Intervista a Stefania Ragusa

Stefania Ragusa, giornalista per la rivista “Glamour”, è anche una scrittrice impegnata in tematiche che vanno ben oltre ciò che si porterà la prossima stagione, l’oroscopo dell’estate o in quale locale andare per essere trendy (senza nulla togliere a questi argomenti che pure ci sono, ce li teniamo e tante volte ci torna utile conoscerli). I suoi libri parlano di Africa, di Bangladesh, di Islam; parlano di immigrazione, ingiustizie, fame, realtà, sogni, speranze: di chi ce l’ha fatta e di chi avrebbe bisogno d’aiuto, di chi non vuole illudersi e di chi sa che ce la potrebbe fare. Ma più di tutto, io credo, i libri di Stefania aprono una porta: quella di un bene possibile.

I paesi che ti stanno a cuore troppo spesso significano digiuno. Che sapore ha la fame?
In realtà, in Bangladesh, il Paese del cosiddetto terzomondo che conosco e amo di più, raramente si muore di fame. Anche se c’è povertà diffusa, qui esiste una forma di solidarietà molto immediata e spon- tanea che permette di tamponare le urgenze alimentari. In Bangladesh si muore e si soffre molto di più per le malattie, perché mancano le medicine oppure l’accesso alle strutture sanitarie è reso impossibile dagli alti costi. Oppure a causa delle alluvioni e dei cicloni disastri che potrebbero apparire naturali e invece sono quasi sempre determinati dall’uomo…
 

La tua attività scrittoria nel suo complesso (lavoro e - chiamiamolo così - hobby), mi viene da immaginarla come una torta divisa in due metà: una estrosamente guarnita, l’altra riccamente farcita.
E’ vero, io conduco due vite professionali che possono sembrare inconciliabili. In certi momenti le ho ritenute tali anche io. Però adesso mi rendo conto di una cosa: il fatto di tenere davvero i piedi in scarpe diverse, di confrontarmi più o meno contestualmente con l’evasione e con l’impegno sociale è uno stimolo formidabile per mantenere il dialogo tra questi due ambiti e non dimenticare mai quanto sia complessa, varia, articolata la realtà che ci circonda. In questo mondo c’è il Bangladesh ma c’è anche la settimana della moda di Milano, e poi c’è il prestigioso Festival di Fotografia di Dhaka, la capitale del Bangladesh, e la vergogna milanese dei campi lager di via Triboniano.
 

BANGLADESH INFERNO DI DELIZIE è il titolo del libro che hai pubblicato con l’editore Vallecchi (collana “Off the road”). Sei ritornata laggiù più volte. Com’è il Bangladesh: amaro come il fiele o dolce come il miele?
In cucina forse ci possono essere alimenti solo dolci o solo amari, ma fuori dalla cucina le differenze non sono mai nette e precise.
Il Bangladesh è pieno di cose belle e persone amabili, ha una storia millenaria e una grande cultura, una tradizione antica di tolleranza e ospitalità, ma è anche afflitto da molti problemi: è sovrappopolato e povero, non si è ancora ripreso dal genocidio del 1971, che ha portato in sostanza alla distruzione della sua classe media, degli intel- lettuali. E’ un Paese di cui non ci si innamora a prima o a seconda vista, ma che si può amare e apprezzare profondamente.
 

Per le Edizioni dell’Arco, la casa editrice che affida la sua distribuzione ai ragazzi senegalesi che incontriamo per strada, hai invece scritto invece un libro sull’Africa che s’intitola, appunto, AFRICA QUI.
E’ un libro che raccoglie 13 storie di immigrazione riuscita e riporta le testimonianze di 13 africani dell’Africa Nera che, in Italia, non solo si sono inseriti ma hanno avuto la capacità di contribuire attivamente al miglioramento della nostra società. Il punto fondamentale è che queste storie non sono eccezionali. Moltissimi immigrati, non solo afri- cani, fanno cose egregie nel nostro Paese.
L’opinione pubblica però preferisce concentrarsi sulle storie di devianza.
 

Parliamo ancora di Africa… ai fornelli. Be’, è troppo ampio! Focalizziamo un paese che magari conosci meglio: cosa ti piace della sua cucina?
Mi piace moltissimo la cucina dell’Africa occidentale (Senegal, Mali, Guinea…). E’ una cucina ricchissima e varia che utilizza verdure, carne e pesce, riso e naturalmente spezie.
 

Chi volesse cimentarsi a preparare un piatto africano, da dove potrebbe iniziare?
C’è un bellissimo libro, firmato dal cantante senegalese Youssou ‘Ndour, che raccoglie molte ricette del Senegal ed è corredato anche da spiegazioni dettagliate sugli ingredienti; alcuni si trovano ormai facilmente anche in Italia. Si intitola “Senegal. La cucina di mia madre” ed è pubblicato dalla casa editrice Ippocampo.
 

Lo conosciamo, è uno dei primi libri recensiti in questa guida (ved.: Le ricette di una mamma senegalese). E ora dicci: quali sono i tuoi prossimi progetti?
A novembre ritorno in Bangladesh, insciallah.


Infine, cosa cucinerai stasera per cena?
Pasta con pesto, patate e fagiolini. Il pesto lo faccio io, col basilico che ho seminato sul mio balcone.

 

Un grande in bocca al lupo, Stefania!
Complimenti per il tuo vigore e il tuo impegno, e grazie per averci dedicato il tuo tempo.

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