Convivi diversi, anzi di…versi

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l'ira funesta che infiniti addusse…

E se la parafrasassimo così:

Cantami, o cuoca, dell’affamato Achille
l‘appetito arretrato che ad azzannar
lo indusse la zampa di un nemico…?

No, no, ci rinuncio! A ognuno il suo mestiere.

I veri poeti sì che riescono a vedere sfumature poetiche ovunque, anche nelle pietanza di tutti i giorni.

Partendo da questo assunto, un lavoro gustoso e divertente, (solo apparentemente) leggero, ideale da sbocconcellare sotto l’ombrellone, lo ha fatto Mariangela Rinaldi, che – se non è lei stessa una poetessa (magari sì, è da vedere) - sa destreggiarsi bene tra rime e ricettine, poesie e leccornie.

Nel suo squisito libro Pane, Vino e Poesia (Golosia & C. – Mursia) l’autrice ha messo insieme una gustosissima silloge di poesie gastronomiche ordinate secondo un menù preparato non da cuochi, ma da poeti, dei quali ella ci svela curiosità culinarie - vizi e virtù a tavola - che ignoravamo.

Cominciamo con i primi, naturalmente.

Giacomo Leopardi odiava la minestra e la condannava a morte, mentre Giuseppe Lipparini gioiva quando poteva mangiarne una di fagioli.
I maccheroni, presunta invenzione di Pulcinella, vengono celebrati in versi già nel ‘700 da un anonimo veronese, mentre gli spaghetti all’amatriciana superano alla grande ostriche e caviale. Non solo perché li consiglia Aldo Fabrizi.
Ora prendiamo un assaggio di tortelli con Giovan Battista Fagiuoli, oppure un mestolo di risotto alla milanese con il Pascoli.
Però non riempiamoci troppo, ché ci aspettano secondi da leccarci i baffi…

- Cosa c’è di meglio di un tordo? - chiede il poeta latino Orazio.
- Il fagiano. - risponde Walter Marcheselli in un poetare lungo secoli.

Ma fra quei cibi che vengono miglior, Anton Francesco Grazzini, già nel ‘500, diceva: salsiccia, un nome da godere. Non si sa già chi fusse l’inventore, pur nondimeno Dio lo benedica.

Che non manchi sulla nostra poetica mensa un contorno di melanzane e amore! Ci pensa Baltazar de Alcazar a cui tre cose tengono come ostaggio d’amore il cuore: la bella Ines, il prosciutto e le melanzane col formaggio.

Ma il vero lusso, impariamo la lezione di Gabriele d’Annunzio, di una mensa è il dessert.
Una torta di mandorle, o di zucca o un dolce alla ricotta?
Non c’è che l’imbarazzo della scelta, tra Edmond Rostand, Luigi Bicchierai e l’antico Marziale.


Vi ho suggerito questo libro sotto l’ombrellone. Bene, fa molto caldo, rinfreschiamoci.

Gelati: alla fragola? al limone? al caffè?, ci chiede Giuseppe Parini. V’è la fragola gentil che di lontano pur col soave odor tradì se stessa; v’è il salubre limon, v’è il molle latte…
Scegliamo il sapore che ci è più gradito.

E infine rechiamoci ai fornelli e proviamo le tante ricette che la brava Mariangela Rinaldi ci propone a fronte di ogni poesia, scritte in prosa questa volta, dopo averle riscoperte nei testi della storia della grande tradizione culinaria e, quando necessario, adattate ai nostri tempi e ai gusti moderni.

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