“Allora, che mi dici?”
Mio figlio esordisce sempre in quel modo quando vuole parlarmi.
Lo conosco, devo solo asse- condarlo, poi parte con la confessione.
“Che sono settanta, ormai” il traguardo è raggiunto. Negli ultimi anni ho visto molti amici andarsene, ogni anno in più è una benedizione.
“Auguri, allora!”
Si alza a prendere una bottiglia.
I nipoti nell’altra stanza stanno facendo baccano. Ci fosse ancora mia moglie, sarebbe di là a far giocare la piccola Nadia, o a contenere l’esuberanza di Francesco. Ma di lei i bambini hanno ormai solo un ricordo sfocato.
È rosso, quel vino, e frizzante.
Come mia moglie, Irene, frizzante, sempre pronta a bere il vino aspro e gustoso della vita.
“Papà?” interrompe lo srotolarsi della memoria.
“Scusa, stavo pensando a tua madre. Sono tre anni, quasi.”
Mi guarda senza parlare. E anche a lui gli occhi si fanno lucidi.
“Ma non sono triste, sai. Ho solo un po’ di nostalgia. Su, fammi assaggiare quel vino!”
Sento il gorgoglio del liquido, lo spumeggiare leggero, il profumo che raggiunge il mio naso è pungente, entra nella testa, solletica i pensieri.
Un piccola trattoria, la prima cena con quella ragazza.
Lo stesso vino.
Nella confusione vociante del locale, il nostro tavolo era un’isola di silenzio. Solo sguardi, poche parole e quel bicchiere di vino. Si chiamava Irene.
Assaggio un sorso: lo stesso sapore. C’era l’ottimismo della nostra giovane età in quella bottiglia, e la voglia di mettersi alle spalle il diavolo della guerra.
Un altro sorso.
Il gas che si sprigiona esplode nel naso in una girandola di sensazioni. Sono vecchio, troppo vecchio, percepisco il presente e il passato come una sola cosa.
Sento mio figlio che parla di Francesco e della scuola appena incominciata, degli altri genitori che sono molto più apprensivi di loro, e questa per lui è una sorpresa, delle spese per i figli, della scuola calcio; non lo ascolto veramente, in verità non lo ascolto affatto, resto in ascolto solo della mia mente che naviga incerta.
C’era del vino, come in tutte le trattorie di una volta; nemmeno ti chiedevano: lo portavano in tavola come oggi con l’acqua. Di solito barbera in caraffa. Ma quello era un giorno speciale per noi. Era il mio primo vero stipendio, quindi si doveva festeggiare con una bottiglia di vino.
Rosso, frizzante.

Sollevo il bicchiere, la luce si frange sulla superficie e restituisce bagliori carminio.
“Papà devo dirti… ”
Lo so, tante cose devi dirmi. E io quante altre vorrei dire. Perché quando tutto passa, e a separarci non ci sono i chilometri, ma i cieli e la terra, vorresti aver conosciuto meglio le persone che ti sono state vicine, scoprirne tutti i segreti, svelarne l’intimo essere e aprirti a tua volta con tutta l’anima, raccontare delle tue aspettative, delle tue ambizioni o condividere le considerazioni sulle cose e sul mondo hai accumulato negli anni.
Ma di questo ti rendi conto troppo tardi, quando il tramonto è sempre più breve e ti colpisce il rimorso di non aver avuto abbastanza coraggio per riuscire a dire “ti voglio bene”.
“Ricordi quando scrivevo poesie per te e per la mamma? Lo sai che mi è sempre piaciuto scrivere… insomma, ho scritto un libro, e il mese prossimo me lo pubblicano. Sarà in tutte le librerie!”
Vedo lei che si alza, accenna un passo al ritmo della musica emessa dalla vecchia radio gracchiante. Mi invita a seguirla e balliamo tra i tavoli, mentre gli altri avventori ci guardano divertiti.
Non è Irene, è solo la danza dei miei nipoti scatenati intorno al tavolo.
“Papà?”
Poveri figli, pensano che oramai mi sia rimbambito. Non sanno che immergersi nei ricordi è un modo di sopravvivere al dolore.
Ho scritto un libro, memoria cristallizzata dei sogni e delle passioni.
“Avanti, versami un altro bicchiere, che facciamo un brindisi!”
Il vino esce dalla bottiglia spumeggiando, trascinando vita dall’imboccatura, vita che noi siamo pronti a ricevere.
I libri e il vino hanno questo in comune: sono memoria dell’uomo. I primi della coscienza e della sapienza, l’altro delle sensazioni e dell’astratto confondersi dei sentimenti.
La musica è terminata, lei è stretta a me; sorride e poggia le labbra sulle mie. Il bacio diventa respiro infinito, qualcuno ai tavoli fischia e commenta, ma noi siamo soli nel nostro universo, siamo fusi nell’amore che travalica il tempo.
E beviamo un altro sorso di vino.
Rosso e frizzante.
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Il blog di Loris Navoni:
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Loredana Limone








