
La guardavo muoversi per la stanza ed era stupenda con quei capelli ramati, meravigliosamente ondulati, le sopracciglia nere ed arcuate, e le ciglia lunghissime che ombreggiavano quel suo sguardo nocciola appagato e rassicurante.
Il suo viso fluttuava tra i vapori della zuppa che bolliva sulla cucina economica e io ho sempre pensato non ci fosse nulla di più sensuale, ma al tempo stesso familiare, delle sue labbra rosso carminio che si schiudevano sul cucchiaio argenteo per saggiarne la cottura.
Le sue mani dalle unghie laccate, bianche ed affusolate, si libravano come farfalle riproducendo all’infinito gli stessi immutabili gesti mentre disponeva sulla tavola i piatti di porcellana bianca, i bicchieri e le posate, la brocca, i tovaglioli e l’immancabile portafrutta colmo di mele tonde e lucidissime.
Tra poco sarebbe arrivato papà, la porta della cucina si sarebbe spalancata all’improvviso e lui sarebbe entrato, sorridente e quasi di corsa, con la camicia bianca, ancora magicamente fresca di bucato e di stiratura, la giacca appoggiata con negligenza sul braccio sinistro e la valigetta stretta nella mano destra.
A quel punto lei si sarebbe voltata ed avrebbe ricambiato il sorriso; io mi sarei alzata e sarei corsa felice incontro a papà per guadagnarmi l’unica carezza che mi sarebbe spettata.
Lui avrebbe sollevato tra le braccia quella sua bellissima bambina dalle guance rosee, senza dire una parola e la mamma avrebbe marciato trionfante verso la tavola levando la zuppiera fumante come fosse un trofeo.
Ci saremmo ritrovati tutti e tre riuniti intorno al desco, raggianti in un gesticolante silenzio, finché papà avrebbe detto serio: “Ma… c’è qualcosa di diverso in questa minestra…”
Ogni volta, arrivati a questo punto, io speravo, ardentemente e follemente, in un colpo di scena. Speravo, che so, di vedere papà diventare verde e stramazzare stecchito per un’overdose di stricnina o, almeno, che la mamma si alzasse sdegnata e livida di rabbia e gli rovesciasse la zuppiera sulla testa gridando furibonda: “Ci ho messo il gatto, fatto a pezzi, così la pianta di ronronare acciambellato sulla sedia… e anche un po’ di pendola, così magari la finisce di scandire i giorni brevi dell’inverno e arriva l’estate, finalmente!”
Invece ogni volta lei mostrava con fare misterioso quella scatola azzurrina e pronunciava la sua seconda ed ultima frase della giornata: “E’ il mio segreto in cucina…vialone abbiatense Della Risaia Felice… E da oggi è anche in offerta!”
Qui funziona così: nasci una volta che ti assegnano il ruolo e rimani così per sempre. Non cresci, non muori, niente. Rimani così.
Non voglio lamentarmi… Nella nostra comunità non sono di certo tra quelli che stanno peggio: il bambino degli omogeneizzati ha trent’anni suonati e lo cambiano ancora davanti a tutti. Ieri ha tentato di suicidarsi gettandosi dal Mulino Bianco.
Ma, come ho già detto, qui funziona così. Non si cresce, non si muore. Si sostengono i consumi. E’ la mission che ci hanno assegnato. Già, perchè noi siamo in missione per conto di un “dio”.
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Loredana Limone








