L’uomo avanzava cauto sul sentiero, fissando stupito il baluginare tremulo che prove- niva dalla finestra della casa diroccata.
L’erba, coperta da un sottile strato di ghiaccio, scricchiolava sotto le suole pesanti delle sue scarpe vecchie.
Una solitaria raffica di vento gelido bucò la nebbia e portò con sé un suono di campane. Nella chiesa del paese doveva essere cominciata la messa di Natale.
Il guizzo di luce si spense.
L’uomo si fermò. Il Naviglio era a pochi passi, e in tutto quel buio sarebbe bastato mettere un piede in fallo per scivolarci dentro. Rabbrividendo di freddo, strinse più forte il collo della bottiglia che teneva in mano. Sorrise: il vino era di quello buono e gli avrebbe tenuto compagnia per tutta la notte. Con l’altra mano si tastò la tasca del cappotto: era talmente gonfia che l’orlo si era scucito e l’involto con la pagnotta e il mascarpone sporgeva per metà. Lo ricacciò bene in fondo e riprese a camminare.
La luce ricomparve. Guidato dal chiarore, si affrettò verso la casa. Sugli scalini, quasi del tutto invasi dall’erba, si spandeva una bava di luce. L’uomo si nascose dietro la porta scardinata e occhieggiò all’interno.
Disposti su una panca sghemba due moccoli ardevano fiochi: a terra, un’altra candela intonsa aspettava il fuoco. Infagottato in un giaccone più grande di lui, un vecchio era accosciato a gambe incrociate e tentava di accenderla: la afferrava e ci avvicinava il fiammifero, ma quando la fiamma arrivava a sfiorare lo stoppino il tremito violento delle sue mani lo aveva già spento. La donna accucciata al suo fianco si mise a ridere: era una risata roca, greve, benevola. Gli tolse di mano i fiammiferi e accese il cero. Il nuovo bagliore disegnò ombre fluttuanti sul muro.
L’uomo dietro la porta esitò. Cosa ci facevano lì quei due? Perché erano finiti proprio lì, nel suo rifugio? E adesso cosa doveva fare? Entrare e farli sloggiare o passare la notte della vigilia con loro?
Spinse l’uscio e i cardini arrugginiti cigolarono. Il vecchio e la donna sollevarono la testa di scatto.
“Allora ti vuoi decidere?” chiese lei impaziente “Sono tutta anchilosata.”
“ Non mettergli fretta!” la rimbrottò il vecchio “Non è così facile.”
La donna osservava il nuovo venuto che nel frattempo si era accoccolato in un angolo e aveva tirato fuori il suo involto guardandosi intorno con espressione lievemente ansiosa.
Si chiamava Vanni e aveva quasi quarant’anni.
“ …un vero poeta!” ironizzò la donna.
“Si chiamava Luigi e aveva quasi quarant’anni” mi indispettii. “Falla finita, Edna!”
Allontanai la tastiera del computer e mi versai un’altra tazza di caffè.
Io non lo so mica se capita a tutti gli scrittori.
A me capita.
Ho questo problema con i miei personaggi.
Non riesco a controllarli.
Specialmente Edna.
“Mi fa schifo Edna, è un nome da vecchia.”
In fondo non è che avesse tutti i torti, nel racconto precedente faceva la cubista ed era una gran gnocca, ma questo era un romanzo diverso.
Questo era il romanzo della mia vita.
E io ero l’Autore e lei solo un’idea e l’idea era mia e quindi decidevo io.
Credo.
“Scusa, io che ci devo fare con questo mascarpone?” intervenne Vanni, anzi Luigi.
“Be’, tu a un certo punto comincerai a sbocconcellare la tua pagnotta, ma non subito. Prima c’è questa cosa che dobbiamo far emergere: questo conflitto tra la tua atavica fame di povero e l’istintiva solidarietà tra esseri umani accomunati da miseria e solitudine… Non è che puoi darmi il tempo di mettere insieme una frase decente?”
“Per me se lo può pure mangiare tutto” disse Edna, “io non mangio latticini, mi gonfiano.”
Ecco.
E’ così ogni volta: loro si intromettono, discutono, criticano, propongono; a volte impongono.
Gli manca solo un sindacato.
“Veramente ci stiamo organizzando.”
Questa volta aveva parlato il vecchio.
“E dagli con sto’ vecchio! Non per polemizzare, ma sono tre romanzi che faccio il vecchio e qui mi hai rifilato pure il tremito. Io voglio fare il detective. IL D E T E C T I V E!”
“Posso farmi il piercing?” s’illuminò Edna.
Sbuffai.
“No che non puoi farti il piercing se il mio romanzo è ambientato negli anni ’50 e tu sei una donna povera over quaranta che ne dimostra sessanta!”
Una lacrima rotolò sul viso di Edna. Ero stato perfido.
“Che faccio, mangio?” ricominciò Luigi.
Non gli badai.
“Puoi chiamarti Emma, se vuoi” decisi.
Lei tirò su con il naso. “Ok.”
“Se lei può cambiare nome, io posso fare il detective?”
Mi scoppiava la testa.
“Luigi, ti avverto, TU non fiatare. Non nominarlo nemmeno, il mascarpone, perché ci metto poco a trasformare questo racconto in una ricetta. E te in un tacchino. E lo capisci anche da solo che fine farà il mascarpone.”
“Io non ho detto niente” si offese lui.
Stavo perdendo la pazienza.
Stavo perdendo la pazienza perché li amavo.
E li volevo felici.
Ma volevo anche scrivere un vero romanzo, uno di quelli che restano nella memoria, non i miei soliti racconti che facevano sorridere e poi finivano in qualche cassetto, dimenticati.
Non era per i soldi o per la fama. Non soltanto.
Dovevo sapere se ne ero capace.
“A me piacciono i tuoi racconti, sono carini” disse Edna-Emma.
“Carini, già!”
“Carini, sì, che c’è di male? Devi per forza scrivere Anna Karenina? Guarda che io sotto il treno non mi ci butto, sai? Neanche per te!”
“E io non potrei mai chiedertelo” mi sforzai di sorridere.
“Gli anni ’50 non sono male” disse Luigi “magari questa casa diroccata la sistemiamo un po’ e la trasformiamo in un night… Potrei fare il pianista.”
“E io la cantante…”
“…e io allora …”
“Tu farai il vecchio. E mangerai mascarpone.”
Scoppiammo tutti a ridere.
Ora avrei cercato tra i tasti una storia che non volevo più fosse soltanto la mia.
L’uomo apparve dalla notte che era quasi finita, l’acciaio freddo della pistola contro la sua mano.
Nel locale ormai vuoto, puzzo di whisky e di carte truccate. Louis sollevò la testa dal suo pianoforte e impallidì quando incrociò il suo sguardo.
“Continua a suonare.”
I capelli di lei, sciolti sulle spalle nude, erano una macchia di luce contro la parete ammuffita.
Il trucco pesante non riusciva a nascondere i suoi occhi feriti mentre il grassone la trascinava via stringendole il polso.
Il fiore rosso esplose sul suo petto quasi nello stesso attimo in cui si voltò tendendo un’arma.
Quando uno si sveglia, la mattina, non se lo chiede se quello sarà un giorno come tanti.
O se la serie è finita.
Il grassone crepò continuando a non farsi domande.
Ci sarebbe stato tutto il tempo per ritrovare sulle labbra di lei il loro passato.
Adesso non era il momento.
Adesso doveva solo portarla via.
Così sognava, Tano, e intanto pedalava e anche la sua notte, ormai, era quasi finita.
Gli piaceva fare il metronotte che era un po’ come fare il poliziotto.
Entrare al bar al mattino presto per scaldarsi tra quei muri che sapevano di vino sorseggiando il caffè e fermarsi a chiacchierare con Luigi che la notte lavorava anche lui e stringeva i bulloni con le stesse mani che volavano sull’organo alla messa della domenica.
Gli piaceva la sua vita in quella Milano che non era solo nebbia come dicevano in tanti al paese.
Ma soprattutto gli piaceva Emma.
Tanto, tanto.
Emma che quando si appoggiava alla ringhiera le si vedevano le gambe in controluce.
E lui si sentiva fremere e il calore gli saliva fino alle orecchie.
Com’erano belle le ragazze in quegli anni ’50, con le onde nei capelli e le labbra rosse!
Con i golfini stretti e quelle gonne che quando camminavano sui tacchi alti gli veniva in mente il panettone anche se non era Natale.
Ma Emma era la più bella di tutte e ogni notte, durante il suo giro, lui fantasticava di essere lì per proteggerla, come Bogart nei film americani.
Emma che la sera prima, nella casa diroccata vicino alla chiesa, aveva apparecchiato una vecchia panca sghemba e ci aveva messo due mezze candele e poi lo aveva guidato tenendogli le mani sugli occhi.
Emma che rideva, rossa in viso, perché non era abituata al sapore piccante della soppressata e ai pomodori secchi e al vino.
Emma.
Che non rideva più dentro quel bacio al mascarpone, sconvolta da quel suo amore già arreso all’amore di lui.
Almeno era un inizio.
Spensi la luce.
Buonanotte Emma, buonanotte Luigi.
Buonanotte, Bogey.
——————————————————————————————-
Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi essere sempre aggiornato,
inviando una semplice e-mail puoi iscriverti gratuitamente alla
NEWSLETTER DELLA GUIDA DI LETTERATURA GASTRONOMICA.

Loredana Limone








