Era una mamma di una volta

Aurora Maria Uggeri, oltre a un meraviglioso nome che irrimediabilmente riconduce al mondo delle fiabe, ha due adorabili figlie adolescenti che la mantengono giovane. Da sempre fa l’impiegata e lavoro tutto il giorno di tutti i giorni. Nonostante ciò (figlie, casa, lavoro) ha sempre cercato lo spazio per coltivare e seguire alcune passioni: suonare il pianoforte, seguire i cineforum e da quest’anno anche il laboratorio di scrittura creativa "Sapori letterari" presso la biblioteca di Pioltello. Visto che ormai è fuor di dubbio che non diventerà una musicista famosa, spera di sfondare come scrittrice!!! Perché no? Intanto gustiamoci questo suo racconto che nasce da un incipit di Sveva Casati Modignani.

Ricordo ancora il silenzio dei nostri pomeriggi insieme: la mamma a sminuzzare le verdure per il minestrone di riso, io a fare i compiti di scuola. Il gatto ronronava acciambellato su una sedia, la pentola scandiva il tempo dei giorni brevi dell’inverno. Qualche volta alzavo gli occhi dal quaderno e guardavo la mia bellissima mamma. Anche lei, di tanto in tanto, mi guardava. Pensavo: “Adesso mi parla, mi racconta qualcosa”. Lei taceva. Avara di parole, come di gesti teneri, non mi interrogava, né mi raccontava i suoi pensieri. Buttava nell’acqua bollente le verdure tagliate e lavate. Poi pescava nel sacchetto di juta due manciate di riso e le versava nella tafferia, un recipiente largo e basso, di alluminio, che serviva per mondare il riso. Osservavo incantata la sua gestualità sapiente nel far danzare i chicchi che si libravano nell’aria, verso l’alto e precipitavano di nuovo sul fondo della tafferia eliminando le scorie che lei soffiava via.
Ogni volta commentava: “Bello, questo vialone abbiatense”.
Io avrei voluto che dicesse: “Bella questa mia bambina”.
Non mi ha mai fatto un complimento, non mi ha mai dato una carezza.

Era una mamma di una volta, così diversa da me oggi mamma moderna e forse un po’ apprensiva.
Non era cattiva e a pensarci bene neanche poi tanto severa. Solo quando fui più grande capii che i suoi silenzi ed il suo far fina di non notarmi, a volte, erano semplicemente il suo modo per fare delle piccole concessioni e per evitare di sgridarmi.

Come quando la domenica mattina facevamo la torta.

La cucina non troppo grande era invasa dal vapore delle pentole che già bollivano. Sulla tavola gli ingredienti erano disposti in ordine intorno alla zuppiera di ceramica bianca. Io stavo in ginocchio su una sedia affianco a mia madre e alla zuppiera…

Lei, con fare sicuro, procedeva nella lavorazione degli ingredienti: prima le uova con lo zucchero, poi a poco a poco la farina, il burro fuso per amalgamare, un po’ di latte per rendere l’impasto morbido e omogeneo, infine il lievito e gli albumi montati a neve.

Stavo molto attenta ai suoi gesti, non perché volessi imparare a fare la torta, ma semplicemente perché dovevo cogliere l’attimo giusto in cui lei non mi avrebbe vista per allungare velocemente la mia manina, immergere il cucchiaino nell’impasto e con fare indifferente portarlo alla bocca indietreggiando con la schiena in modo da essere alle sue spalle.

La tattica era sempre la stessa. Aspettavo che lei si allungava in avanti per prendere il pentolino bollente del burro fuso, apriva la bustina di lievito, o voltava la testa per dare uno sguardo veloce alle pentole sui fuochi.
Due, tre, cinque volte almeno il cucchiaino colmo di quel dolce impasto deliziava il mio palato.
Poi, come succede alle cose belle, arrivava sempre il momento in cui tutto finiva e la tortiera
andava in forno.

Facevamo la torta tutte le domeniche e io, mai abbastanza sazia, le chiedevo ogni volta di farla più spesso magari anche tutti i giorni, ma lei mi rispondeva sempre che non si poteva perché troppa torta faceva venire il mal di pancia.
Così, un po’ perplessa scendevo dalla sedia e andavo in sala a giocare. Lì rimanevo a lungo a pensare al significato di quella risposta, perché proprio non la capivo. Come poteva, la torta, farmi venire il mal di pancia, se a pranzo e nelle giornate seguenti ne mangiavo a mala pena una fetta in tutto?

 

Ed ecco ora la ricetta della torta di una volta, semplice e gustosa.

Ingredienti:
150 grammi di farina, 150 grammi di zucchero, 120 grammi di fecola, 70 grammi di burro, 4 uova, 1 bustina di lievito, 1/2 bicchiere di latte, limone, zucchero a velo.

Preparazione:
Sbattere i tuorli con lo zucchero e poi incorporare il burro ammorbidito a temperatura ambiente. Una volta che l’impasto è ben amalgamato unire la farina, la fecola, il lievito, il latte, e la scorza del limone grattugiata. Montare gli albumi a neve ferma con un pizzico di sale e unirli all’impasto delicatamente. Imburrare una teglia di circa 24 centimetri di diametro e infarinarla, versare il composto e cuocere in forno a 180 gradi per 45/50 minuti. Sfornare la torta, lasciarla raffreddare e spolverizzarla con lo zucchero a velo prima di servirla.

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