L’ora del dopo tramonto lanciava fulvi bagliori sulle colonne dei palazzi, sui capitelli riccamente scolpiti, sui balconi che sembravano appesi a fili invisibili.
La ragazza avanzava lentamente sulla pavimentazione in porfido, gustando, come fosse un cono di panna, lo spettacolo delle vetrine sgargianti di luci. Tra i cesti di frutta, il giallo delle mele pareva pennellato da un rosso acceso, mentre il verde muschio dei ciuffi degli ananas si confondeva con l’azzurro violaceo spalmato sulle foglie appuntite.
Il silenzio della via deserta scandiva i suoi passi, ma a un certo punto le parve di udirne altri, dietro di sé. Rallentò. Poi si arrestò… Non udì più nulla. Dopo aver ripreso il cammino, risentì quel rumore… poteva però trattarsi di un’eco. Si fermò nuovamente, ma questa volta non ebbe più dubbi. Un’altra persona stava percorrendo quella strada.
Mancavano due isolati e due incroci alla piazzola con la fermata degli autobus. Aumentò l’andatura e ben presto si accorse che chi procedeva dietro di lei aveva assunto lo stesso ritmo. Non riservò più alcuna attenzione alle vetrine, né a quanto le circondava. Era ormai convinta di essere seguita. Cominciò a correre, ma un tacco si infilò in una fessura del porfido.
“Accidenti” pensò. “Proprio oggi dovevo lasciare a casa i mocassini sperando nella venuta di quel cliente che mi piace tanto? E lui non si è neppure fatto vedere!”
Riuscì a sfilare il tacco dall’interstizio, estraendolo con una spinta forte.
“Fatto!” si disse. “E adesso corri senza prendere fiato!”
Con un senso di nausea si era infatti ricordata che nel tratto successivo non ci sarebbero più stati negozi, ma solo abitazioni con portoni ermeticamente chiusi.
I passi dell’inseguitore si stavano avvicinando e credé di essere ormai sul punto di venire sopraffatta quando, alla sua destra, s’avvide di un uomo che stava aprendo una porta in ferro battuto. Gli si precipitò contro, gli diede una spinta e, senza curarsi della sua espressione attonita, si infilò dietro al battente e lo chiuse con una spallata.
“Ho un appuntamento qui e sono in ritardo” spiegò, prima di lanciarsi nell’androne e scorgere, nel voltare appena il capo, una figura maschile arrestarsi un attimo per poi procedere a passo deciso.
Lasciò trascorrere alcuni minuti, incerta sul da farsi. Non appena udì dei passi provenire dalla direzione appena percorsa, si sporse tra i cirri e, nell’individuare due donne, azionò l’apertura della porta e si precipitò alle spalle di quelle benedette creature.
Era certa che l’avessero salvata da una situazione perlomeno incresciosa.
Quando raggiunse la piazzetta, dietro l’ampia vetrina della pasticceria che ne occupava un angolo le sembrò di scorgere l’uomo che l’aveva seguita addentare un… a quella distanza non poté capire di quale dolce si trattasse.
Si sentì definitivamente in salvo solo quando raggiunse la fermata dell’autobus, fra le numerose persone in attesa sulla pensilina. Erano trascorsi pochi minuti quando le venne sfiorata una spalla.
Si voltò e… incrociò lo sguardo di colui che le aveva fatto trascorrere alcuni, interminabili minuti nel panico.
“Signorina, scusi… l’ho spaventata?”
Non riuscì a emettere alcun suono. Era ancora terrorizzata.
“L’ho allarmata? Mi dica… mi dispiacerebbe. Ma… non si ricor- da di me? Ci siamo conosciuti nell’ufficio dell’avvocato Di Sale. Lei lavora lì… non sbaglio, vero? Sa… prima era davanti a me, ma mi è sembrato poco educato attirare la sua attenzione chia- mandola a voce alta, quindi ho affrettato il passo per raggiun- gerla, però lei è sparita in un portone. Non vorrei apparirle inopportuno, ma dal momento che eravamo vicino alla pasticceria qui all’angolo avrei avuto piacere di offrirle qualcosa di dolce. Non so se conosce i bigné al cioccolato che fanno lì… Anche le loro brioches alla panna sono una…”
La ragazza non udiva più quello che stava dicendo l’uomo. Alzò gli occhi al cielo, adesso ancora più rabbuiato, meno rossastro, ma che a lei parve illuminato da lampi d’oro rasserenanti, quasi fatati…
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Loredana Limone








