Freddo. Ho tanto freddo. Lame gelide che salgono dalle gambe, stringono il ventre, straziano il petto. Non capisco. Eppure ho la mia pelliccia, le calze pesanti, il maglione quello azzurro di lana speciale, morbida e avvolgente. Non capisco. Quando sono uscita di casa, questa mattina, non avevo freddo. Dovevo arrivare al supermercato. Quello sotto casa. Mi mancavano un po’ di pane, il latte e qualche uova. Nel forno ho lasciato l’arrosto ma domani, domenica, volevo portare in tavola il mio dolce speciale, quello fatto di latte e uova e cioccolato. Piace tanto a Giacomo e Daniela. Piace anche a Pietro, sì, ma lui sono ormai anni che mangia qualunque cosa gli metto in tavola senza sprecarsi mai in lodi o apprezzamenti. Per lui non conta più quello che faccio. Per lui non conto io. Pietro. Quanti anni sono che ci conosciamo? Quando, e perché, abbiamo deciso di sposarci? E i figli… Sono arrivati in fretta. Una consolazione, un motivo per accettare, sopportare, resistere. Perché Pietro ha smesso presto di essere quello che conoscevo, quello che pensavo di amare, quello che mi ha portato via dalla mia casa promettendo “ti riempirò di stelle”.
Le stelle. Già. Le stelle che mi faceva vedere ogni volta che rincasava ubriaco e la cena non era pronta, o era fredda, o troppo calda. O quando la televisione era accesa, e c’era quell’attore che, lo sapeva, mi piaceva troppo. Botte. Quante botte ho preso. Poi ha smesso. Di colpo, senza un perché come non c’era un perché per darmele. E io ho pensato che forse aveva capito, che forse sarebbe tornato ad essere quel Pietro che mi aveva fatto girare la testa quando avevo 15 anni e sognavo un principe azzurro che arrivava a cavallo di un puledro bianco, vestito d’oro e d’argento per portarmi lontano da quel paese triste e spoglio in cui ero nata. Pietro, che mi era sembrato proprio lui, proprio quello che avevo sognato per così tanto tempo da conoscerlo ormai come un’altra me stessa. Pietro. Che invece, dopo le botte, mi aveva semplicemente cancellata. Ero diventata una strana presenza in casa. Quella che lavava, stirava, preparava la tavola e forniva cibo da ingoiare senza neanche sentire i sapori. Mai una parola gentile, mai una carezza. Sesso? Dopo i due figli non sapevo nemmeno più cosa fosse.
Forse per questo non l’ho capito subito, forse per questo quando lui mi guardava sorridevo ma non parlavo. Lui. Angelo. Il mio Angelo. Che mio non è. La prima volta che l’ho visto, tanti anni fa, eravamo appena arrivati in quella che sarebbe stata la nostra casa per tutta la vita. Abitava di fronte a noi, stesso pianerottolo, porta a porta, con moglie e figli. Alto, biondo senza averne l’aria, muscoli temprati dal lavoro che faceva da tutta la vita, muratore. E occhi azzurro cielo che ti scrutano nell’anima. Ma questo l’ho capito dopo. Allora era solo Angelo, il marito di Anna, il vicino gentile pronto a sostenerti se avevi bisogno, il primo ad accorrere quando Pietro usciva sbattendo la porta e mi lasciava, pesta e dolorante, a singhiozzare sul pavimento.
Angelo. Che un giorno, quel giorno che Anna era andata a trovare la madre, si era presentato alla mia porta con una torta e una bottiglia di vino dolce, quella Malvasia che sapeva mi piace un sacco.
E sapeva anche cos’altro mi piaceva. Cose che io nemmeno sapevo mi piacessero. Carezze gentili, un bacio come credo di non averne mai dato né ricevuto. E’ cominciata così, tra una fetta di torta e un bicchiere di Malvasia, due chiacchiere e qualche sguardo. Poi non so come sono tra le sue braccia. E non vorrei uscirne mai più.
Anna. Già, c’era Anna. Stavo male pensando a lei, alla mia amica, alla donna che aveva diviso con me tanti giorni, l’ansia per i figli, le paure per quei mariti che non capivamo, le risate dei pomeriggi spensierati. Anna. Che non si meritava quello che stavo facendo. Ma non riuscivo a non perdermi negli occhi di Angelo, a non farmi travolgere da abbracci caldi, da carezze che sentivo fin nello stomaco. Angelo. Il mio Angelo. Il mio amore. Che non sarebbe mai stato mio, lo sapevo, perché Anna non doveva sapere, Anna non doveva soffrire. E a me andava bene così.
Quando è che l’ho visto l’ultima volta? Ah si, ieri… a casa sua. Siamo stati attenti. Anna era di là. Un bacio rapido e leggero, un sussurro soffocato. “Ti amo lo sai” “Certo, non dimenticarlo mai”.
Il freddo torna a farsi sentire. Ma come è? Che succede? Stringo i denti e cerco di ricordare. Si. Sono uscita di casa diretta al negozio. Ci sono arrivata? Non ricordo. Perché non ricordo? Ho freddo, ho tanto freddo, non riesco a pensare. Cos’è che mi sta salendo sulla gamba? Oddio, un topo… Un topo? Ma dove sono? Che è successo?
Ecco, ma sì. Certo, che stupida. “Devi fare la spesa? Stiamo andando al centro commerciale, quello grande, vieni con noi?”
Chi era? Chi me lo ha chiesto? Chi mi ha offerto un passaggio?
Anna, era Anna con suo figlio Claudio… Ecco, adesso ricordo.
“Ma che strada fai Claudio? A che centro stai andando?”
E poi… poi… Oddio. Adesso ricordo… Che mi hanno fatto? Perché? Anna che urla “sei una stronza”. E Claudio che prende un bastone… Le botte, le botte. Ne ho prese tante, in vita mia. Perché ancora? Anna lo sa. Perché ancora?
Poi tutto si fa buio. E adesso ho freddo. Aiuto, qualcuno mi aiuti. Non c’è nessuno qua? Perché non c’è nessuno? E perché non riesco a muovermi? I topi, Oddio, ancora topi… che stanno facendo? Mi mordono… no, via, via, andate via… 
Titolo in cronaca:
Casalinga massacrata a bastonate. Il corpo trovato in un fosso.
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Loredana Limone








