
Zucchero a granelli
Che bel nome per una pasticceria!
Il proprietario, dice l’insegna, è un certo Peppino Inganni.
Ah, che ricordi… il mio collega al Liceo San Nicola, che si chiamava così.
Beh, collega, non si può proprio dire…
Il tempo era passato. Molti e molti anni. Lei però se lo ricordava ancora, Peppino, insegnante di educazione fisica con la passione per la pasticceria. Bello. Alto? Non molto. Moro, occhi verdi, tanto verdi da non sembrare veri. Ma a quei tempi non c’erano le lenti a contatto colorate: quello che c’era era solo l’offerta di madre Natura, nessun aiutino o ritocchino!
Peppino dei primi rossori, di quando Giuditta era insegnante ventenne, fresca di diploma, nuova in quella grande scuola e lui il primo giorno fu l’unico ad accoglierla con un caloroso benvenuto. Unico collega coetaneo tra un gran numero di chiome argentate. E lei si era innamorata. Una sola volta nella sua vita. Quella volta! Lui le aveva insegnato i segreti del preparare i dolci: come fare la base di pasta frolla, quando usare l’ albume d’uovo per spennellare, quale fosse in paese il negozio migliore per comprare gli stampini a forma di fiore, cuore, quadrati.
I “Biscottini di noi due” a forma di cuore, con una fragolina candita al centro erano la loro invenzione.
Lei fingeva una passione culinaria che non aveva. Anzi le faceva senso mettere le mani nella pasta molle. Ma avrebbe fatto di tutto pur di stare insieme a lui per qualche ora fuori dalla scuola, nel laboratorio della pasticceria della famiglia Inganni. La famiglia materna di Peppino. Lui non sapeva chi fosse suo padre, non lo aveva mai conosciuto. Insomma, in paese si diceva che il mascalzone se l’era data a gambe, imbarcato su una nave della Marina Militare Italiana, quando aveva scoperto che la Caterina Inganni sua fidanzata aspettava il loro figlio. Mai più tornato.
Innamorata ed intenerita dalle sue vicissitudini familiari, Giuditta non aveva occhi che per questo bel ragazzo.
Fino al giorno in cui.
Impastando insieme la base per una frolla, si era fatto molto vicino. Tanto vicino che lei si sporse per ricevere quel bacio che - lo sentiva - stava per arrivare. Ma lui si ritrasse, come si fosse scottato.
“Ho capito” lei gli disse “non vuoi rischiare di comportarti come tuo padre, quindi non ti concedi ai sentimenti”.
Lui non reagì ma gli si leggeva in viso cha Giuditta aveva ragione. Lei, non potendo dire altro, se ne scappò a casa in lacrime. Da quel giorno lo trattò con gentilezza e garbo, ma gelida e distaccata. Non andò mai più a fare i dolci da lui. Finito l’anno scolastico partì per molto lontano. Milano.

Una regola le si impresse a fuoco nella mente: mai far vedere le tue emozioni.
Mai, per nessun motivo, perché porta solo disillusione e tristezza. Una vita tiepida, grigia ed apatica è sempre meglio di un cuore sanguinante perché rifiutato.
… Il tempo era passato. Molti e molti anni. Aveva ormai i capelli bianchi. Era rimasta sola. Zitella, anzi signorina. O, più modernamente, “single”.
Era tornata nel suo paese natale per stare vicina ai suoi genitori, ormai in là con gli anni, molto più di lei.
La sua vita era stata davvero senza scossoni emotivi, dopo Peppino. Tranquilla, prevedibile, controllata. Ma quel giorno, davanti all’insegna della pasticceria “Zucchero a granelli” ricordi vividi si presero possesso di lei. Voleva rivederlo. Solo una volta.
Aveva un piano.
Tornò a casa con tutto l’occorrente comprato al negozietto all’angolo. Anche quello ereditato e tramandato di padre in figlio, come in tutti i piccoli paesi. Preparò il tavolo di lavoro, ben pulito, con tutto a portata di mano, ed iniziò ad impastare la frolla. Le faceva ancora senso metterci dentro le mani, non lo aveva più fatto da allora. Ma continuò con impegno, e fece i biscottini. Quelli là “di noi due”. A forma di cuore, con una ciliegina candita al centro. Li fece cuocere con attenzione poi li lasciò raffreddare.
Impacchettare dei biscotti dalla forma così strana non fu facile. Ma eccola lì, quel pomeriggio, col suo pacchettino, corredato di biglietto esplicativo, davanti alla “Zucchero a granelli”. Entrò e consegnò il tutto ad una sbigottita commessa, stupita di dovere per una volta ricevere e non consegnare un pacchetto fragrante e con un dolce profumo.
Passarono dei giorni, incolori e insapori come tutti quelli già vissuti. Aveva relegato nel cassetto dei pensieri remoti anche la recente avventura in pasticceria.
Al suonar del campanello della porta la signorina Giuditta si scosse. Chi poteva essere?
La voce che rispose al citofono disse “Peppino Inganni” ma qualcosa non quadrava.
Andò ad aprire e vide un mazzo di fiori enorme, da cui spuntavano gambe maschili, cui disse “prego si accomodi”.
I pensieri le riempirono il cervello, si urtavano tra loro correndo veloci.
E’ lui? E adesso cosa gli dico? Cosa vuole?
Da dietro i fiori spuntò un bel viso dai tratti familiari.
“Buongiorno, sono Peppino. Lei era una collega di mio padre quando ancora insegnava, vero? Mia nonna mi ha raccontato tutto di voi e le manda questi fiori di benvenuto. Quando avrà un po’ di tempo, mi piacerebbe che mi raccontasse di mio padre da giovane. Sa, io non l’ho mai conosciuto”.

Il commissario Maratea si fermò a questo punto nella lettura dalla testimonianza scritta di Maletti Giuditta. Era disgustato.
Non le aveva chiesto un romanzo rosa, né il racconto farneticante del suo cuore ferito! Voleva sapere cosa fosse successo durante tutti quegli anni anni, oltre ai capelli che erano diventati bianchi e alla vita insapore che scorreva lenta.
Erano anni che seguiva il caso Scottino-Inganni e finalmente, grazie alle rivelazioni della Maletti sperava di ricostruire tutta la storia di quella famiglia. Su un foglio sintetizzò alcuni punti salienti della vicenda:
• Mariano Scottino, padre di Inganni Peppino, era scomparso in mare dopo essersi imbarcato come volontario nella Marina Militare.
• Non era fuggito da una paternità indesiderata, come tutti avevano pensato. E in questo era stato molto bravo perché, dalle testimonianze raccolte, nessuno mai sospettò altri motivi di fuga. Scappava invece da nemici molto più pericolosi per tutti. Aveva preferito sacrificare sé stesso e non la sua compagna né suo figlio. A costo di essere odiato per sempre proprio da loro. Questo forse era stato l’unico suo punto debole. Volersi riscattare ai loro occhi.
• Per far conoscere la verità ai suoi unici amori aveva scritto una specie di memoriale. Lo aveva consegnato ad un notaio, lasciandolo in eredità al figlio, maschio o femmina che fosse, che lo avrebbe ricevuto solo dopo il compimento della maggiore età. Questo garantiva un lasso di tempo ragionevole per evitare che il ragazzo fosse direttamente coinvolto. Ma quel manoscritto conteneva verità troppo scottanti, pericolose anche dopo molti anni.
• C’erano coinvolti segreti di Stato, legami con le cosche mafiose.
Il commissario era venuto a sapere dell’esistenza di quel libello dalla confessione di un famoso pentito di mafia. Che però non era sopravvissuto a quella rivelazione.
Peppino Inganni era a conoscenza del memoriale? Lo aveva letto? Era scomparso anche lui come suo padre proprio a causa di quello scritto?
Si aspettava che la signorina Maletti lo aiutasse a colmare queste lacune, non che gli confessasse le pene della sua triste vita da zitella.
La signorina Giuditta fu convocata in commissariato proprio il giorno successivo all’incontro con Peppino. Peppino Due, quello giovane.
In fondo se lo aspettava, anzi si era domandata spesso come mai non l’avessero ancora chiamata. Aveva consegnato la prima parte del suo memoriale due giorni prima, esattamente come richiestole dal commissario quando l’aveva contattata nel suo esilio a Milano.
Tutti in paese avevano creduto alla storia della brava Giuditta che tornava per accudire i genitori ottantenni. Certo, lo aveva fatto un po’ anche per loro. Ma il suo amore per la verità (e per Peppino Uno) era stato il motore primo.

Il giovane Peppino, Due, le aveva chiesto, quel giorno del loro primo incontro, di raccontarle qualcosa di suo padre. Lei lo aveva fatto. Senza nascondere nulla. Nemmeno il quaderno sgualcito. Lui aveva pianto leggendolo. Perché veniva alla luce che ne’ suo padre ne’ suo nonno erano dei vigliacchi, come gli avevano sempre raccontato. Ora era anche lui a conoscenza di tutto.
Le rivelazioni furono tante e per giorni lo perseguitarono come ombre di fantasmi.
Il suo papà era stato ucciso. Scomparso senza lasciare tracce. Morte bianca.
E quel quaderno era la causa del tutto. Quello che gli aveva mostrato Giuditta.
Il quaderno scritto dal nonno, anche lui morto per lo stesso motivo.
Non aveva nessuna colpa se non aver assistito ad una riunione cui non doveva essere presente: quella per definire l’omicidio di uno dei senatori della Repubblica Italiana, S. D., che si era schierato contro le cosche, che ostacolava apertamente il proliferare indisturbato del Clan, come si chiamava adesso nel Duemila. Non aveva colpa se non di essere il fornaio che consegnava il pane in casa di Don G. Non aveva colpa se non di essere entrato proprio quando si stava svolgendo quella maledetta “riunione”, esattamente nel momento di definizione della strategia e dei nomi. Il consesso si era tenuto di mattina presto, in casa di Don G., per non destare sospetto e proprio per non giungere ad orecchie estranee. Invece Mariano udì, e questo segnò la sua condanna a morte. Sperò che non lo avessero visto entrare, che non si fossero accorti di lui. Sperò per una settimana terribile, in cui progettò la sua fuga, scrisse febbrilmente quanto aveva udito sul taccuino dei conti del negozio, lo consegnò al suo amico del cuore, notaio, accompagnando le sue volontà in merito. Suo figlio, che lui non avrebbe mai visto e che in quel momento era nel grembo della madre, avrebbe saputo tutto a tempo debito. In un momento lontano in cui tutto sarebbe stato storia passata. Sapeva di andare incontro a morte certa. Finse dunque di entrare in Marina per evitare di coinvolgere i suoi cari in quella losca vicenda. Accettò di venire considerato un vile che fugge lasciando la fidanzata in gravidanza. In futuro tutti avrebbero saputo.

Il resto della storia, quello che non c’era nel taccuino di suo nonno Mariano, fu raccontato a Peppino dalla signorina Giuditta.
A lei erano giunte quelle pagine bollenti, spedite da Peppino, Uno, il suo grande amore mancato. Lo aveva spedito quando si era reso conto di essere in pericolo e di aver trascinato con sé - ironia del destino! – anche la sua fidanzata ed il loro figlio che stava per nascere.
Il futuro previsto da Mariano, i ventuno anni fino alla maturità del figlio, non era abbastanza lontano dai fatti. Non abbastanza lontano da salvare i suoi cari. Il Clan (a loro non sfugge mai niente, la rete di contatti e di persone fidate è estesa oltre l’immaginabile) venne a sapere che Peppino Inganni, figlio del fu Mariano Scottino, era giunto in possesso di una testimonianza scomoda. L’unico documento che rivelava la vera causa della morte del senatore S.D., archiviata a suo tempo come “incidente automobilistico”.
Quando Peppino ricevette il quaderno mortale era ormai adulto. Il notaio amico di Mariano era intanto deceduto ed il suo successore non fu altrettanto discreto. Purtroppo Don G. era ancora in vita – sebbene in là con gli anni – e fu presto a conoscenza della diffusione del suo segreto.
Peppino lo sentì subito istintivamente, dopo aver letto quelle pagine: la sua vita era ormai agli sgoccioli. Don G. era vivo e sicuramente già sulle sue tracce. Pensò di chiedere aiuto al suo amore mancato. Giuditta che era fuggita a Milano poco dopo il suo rifiuto. Giuditta che, lo sapeva, lo avrebbe sempre amato ed avrebbe fatto qualunque cosa per lui, anche custodire il suo segreto più terribile.
“… ecco Commissario, questo è tutto quello di cui sono a conoscenza. Lo lascio scritto in questo diario che le consegno. È il seguito di quello che le avevo mandato la settimana scorsa. Mi sono permessa di portarle anche questi.” Giuditta porse all’impettito funzionario un vassoietto di cartone colmo di biscottini. Di pastafrolla. A forma di cuore.
Per qualche minuto la fredda stanza delle confessioni dei testimoni si tinse di un profumo buono. Profumo di casa, di affetto.
Di un bene possibile.
Biscottini di pasta frolla
La ricetta
Ingredienti:
500 g di farina 00,
300 g di burro a temperatura ambiente,
150 g di zucchero semolato,
1 uovo + 4 tuorli,
sale,
poco latte o acqua.
Preparazione:
Tagliare il burro freddo a pezzetti e metterlo in una ciotola, aggiungere lo zucchero poi, uno alla volta, l’uovo e i tuorli. Aromatizzare a piacere (scorza di limone, vaniglia, cannella, ecc.). Aggiungere poca acqua fredda (o latte) e mescolare lentamente finché l’impasto non avrà formato una palla. Impastare rapidamente con un pizzico di sale e avvolgere in pellicola trasparente e riporre in frigo per 1 ora. Stendere la pasta con il mattarello su un piano infarinato in uno strato piuttosto sottile. Ritagliare i biscotti e porli su placche ricoperte con carta da forno. Cuocere in forno già caldo a 190°C per 8 o 10 minuti.
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Loredana Limone









Mauriziospag
31 Jan 2010 - 20:01 - #1GRANELLI DI PIANTO
…I preparativi scoperti
e gli affetti che se ne vanno
spolverando ricordi e briciole sparecchiate
in raccolti scoppiati in fondo al cuore…
Per un minuto o due
La cortesia
È diventata mia testimone
È pervenuta risposta
Ad ogni dubbio
Della già adottata malinconia.
Per un minuto
Sempre gentile
Ho ascoltato certe voci
Che mi fanno orecchio
Alla voglia di vivere
Alle questioni per mentire
Di amori prestati
Ed arrestati.
Per un solo istante
Ho perduto
La strada della paura
Ho combattuto
Nel mio sostegno di paglia.
Sparate e sparate!
Sperate e sperate!
A voce troppo alta
Il confronto con la verità
È di essere uomini
Giusti o sbagliati
Ma provati e sbriciolati.
Granate e granate!
Sgranate e sgranate!
Stacchiamo
L’ultima occhiata al rimasto
Perchè
Sarà resa supplica vita…
La nostra neve è sciolta
In un campo
Di granelli di pianto.
©
Da “Il cuore degli Angeli”
di Maurizio Spagna
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info@ilrotoversi.com
L’ideatore
paroliere, scrittore e poeta al leggìo-