Qualcosa di buono

Maria Liverani, l’autrice di questo racconto dal sapore altoatesino, si definisce un’anziana prof. Ma non lo è affatto. Anziana, cioè; prof sì (perché non si dice più professoressa?): insegna da trent’anni e ancora si diverte a farlo. Ama la poesia, la musica, il gioco, ammira ogni forma d’arte e ogni linguaggio: tutto quello che esprime creatività. Ecco perché sta frequentando il laboratorio Sapori letterari alla biblioteca di Pioltello (Mi).

Al piano terra, con porta su strada, abitava la Sabine.
“Qualcosa di buono”: forse l’unica frase in italiano che diceva con convinzione.
Noi bambine ascoltavamo, guardavamo, aspirando vapori e profumi, e imparavamo. Al tavolo di cucina, alla poca luce, con la porta aperta da cui entrava l’aria frizzante del mattino, la ragazza Sabine, trecce bionde guance rubiconde, faceva colazione.
Schwarzbrot tagliato a metà, spalmato di burro e marmellata e intinto nel latte caldo: qualcosa di buono.

Avevo cinque anni, tre e mezzo mia sorella; quel sapore è il sapore della nostra infanzia: si lega ai prati, agli abeti, alla neve, al torrente, alle corse in slitta, alla stufa di cucina su cui la mamma mi vestiva per la scuola nelle mattine ancora buie, al presepe e all’albero di Natale preparati dal papà di nascosto, alla strada ghiacciata che scendevamo a rompicollo sedute sulla cartella…

Ogni volta che torno in Alto Adige - e mai in nessun altro posto al mondo - mi preparo quel “qualcosa di buono”: solo quel pane, quel profumo di semi di Kümmel, l’affondo dei denti negli strati dalla diversa consistenza e dai diversi sapori - marmellata, burro, mollica, crosta - tutto ammorbidito e armonizzato in un’unica sensazione che spalan- ca il mondo di me bambina, avvolgendo tutto in un alone caldo di luce: è la luce del fuoco di legna, è il caldo della stufa mentre fuori, sul davanzale della finestra, il latte gela nella bottiglia sollevando il tappo di alluminio e le lenzuola stese, nell’ombra che avanza, si trasformano in duri tendaggi tra i quali giocare a nascondino…

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