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L'acqua con le bolle

In questo periodo in cui c'è la polemica sulla privatizzazione dell'acqua e diversi ristoranti hanno aderito all'iniziativa "Imbrocchiamola!: bevi acqua di rubinetto, comoda e poco costosa", la nostra amica scrittrice Luciana Navone Nosari ci parla di un bicchere d'acqua trasgressiva, regalandoci questo suo ricordo (che sia vero o inventato poco importa) dolce e divertente, serio e triste.


Quando l’ho conosciuta, la mia amica Mariuccia stava per compiere settant’anni ma, osservandola a qualche metro di distanza, la si poteva scambiare per una ragazzina. Per l’aspetto fisico sicuramente, ma soprattutto per l’energia con cui si muoveva, per come scalava i gradini, quasi facesse parte di una cordata.
E dire che la vita l’aveva messa di fronte a pareti da scalare della massima pendenza: senza corda né compagni di cordata. Da sola. Come sola si era occupata dei genitori anziani, sola aveva combattuto contro il cancro, sola aveva sopportato la scabbia che l’aveva colpita mentre si dedicava al volontariato e infine, sola, aveva ricevuto un’altra visita da quell’ospite subdolo di nome cancro.
Vestiva in una maniera originale ma sempre raffinata; gli accostamenti erano immancabilmente perfetti e se sulle mussoline che tanto amava c’era anche solo un fiorellino di una tinta diversa dagli altri, subito cercava, e trovava, una spilla della medesima sfumatura da appuntare sulla giacca.
Sorrideva ridendo. Sì, proprio così. Aveva la capacità di trasmettere allegria anche a chi, di suo, era profondamente e irrimediabilmente musone. Difficilmente si riusciva a resistere alla sua carica di ottimismo, a quel suo ‘senso di humor di cui andava molto fiera perché, a suo dire, l’aveva aiutata a superare tante difficoltà.
Amava definirsi ‘curiosa’ di tutto. Aveva girato il mondo, visitato Paesi lontani e vicini, gustato specialità culinarie con gioia, con ‘curiosità, appunto. Per poi descriverle alle amiche, a chi incontrava anche solo occasionalmente, attaccando bottone alle fermate d’autobus o nelle lunghe file davanti agli sportelli della posta…
Raggiungeva la Svezia, dove vivevano il fratello e le nipoti, non appena le era possibile. E con fatica, con estrema difficoltà a causa di uno sciopero aereo, vi era tornata quando il fratello era venuto a mancare. Ancora vi si era recata quando le nipoti avevano voluto festeggiare un suo compleanno con tante specialità svedesi e immortalandola con una corona di fiori fra i capelli. L’aveva custodita gelosamente in valigia per portarla in Italia, quella coroncina profumata, per appenderla a una parete della camera da letto e poterla ammirare con amore, ritornando a quel giorno ogni volta che la guardava, anche quando i petali e le foglie si erano rinsecchiti.
Mi viene in mente un episodio che ritengo rispecchi alla perfezione lo spirito e il carattere di Mariuccia. Poco tempo dopo il suo settantasettesimo compleanno un giorno, salendo su un autobus, udii esclamare: “Eccoti”! Utilizzava spesso l’espressione “eccomi” o “eccoti” per rispondere al telefono o per cercare di raggiungere, rincorrendola, un’amica. Riconobbi immediatamente la sua voce e la cercai fra le decine di teste che mi rendevano difficile individuarla. Scorsi un basco rosso attorniato da un nastro scozzese, su una lunga frangia argentea incapace di nascondere grandi e vivaci occhi color castagna. Non poteva che essere lei! L’avevo appena raggiunta quando si liberò un posto a sedere e lei me lo offrì.
“Prego, Mariuccia, siediti tu”, risposi.
Con un sospiro si accomodò sul sedile sistemando in grembo la borsetta, l’ombrello pieghevole e alcuni sacchetti della spesa, ma subito dopo la sentii esclamare:
“Signore, venga, si sieda, non faccia complimenti”. Mi voltai e vidi un imbarazzato uomo sulla settantina, dall’aspetto fiero e arzillo, mormorare un “grazie signora, stia comoda lei”.
“Ma signore, le lascio volentieri il posto, si sieda pure”.
Al successivo rifiuto dell’altro, mi guardò stupita e sussurrò:
“Mah, vallo a capire… è anziano, eppure continua a dire che non si vuole sedere. Cosa ci posso fare?”
“Ma sì, Mariuccia, non ci pensare, Anzi, tienimi la borsa per favore, che è pesante, così aiuti me”.
Quella richiesta consolò, mi parve, la Mariuccia bambina, quella che si sarebbe sentita tale fino a quando i progetti, i sogni e la speranza l’avrebbero sostenuta, e che aveva offerto il posto a un ‘anziano’ decisamente più giovane di lei.
La stessa Mariuccia che dopo poche settimane avrebbe saputo che il cancro l’aveva nuovamente colpita e le avrebbe concesso ben poco da vivere. La stessa Mariuccia che negli ultimi giorni di vita non riusciva a ingerire altro che ”un gelato rigorosamente alla crema” o “ghiaccioli al limone” e che all’improvviso, facendosi aiutare a sedere con le gambe a penzoloni dal letto, nell’osservare l’uscita del medico che aveva appena raccomandato di “bere soltanto acqua naturale ma soprattutto a piccoli sorsi”, nel guardarmi dritto negli occhi aveva esclamato con tono di comando e di sfida:
“Vorrei dell’acqua ma con le bolle e da bere tutto d’un fiato!”
E tutta d’un fiato la bevette, quell’acqua con le bolle, riser- vandomi poi un’occhiata non saprei dire se più severa che soddisfatta. Forse voleva dirmi che si era presa l’ultima soddi- sfazione della sua vita, sfidan- do quel dottore e il male che l’aveva consumata nel conce- dere a se stessa l’ultimo, frizzante, vitale, fresco e corro- borante bicchiere d’acqua.
Ma con le bolle!
Forse voleva dirmi questo. O magari molto di più.
Quella dell’autobus, delle scale fatte di corsa, era la stessa Mariuccia che aveva gustato l’acqua con le bolle.
E che, pochi giorni dopo, avrei immaginato veleggiare fra un eterno cuore di bimba e una nuvola dorata, ed esclamare “Eccomi!” nel tendendo la mano a chi l’accoglieva nell’altra dimensione.

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