Segreti di famiglia

Un gustoso e promettente inizio per questo ritorno a scuola, ergo ai "Sapori letterari" di quest’anno, che è cominciato sabato scorso presso la libreria Lettori Golosi di Monza e durerà fino al 10 ottobre 2009. Francesca Viganò ci ha parlato dei segreti culinari della sua cara nonna, ancora oggi avvolti nel mistero. Ma prima di iniziare a scrivere ci ha espresso un timore: di non essere più in grado di usare la penna, dato che, come la maggior parte di noi, ha dovuto abbandonarla per la tastiera. E invece vi assicuro che fin da subito la biro ha preso a scorrere sul foglio fluida e saporita.


Dicono che, ai fornelli, abbia preso tutto da mia nonna.
A dire il vero non so se io sia brava come lei, o se lo diventerò mai, però so di aver ereditato l’amore per la buona tavola e il piacere, quasi terapeutico, di aprire il frigorifero e di inventare qualcosa con quello che ho a disposizione.

La cucina di nonna Rita era minuscola. Un metro per due (scarsi) in cui stavano stretti il lavandino, il frigorifero, una credenza e una vecchia cucina a gas di smalto bianco. Eppure, da quello spazio dove ci si muoveva a malapena uscivano piccole e grandi prelibatezze che nulla avevano da invidiare alle attrezzatissime cucine dei grandi cuochi.
Era famosa per un sugo scuro e denso, dal sapore intenso e corposo, che si accompagnava meravigliosamente alle tagliatelle paglia e fieno. Cosa ci mettesse in quel sugo non lo ha mai capito nessuno.
Secondo mio padre erano dosi spropositate di burro, secondo mia madre qualche spezia strana; i miei zii poi avevano ognuno una teoria diversa. Mi sorella mangiava felice e non si poneva il problema.
Secondo me era semplicemente il suo tocco magico o la “mano santa” come diceva mia madre, e la cottura lenta, che non finiva mai, in pentolini minuscoli e consumati, che facevano schizzare roba dappertutto.

Le pere cotte con amaretti e cioccolato, servite bollenti con una spruzzata – abbondante – di brandy, dicevano che era arrivato l’inverno, mentre la torta paesana, fatta rigorosamente con gli avanzi del panettone, era la mia preferita: il dolce “consolatorio”, per la fine delle feste di Natale e il rientro a scuola.

Ma il piatto forte, il piatto della domenica che aspettavo con trepidazione, erano i mondeghini. Non delle semplici polpettine di avanzi di carne, ma un trionfo di gusto e un vero e proprio attentato alle arterie: salsiccia, carne di maiale, carne di manzo, uova, parmigiano, prosciutto, noce moscata e prezzemolo. Il tutto avvolto nella mortadella e poi ancora nella verza, e cotto per tanto tempo nel sugo con piselli e cipolle. Il profumo si sentiva fino al piano di sopra e allora io scendevo di corsa e le chiedevo: “Nonna, li hai fatti?” E lei, fingendo di non capire: “Cosa?”

Mia nonna non ha mai spiegato una ricetta.
Non perché non volesse ma perché creava secondo l’ispirazione del momento e, sopratutto, secondo ciò che aveva sotto mano. Non ci pensava, metteva insieme gli ingredienti e inventava, parlottando fra sé.
Alla domanda “Come si fa questo?” la risposta era - invariabilmente e inevitabilmente in dialetto:
“Off, un po’ di questo e un po’ di quello.”
Credo non abbia mai usato una bilancia in vita sua né tantomeno un timer. Ha cucinato fino all’ultimo, anche quando la vista l’aveva quasi abbandonata. Non riusciva più a leggere, ma nel suo cucinino si muoveva sicura e soddisfatta. Non era una nonna dolce o particolarmente affettuosa. Era una donna forte e caparbia, ma estremamente generosa. Cucinare per noi era il suo modo di esprimerci il suo amore.

Se chiudo gli occhi e penso alla frittata di mele, sento il profumo della cannella e l’aroma di fondo della buccia di limone. Se penso ai mondeghini, sento la verza che si rompe fra i denti e il sapore morbido delle carni speziate che si sciolgono in bocca.
E se entro nella sua cucina, anche adesso che cucina più non è, riesco a vedere il vapore che sale dai suoi pentolini e a sentire il sapore dei segreti di famiglia.

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