Questo sito contribuisce alla audience di

Il castello di sabbia

Dopo una vacanza meravigliosa nel Mediterraneo a bordo della sua fedelissima “Effemera”, Paolo Dell’Oro si appresta ad iniziare una stagione molto intensa che lo vedrà impegnato a presentare il suo nuovo libro, originale e gustoso, di cui parleremo presto: “Nel segno della galletta - La cambusa nei millenni (Seneca edizioni)”, già in libreria. Intanto, dopo il precedente dal titolo "Gemellaggio" (cui vi rimando tramite il link correlato) Paolo ci regala quest'altro racconto, dolce e triste.


— Alla fine ho abbandonato il sistema dei punti e ho pensato di fare anch’io un mosaico — disse Cioppi con calma. Sapeva che restando nel vago avrebbe stuzzicato la loro curiosità.
— Come sarebbe, spiega, spiega!? — esclamarono, cadendo nella piccola trappola.
Era un gruppo di amici che si trovava ogni mercoledì in un locale di quella cittadina di provincia, un posto un pò bar un pò salotto. Lo facevano solo per il piacere di stare insieme. Per alcuni di loro, non più giovani, la solidarietà scaturiva dalla comunanza di gusti e di abitudini, e più giù nel profondo dell’animo, da un comune bisogno di scrollarsi di dosso quel male incurabile che è la vita. Le loro conversazioni con l’andar del tempo e con l’accresciuta conoscenza reciproca inclinavano sempre più a confessioni e ad intimità.
— Beh! Non posso raccontarvi tutta la storia, è una cosa lunga… —
— E dai…! —
Qualcuno fumava, qualcuno beveva o spizzicava qualcosa. Molti mangiavano lentamente la specialità della casa calda di forno, un po’ piadina, un po’ pizza e un po’ calzone: al centro rossa di pomodoro e bianca di mozzarella e ai lati, piegati e sovrapposti a formare come un ventaglio, appariva il rovescio della piadina. Cioppi beveva sempre acqua minerale gassata tiepida. “Così si sentono le bollicine su per il palato”, diceva.
Prese un sorso della sua acqua, e dato che quel pomeriggio la conversazione languiva più del solito, iniziò il suo racconto.
— È stata Cic a cominciare. Si è inventata uno di quei giochi che stanno a metà tra lo scherzo e la cosa seria. Quando facevo qualcosa che disapprovava, esclamava “Ecco hai perso cento punti!”. Le mie proteste, serie o scherzose che fossero, non riuscivano a smuoverla. Nei giorni in cui le cose andavano storte tra noi, come capita quando si sta in due, mi vedevo fioccare addosso anche due o tre di queste penalità. A un certo punto, per smontare il suo accanimento ma mettendola sullo scherzo, chiesi quanti punti avevo perso in totale. “Profondo rosso”, rispose Cic sempre più seria. Ora non ricordo di quanto fossi in rosso, ma disse una cifra considerevole. Replicai che andava bene per i punti negativi, ma mi sembrava giusto ricevere anche qualche punto in premio per le cose carine che facevo. Pensavo così di pareggiare un pò il bilancio. Tuttavia mi resi presto conto che per risollevarmi dall’abisso in cui versavo ci voleva ben altro. I premi erano sempre poca cosa rispetto alle penalità.
— Allora per rimettere in pari le cose escogitai una nuova strategia: cominciai anch’io a dare i punti a Cic. Però c’erano dei problemi. Se le davo qualche punto negativo, apriti cielo, e i punti che le davo in premio erano sempre troppo pochi: ne reclamava di più.
— Una volta che le avevo tolto, che so io, cento punti, disse “Togliendomi questi punti, ne perdi almeno mille”. Volevo recriminare sulla legittimità di questo metodo ma, temendo una penalità ancora più pesante, mi trattenni.
— La cosa si faceva seria e anche un pò impari. Come potete immaginare ero perennemente in rosso, ormai di milioni, e Cic volava alto, sempre positiva di non si sa quanto. —
Gli amici del mercoledì, quasi tutti sposati, erano sensibili a questo tipo di storie. Era chiaro a tutti i presenti che era un po’ gioco e un po’ scaramuccia tra Cioppi e Cic, ma molti spunti li coinvolgevano. Cioppi, poi, negli ultimi tempi si era fatto molto triste, e quindi anche se il racconto fino a quel momento restava sullo scherzoso, all’orizzonte già si indovinavano delle nuvole nere. E così stavano tutti in silenzio in attesa che Cioppi continuasse. E lui come per inerzia, si ritrovò a raccontare.
— Il gioco dei punti guastò l’atmosfera tra noi. Da scherzo divenne screzio. “Ma se ero a meno due milioni, com’è che ora mi ritrovo ancora più in basso?” dicevo. “Tu mi imbrogli, meriteresti di perdere chi sa quanti punti”, era la risposta.
— Le cose andavano di male in peggio fino a che un giorno dissi “Basta, i punti sono aboliti”. Temevo un rifiuto e in più una pesante penalità, la solita cifra con molti zeri. Invece Cic disse che andava bene così. “Faccio come vuoi tu. Mi meriterei un miliardo di punti solo per questo!” Chiudemmo la partita inflazionati al massimo, entrambi con cifre a nove zeri, ma le mie con davanti un segno meno. —
Cioppi tirò il fiato.
— Ma, Cioppi, tu avevi parlato di mosaico. —
— Si è vero. Dopo un pò Cic inventò il giochino del mosaico. Era un pò come quello dei punti, ma con la differenza che questa volta iniziò con un punto a mio favore. “Oggi hai guadagnato una pietruzza bianca” disse un giorno che era particolarmente in vena. “E dove finiscono quelle pietruzze?”, le chiesi. “Faccio un mosaico”.
Nei giorni successivi scoprii che c’erano anche delle pietruzze nere. Avrei voluto fare alcune rimostranze, ma memore del risultato della partita precedente, stetti zitto. Temevo di dare inizio ad un mosaico dalle tonalità molto cupe. “Le pietruzze nere ci stanno bene”, disse Cic in modo un pò sibillino, “sono necessarie alla composizione”.
Poi mi misi anch’io, come era successo per i punti, a fare il mio mosaico. La mia era però una tecnica diversa da quella di Cic: usavo dei granellini di sabbia. Tanti, tanti, fini, fini. Quando io e Cic eravamo insieme ed eravamo felici, i granellini affluivano veloci e io velocemente li ordinavo nella mia costruzione. Voi amici sapete come Cic fosse tutto per me, e così, un suo sorriso, un suo bacetto, una parola dolce, un suo pur minimo segno d’amore, erano altrettanti fiotti di granelli che affluivano… —

— Scusate — disse uno degli amici, che per il vero non era assiduo del locale — sapete la barzelletta di quella mamma che porta il bambino sulla spiaggia e gli dice: “Ecco, qui c’è il tuo castello di sabbia, tu lo devi solo comporre”? —
La battuta era stonata e fu accolta male: sulla compagnia del mercoledì cadde il silenzio. Quando i bicchieri, portati velocemente alle labbra per riempire il vuoto che era nell’aria, furono di nuovo posati sul tavolo, a Cioppi non restò che continuare.
— Ero già abbastanza avanti con la mia costruzione. Un bel castello nel quale stare il resto della nostra vita insieme. C’erano già dei bei muri solidi, e stavo per mettere mano al tetto… —
Gli amici sorridevano in segno di tacita partecipazione.
— E poi? —
— E poi, amici miei, voi lo sapete, l’amore è meteoropatico, ha le sue radici in quel pentolone oscuro e ribollente che è l’animo umano. Cic sorrideva sempre meno. Di pietruzze bianche, nonostante le mie attenzioni, non si sentiva parlare più. Né io ricevevo più nuovo materiale da costruzione per il mio castello. Un giorno Cic mi disse che andava via, non sapeva, però, forse…
Per qualche giorno dimenticai tutto, ero inebetito. Quando ancora con il cuore spezzato, dopo non so quanto tempo lo rividi, il mio castello era crollato, ridotto a un mucchietto di sabbia con sopra una pietra nera. —

——————————————————————————————-
Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi essere sempre aggiornato,
con una semplice e-mail puoi iscriverti gratuitamente alla
NEWSLETTER DELLA GUIDA DI LETTERATURA GASTRONOMICA.