Sono qui che tamburello con le dita sul bordo del tavolo.
Sul centimetro di tavolo lasciato libero dal giornale aperto.
Fermo a leggere l’articolo e a ripetermi che non è possibile per niente che stia davvero andando così.
Buzz buzz.
Citofono.
Vado a rispondere.
“Chi cazzo è?”
“Ehi Sam, vieni giù a prendere la roba. Cazzo fai ancora su? Aiutami!”
E’ Juliet che torna dalla spesa.
Guardo giù dalla finestra. Sta seduta sugli scalini d’ingresso. Ha piazzato il carrello del super di lato al marciapiede. Manco quello parcheggia bene. Si è accesa una sigaretta e si sistema i jeans.
E’ un disastro starci assieme. E’ incasinata, ma è troppo bella! E divertente. E sexy.
Talmente che cerco di ficcarle lo sguardo tra le tette anche da qui.
Guardo il cielo di Belfast, della mia città, dove sono nato. Il cielo che mi diverte come al solito. 27 anni di questo cavolo di cielo e ancora mi piace. Oggi ha fatto pioggia fina, pioggia lenta, poi pioggia veloce tirata dal vento in faccia come spilli e poi mezz’ora di sole e poi nuvole bianche e vento e siamo a maggio.
Buzz buzz.
“Chi cavolo è?”
“Ehi, Sam, non prendermi per il culo, vieni giù a darmi una mano.”
Neanche si può stare un secondo a guardare e pensare in questo schifo di posto.
Dentro al carrello del super ci sarà solo birra a vedere una prima occhiata. Birra e una bottiglia di whisky messa sdraiata in quello spazio dove dovrebbe starci seduto un bambino piccolo.
“Bella spesa di merda” dico a Juliet.
Lei mi viene vicino e dice: “Ti amo, cazzo, che bello che sei quando sei così pieno di soldi.”
Che i soldi glieli avevo dati io per andare a fare la spesa. Ma, cazzo, c’avrò in tasca sì e no 15 giorni di sussidio.
“Inizia a portar su la roba, va’” dico imbarazzato, ché mi sta prendendo in giro.
“Aiutami, forza” e ride.

Saliamo che ci mettiamo un’ora perché ci si bacia a ogni ballatoio per prendere fiato e ridere e stupidate così.
Scende una vecchia che parla da sola e ogni tanto grida. Ma sono frasi che non si capisce niente, storie di un’altra epoca. Deve essere già bevuta, più di noi. Le facciamo posto che quasi non ci vede. Ci passa di lato e non si accorge, ci usa come muro molle per rimbalzare via e fare la curva. Sembra che ha fretta. Avrà la pensione da spendere in alcol, lei.
Arriviamo in casa e sorpresa, che non me l’aspettavo neppure, dentro alle buste oltre alle bottiglie c’è anche del cibo.
“Che merda di puzza in questa casa, Sam, è quest’acqua che fa le pozze dentro ai piatti da giorni.”
Ci sono i piatti da lavare. C’è da aprire la finestra. Insomma, dare una raddrizzata in giro.
Comincio dalla finestra che mi sembra più semplice e redditizio.
Il cielo grigio uniforme del cielo ferma i colori delle case, sono case pastello, usate come mozziconi da buttare.
Mentre Juliet svuota le buste dello Spar io resto lì a guardare. Sotto passa un drappello di soldati inglesi. Oggi è il 4 maggio dell’81 e questi pensano ancora di essere i padroni.
“Oggi è il 4?” chiedo a Juliet.
Il calendario al muro è dell’anno scorso o di due anni fa. O forse è il 5 di maggio.
Mi torna in mente il giornale.
Glielo dico, mentre infila scatolette nei ripiani sopra al lavandino.
“Juliet?”
“ Cosa?”
“Bobby sta morendo.”
“Sì, Sam, lo so.”
“Bobby sono due mesi che non mangia per difendere anche i nostri diritti. E noi qui che non facciamo un cazzo per aiutarlo. Dovremmo andare in piazza e sparare e farci dare dei fucili e delle pistole e qualcosa.”
Lascio la finestra e torno di fianco a lei. Vedo con che ordine sistema le scatolette, divise per gusti e i vasetti in una fila precisa. Come una donna e la sua casa.
Si volta a guardarmi.
“Metti le birre nel frigo”mi dice, lieve.
“Ma sei d’accordo con me?”
“Sì, ma muoviti uguale.”
“Dovremmo tentare un’azione, anzi no, meglio qualcosa di dimostrativo che poi ne parlano anche all’estero, e i francesi del cazzo vengono su e vedono Bobby e gli altri ragazzi e mica si può trattare la gente a quel modo e sai cos’ho sentito che lo stomaco di un uomo che digiuna per tanto tempo si schiaccia come un tubetto di dentifricio usato e strizzato e non c’è più modo di farci entrare del cibo dentro a un tubetto così. Non ci si può soffiare dentro per ridargli la forma che aveva.”
Juliet mi guarda dritto in faccia e mi fa una carezza, sembra una donna fatta quando fa così.
“Siediti” mi dice.
“Ma Bobby c’ha 27 anni, cazzo, c’ha la mia età, potresti essere qui a spassartela con lui, cazzo e mi fa impazzire pensare che per lui non è così e per tutti gli altri che stanno dentro.”
“Lo so, siedi adesso però. Parliamo dopo, adesso voglio fare da mangiare” dice.
Son due giorni che non c’è cibo in questa casa, solo birra e pane secco e Juliet ha preparato formaggio cheddar al peperoncino e cetriolini verdi disposti come un cerchio perfetto attorno al formaggio arancione a pallini rossi. Sembra un sole, un sole coi petali verdi. Messi distanti uno dall’altro con la cura di un disegno di bambina.
Lo dico a voce alta.
“Cazzo sei un poeta, Sam, mangiamo però.”
Mi bacia e questa ragazzina che avrà vent’anni o forse meno, meno di sicuro, mi fa stare in questa casa, come fosse un nostro mondo fuori dal mondo, e ci sto tanto bene che non vorrei più uscire da qui e starci per sempre.
Le metto una mano sul culo e la bacio in bocca. Ci mettiamo al tavolo a mangiare.
Apro due birre.
Calde, ma fa niente.
Mangiamo formaggio con pane scuro e beviamo birra. E’ buono il cibo preparato in casa. E la tavola è apparecchiata come si deve con tutto quello che serve.
Parliamo delle azioni dimostrative contro gli inglesi e domani si decide di andare in strada e manifestare per Bobby e gli altri, e unirci alle manifestazioni e stare in strada e Juliet si spoglierà e farà il viale fino alla stazione nuda con la scritta Porci Inglesi sulle chiappe e anche i francesi se ne accorgeranno.
E lei dice che se non lo fanno i francesi magari ci sono gli americani che si accorgono e le fanno fare un film, e ride.
Cazzo, che delirio di donna, alle volte starla ad ascoltare non c’è un filo logico.
Beviamo altra birra che col frigo si è fatta fresca e un bicchierino di whisky ogni tanto e si comincia a stare zitti e io a nascondermi nei suoi capelli e poi il collo e lei a baciarmi e carezzarmi.
Si va in camera e si torna nel letto disfatto di briciole e mutande.
Facciamo l’amore che fuori c’è un raggio di sole a singhiozzo.
Dopo col fiatone: “Ti amo.”
“Ti amo” diciamo e ci appallottoliamo nelle coperte come fossimo orsi.

Buzz buzz.
Buzz. Buzzzzz.
E’ il citofono che ci ripesca dallo scuro.
Mi giro di lato e poi metto i piedi a terra sul pavimento ghiacciato. Mi sveglio di colpo fino alle ginocchia, per la botta di freddo.
Juliet mi sfiora la schiena a tentoni e si aggrappa alla t-shirt.
Buzz buzz.
Mi alzo con la testa che gira a vortice.
E Juliet fa: “Aspetta, ma chi cazzo è che rompe?”
“E che ne so” e vado.
Esco dal sonno e dalla camera e avanzo cercando le pareti a sorreggermi.
Fuori il mondo è quasi buio che le nuvole si sono fatte serali e saranno le sette o le otto e abbiamo dormito un pomeriggio intero e devo trovare qualcosa da bere.
Buzz Buzz.
“Chi cazzo è?”
“Ehi Sam, sono Frances.”
“Ehi Frances che cavolo c’è, dai vieni su.”
“No, Sam, sto facendo il giro. Hai saputo? Bobby è morto. Bobby è morto, cazzo.”
Restiamo lì in silenzio come se non c’è proprio niente da dire.
Sento che mi gira la testa e mi manca il respiro quando da sotto viene su per il filo: “Ehi Sam ora vado, avviso gli altri anche se poi lo diranno in tv.”
Resto lì attaccato al ricevitore con l’orecchio appiccicato e sento i passi di Frances che si allontanano sul marciapiede di pietra dura e umida.
“Ehi Frances non andare” sussurro. “Non lasciarci da soli. Veniamo anche noi.”
Ma il citofono resta in silenzio. Lo lascio cadere a terra. Immagino Frances che va dagli amici per la paura di stare da solo. E torno veloce in camera. Sbatto la gamba in uno spigolo ma non me ne accorgo quasi. Mi sdraio appiccicato alla schiena di Juliet, mi avvicino ancora di più e le parlo in un orecchio. Glielo dico piano per non sentire la mia voce.
Restiamo fermi a sprofondare per un po’, poi ci prende il bisogno di bere qualcosa.
Accendiamo la tv, che ci mette un secolo a scaldarsi, e stiamo lì abbracciati come pietre, Juliet e io, nudi e abbracciati sul divano, a sentire che oggi è il 5 maggio dell’81 e che oggi pomeriggio Bobby Sands è morto, dopo 66 giorni di digiuno, dentro ai blocchi H della prigione di Long Kesh.

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Loredana Limone









Mauro
19 Jul 2009 - 16:52 - #1ottima la storia di Filippo Gozzi che ci hai proposto con il tuo cheddar cheese
grazie