Intervista a Michele Marziani

Michele Marziani, poliedrico scrittore riminese, ha pubblicato diversi libri di viaggi, vini e cibi, oltre alla narrativa: “La trota ai tempi di Zorro” (Derive Approdi, 2006) e “Umberto Dei. Biografia non autorizzata di una bicicletta (Cult Editore, 2008). “La signora del caviale” (Cult Editore, 2009) è il suo ultimo romanzo, fresco fresco di stampa. Ne discorriamo con lui.

Immaginifico sin dalle prime battute, “La signora del caviale”, è ambientato sulle rive del Po, non lontano da una Ferrara che ai pescatori della golena sembra invece irraggiungibile.
La storia comincia alla fine degli anni Trenta, quando la prima guerra mondiale, seppur sullo sfondo, fa ancora parte del ricordo della gente. Oltre al carico di morte e di orrori la prima guerra mondiale è stata anche l’occasione per contadini, pescatori, gente del popolo di scoprire, seppure tragicamente, un orizzonte più ampio di quello di casa. Ma agli orizzonti geografici si sommano i confini sociali: Ferrara è lontana perché è città, luogo per signori, non per pescatori. La ferrovia, centrale nel mio romanzo, avvicina i mondi.

La signora del caviale è un personaggio tristemente emblematico del periodo fascista e poi bellico.
La signora del caviale è colta ed ebrea. E produce il caviale del Po, amato e rinomato nel mondo. I totalitarismi del Novecento hanno calpestato la cultura, le leggi razziali hanno fatto dell’Italia un paese razzista, i nazisti, con la complicità dei fascisti, hanno ucciso sei milioni di ebrei. La signora del caviale incarna tutto questo. È un personaggio che non ha nessuna colpa se non quella di esistere. Il suo ricordo tiene insieme, anche nei momenti più difficili, una comunità silenziosa, colta, forte, stretta attorno ad un legame non detto. E a un’idea, quella dell’anarchia, così distante dalle ideologie del secolo breve.

“Chi mangia caviale” recita il tuo romanzo “se ne infischia della guerra.”
In tutte le guerre, da sempre, i signori non rinunciano a nulla. Le guerre le fanno i popoli, la gente, i soldati, i civili, le donne, i bambini. I ricchi mai, sono al di sopra e al di là della guerra, sono quelli che cadono sempre in piedi, quelli che non hanno motivo di rinunciare al caviale. Ma c’è anche un’altra faccia del caviale: il suo aspetto cosmopolita, chi ama il caviale ama la vita e non conosce nazione. Come in tutte le cose ci sono sempre punti di vista diversi dai quali guardare.

Possiamo considerare il Turco come il personaggio chiave del libro?
Il Turco è un personaggio importante. Forse quello che amo di più, molto simile ad altre figure dei miei romanzi precedenti: Giulio Baldazzi Morra ne “La trota ai tempi di Zorro”, Arnaldo Scura in “Umberto Dei. Biografia non autorizzata di una bicicletta”, persone che scelgono di stare ai margini, ma senza riuscire a nascondersi dalla vita. Il Turco è un uomo dalle mille possibilità che ad un certo punto dice: “Ho scelto. Né Dio né padroni”. La vita non avrà pietà di questa scelta.

Aleggia, in tutto il libro, la figura del padre di Nellino (giovane voce narrante), che il ragazzo non ha conosciuto e che non lo ha riconosciuto.
Menandro, il padre di Nellino, è un anarchico ucciso durante la guerra civile spagnola. Per Nellino potrebbe essere un eroe, ma lo spirito dei tempi e l’assenza ne fanno invece l’uomo a cui muovere un rimprovero sordo e continuo. Sino a quando non si farà strada nel cuore di Nellino il dubbio che forse c’era del buono in quel padre sognatore e innamorato dell’ideale. La vera riconciliazione con questa figura lontana ma sempre presente avviene davanti alla fotografia scattatale a Losanna nel 1914, una fotografia che spiega tutto, o comunque molto, a Nellino e al lettore.

Lo storione: re del fiume. Da che Nellino ricorda, gli storioni ci sono sempre stati. “Sono io che sono arrivato dopo” afferma.
Lo storione è un pesce fossile arrivato da tempi remotissimi sino a noi. Ha risalito abbondante il Po come tanto altri fiumi italiani per deporre le uova fino agli anni Cinquanta. Poi pian piano ha iniziato a scomparire, a soffrire del degrado ambientale, degli inquinamenti, degli sbarramenti che ne precludono la risalita e quindi la riproduzione che avviene in acqua dolce. Un pesce che c’è sempre stato e che pochi decenni hanno portato quasi all’estinzione. L’altro grande male del Novecento: il consumo esasperato del pianeta, l’inquinamento, il degrado ambientale incarnati in un pesce leggendario.

Hai già iniziato a presentare il volume. Quali sono le prossime date, e dove potremo incontrarti?
Il 24 ottobre 2009 a Rimini (Ceis, ore 18,00, con lo scrittore Piero Meldini e il critico Paolo Vachino), il 31 ottobre alla rassegna “Peccati di Gola” di Mondovì (Cuneo). L’8 novembre a Bologna farò una presen- tazione riservata ai frequentatori di Anobii, la grande comunità dei libri on line (i particolari sono nel gruppo dedicato ai miei libri), il 14 novembre sarò in un agriturismo a Mantova, il 9 dicembre a Gavardo (Brescia).

E’ stato un piacere, Michele, averti con noi. Ti salutiamo ringraziandoti del regalino che offri ai nostri lettori: l’incipit del tuo toccante, poetico e mai crudo nonostante il tema, “La signora del caviale” (Cult Editore, 2009).

Capoccia! Capoccia grossa! Sento le grida, vedo i bambini correre sull’argine maestro e sfreccio anch’io con la bicicletta. Chi l’ha preso? Di chi è? Domando eccitato. Del Turco, del turco… rispondono i ragazzi senza prendere fiato. Sente anche Amelia che fa l’erba per i conigli e urla anche lei: cosa ci andate a fare a casa del Turco che non ha famiglia? Adesso c’è la nipote, rispondono i bambini eccitati e corrono che sembra di sentire il rumore del respiro assieme a quello degli zoccoli: Capoccia! Capoccia grossa!

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