutto il quartiere, per i suoi sette figli, per le nuore e i generi, per i nipoti, che anche loro ad ogni biennio benedivano la famiglia con un arrivo.

Rachele e il suo bastone di scopa. Emilio e la sua maglia rosa.

Una benedizione, una manna, per noi golosi e insaziabili, nipoti ormai cresciuti, che portiamo nel cuore ogni loro ricordo, che amiamo raccontare le loro schermaglie, che abbiamo imparato a guardare il Giro d’Italia mangiando frittelle di mele.

Per contattare l’autrice: laura.bonalumi@tin.it.

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