Viaggio al fast food

Chissà se anche lui in pausa pranzo va a mangiare le schifezze al fast food, oppure si delizia con i bei pranzetti che gli prepara Romina, la sua neomogliettina. Lui chi? Pier Paolo Mondonico, scrittore di Sapori letterari che partecipa all'antologia edita da Terra Ferma con il racconto "Gli amanti immortali" e la ricetta del vino alle mele secondo l'originale di Apicio.

Ogni giorno Claudio si recava in pausa pranzo al fast food di via Donizetti.

Il cibo per lui non era una soddisfazione per il palato, ma un semplice mezzo di sostentamento. Il pasto era diventato ormai una fase automatica della sua consueta giornata d’ufficio: lavoro monotono, colleghi noiosi, discorsi banali e quel menù a prezzo fisso che ogni giorno lo aspettava.

Hamburger, patatine fritte, ketchup, e maionese.

Quando, una volta alla settimana, il fast food metteva in palio nel menù promozione un bel dolce preconfezionato, Claudio si regalava una botta di vita.

Un giorno mentre era intento ad intingere una patatina nella maionese, gli si avvicinò un distinto signore dall’età incerta e dalla barba bianca.
“Posso sedermi di fianco a lei ? E’ libero?” gli chiese.
“Sì , prego” rispose Claudio senza neanche sollevare gli occhi per osservare il suo interlocutore.
“Mi permetta di presentarmi. Mi chiamo Felice.”
“Beato lei.”
“Perché lei non è felice?”
“No, sono Claudio”.
“Sì, ma il fatto che lei si chiami Claudio non pregiudica che possa anche essere felice.”
“Senta, non faccia lo spiritoso. Innanzitutto non ci conosciamo, e in secondo luogo perché mai dovrei essere felice mentre sto mangiando un piatto di patatine fritte e maionese in questo ignobile fast food?”
“Mah, per esempio, perché, senza saperlo, lei sta assaporando non un semplice alimento, ma un vero miracolo della natura. “
“Ma cosa sta dicendo? Da che ospedale è scappato?”
“Da nessun nosocomio, non si preoccupi. Invece, tornando alla patatina, lei sa che questo fantastico tubero viene dalle montagne peruviane?”
“E ce l’ha il permesso di soggiorno?”
“Fortunatamente non ne ebbe bisogno. Pensi che venne in Europa verso la metà del Cinquecento. Questo tubero dalla buccia resistente e dalla polpa soda e ricca era l’alimento base delle popolazioni andine precolombiane e preincaiche. Poteva essere coltivata anche ad altezze elevate sugli altopiani peruviani e ciò ha permesso la vita di quelle popolazioni. Per questo era anche onorata come una divinità. Venne in Europa su navi spagnole, senza visto d’ingresso, se le interessa. In Europa fu accolta senza la dovuta importanza, a dir la verità. Un mercante spagnolo di ritorno dalle Americhe aveva voluto portare nel vecchio continente questa strana pianta ornamentale per abbellire i giardini di qualche ricco signore.”
“Bella roba” disse Claudio. “Patate nel giardino di una villa. Allora mio nonno che ha un orto in campagna è un duca o un conte?”
“Perché no? Fatto sta che la pianta della patata venne introdotta nei giardini di corte di mezza Europa, come una stravagante attrazione tropicale e una curiosità botanica. Pensi che il re di Spagna inviò al Papa un certo quantitativo di patate che vennero considerate degli strani tartufi dal sapore sgradevole e per questo gettate al macero.”
“Certo che anche il re di Spagna aveva una fantasia…! Regalare patate al Papa!?!”
“Eh, sì. E pare che anche la santa inquisizione condannò le patate. Pensi che le foglie della pianta erano considerate velenose e in odore di stregoneria.”
“Praticamente la gente si faceva le canne con le foglie delle patate. Che storia!!”
“Beh, più o meno. Il fatto è che gli europei di allora non sapevano come mangiarle. Le consideravano inutili da panificare e poco attraenti agli occhi dei contadini in quanto non era possibile mangiarle cruda. Intanto, però, i colonizzatori spagnoli esportarono la patata fin in Estremo Oriente, nelle Filippine, in Cina e poi attraverso mercanti locali, perfino in Nepal.”
“Bella storia. Ha viaggiato più di me ‘sta patata” disse Claudio con la solita ironia, ma ora anche con un vago interesse verso il modo di raccontare dello strano signor Felice.


“Eh, sì, ne ha fatta di strada la pianta della patata. In Europa poi cominciò ad assumere un importanza sempre maggiore, degna di una vera regina. Pensi che questo tubero ricco di vitamine e minerali in grado di riprodursi ad ogni latitudine, ha salvato le ciurme di navi e vascelli durante le traversate transoceaniche. In Germania addirittura, nel Seicento, durante anni di guerre fratricide, con conseguente scarsezza di cibo e cereali, divenne l’alimento principale delle truppe, e le guerre che in origine erano scoppiate per il possesso di regni e contee si tramutarono in guerre per il possesso di campi coltivati a patate. Scommetto che lei neanche si sognerebbe di combattere e morire per una patata, vero?”
“Come ha fatto a capirlo?”
“Invece il mondo degli uomini è veramente molto strano. Mai dire mai. Anche gli irlandesi nell’Ottocento non si sarebbero sognati di dipendere così tanto da questo ortaggio. In quegli anni infatti, venne una terribile epidemia che bruciò le coltivazioni e annientò i raccolti e la popolazione, che era diventata patata-dipendente, si trovò in miseria con il rischio di morire di fame. Questo provocò un’imponente ondata migratoria di irlandesi verso le coste nord americane. Quindi non si meravigli se a Boston si festeggia la festa di San Patrizio come a Dublino.”
“No, ormai non mi meraviglio più di niente” aggiunse Claudio.
“Ci volle però un francese, maledizione a noi, a capire l’importanza nutrizionale della patate a livello scientifico, e soprattutto a portare questo ortaggio, ormai salito di rango, nella haute cuisine dove ottenne la definitiva consacrazione presso le tavole e i banchetti di tutta la nobiltà europea. E poi i soliti americani che hanno industrializzato la patata facendocela arrivare preconfezionata o ben fritta in questi comodi cestini di cartone del fast food”
Intanto, mentre il signor Felice concludeva il suo appassionato monologo sulla patata, gli squillò il telefonino.
“Oh, mi scusi, mi hanno chiamato per un’urgenza. Devo scappare. La saluto Claudio, grazie per la compagnia e spero di non averla importunata troppo.”
Claudio non ebbe neanche il tempo di ricambiare il saluto, perché rimase immobile con la patatina fritta a mezz’aria, ormai fredda, ma ben felice di aver girato il mondo durante la pausa pranzo in quell’ignobile fast food.

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