Mummji, mamma indiana

In India il cibo più di qualsiasi altra cosa veniva utilizzato per dimostrare affetto, ma anche per negarlo, racconta una madre indiana alla figlia americana.

In America alcune famiglie si presentano così: mamma e papà yuppie immigrati; i loro figli, vestiti e pettinati all’ultima moda americana; la nonna, con i capelli argentati raccolti in una crocchia, un grande bindi rosso sulla fronte, un cappotto sopra il sari e le scarpe da ginnastica ai piedi.

Del passaggio dall’India all’America e di amicizie cementatesi in seguito a ciò, narra Monica Pradhan nel suo romanzo I segreti delle spose indiane (Newton Compton Editori), nel quale dà vita a sei figure di donna: tre madri e tre figlie, e costruisce, attraverso le loro vicende quotidiane, un ponte imperituro, di gustosa affettività al sapore di cannella, curry e altre variegate spezie.

Meenal, Saroj e Uma hanno dai 60 ai 70 anni, sono emigrate in America negli anni Sessanta, traumatizzate dalle conseguenze della secessione e perché i loro mariti – laureati in medicina o ingegneria (le sole carriere che il governo statunitense permetteva a chi proveniva dall’India) – potessero lavorare e mantenere anche la famiglia d’origine. In America hanno evitato di vivere una vita sotto l’occhio vigile di una suocera, in cui servire interminabili tazze di tè, rimasticare fino alla nausea argomenti quali la difficoltà di trovare bravi domestici o il decadimento della società a causa dell’Occidente, stare in cucina scalza e incinta di figli maschi, obbedire al marito e ai parenti, digiunare e pregare perché il marito vivesse a lungo e godesse di buona salute.
In America si sono conosciute e hanno stretto un’amicizia che le ha portate, insieme, a tener vive le loro tradizioni con riunioni familiari che le loro figlie – nate negli Stati Uniti - da bambine definivano “Circolo Hindi-Bindi” (N.d.G.: il titolo originale del libro è “The Hindi-Bindi Club”).
Tra loro parlano un inglese condito da una dose di indù a piacere, e ritengono che il compito di una madre sia trasmettere la sua saggezza prima di morire.

Kiran, Preity e Rani sono le figlie, rispettivamente ingegnere aerospaziale, manager in carriera e medico. Hanno una vita ben diversa da quella che avrebbero avuto se fossero nate in India; sono donne forti e indipendenti, anticonformiste e libere pensatrici, eppure non riescono a non sentirsi in colpa se disobbediscono ai loro genitori.
Nonostante siano adulte, chi con figli, chi divorziata, chi al giro di boa, hanno dentro ben radicate le loro radici e la terra dei loro avi, e tutte e tre sanno di dover passare attraverso il loro passato nel senso più ampio del termine per vivere il futuro che le aspetta.
A riprova di ciò, Kiran decide che il suo secondo matrimonio sarà combinato, proprio secondo le vecchie usanze indiane.
Nessuno più della sua mamma: mummyij (in hindi, dove il suffisso ji denota rispetto) può aiutarla e a lei si rivolge mentre preparano il kheer, un dolce per i giorni festivi (solo una delle tante ricette di questo gustoso libro: quasi piccole pietre miliari messe a segnare la progressione della vita), investigando, come non ha mai fatto prima, sul suo passato, sulla sua vita, sulla sua storia.
La storia dell’India.
Quella i cui temi profondi e toccanti i libri di storia non dicono, ma che è bellissima da leggere nel linguaggio lieve e moderno, farcito con divertente ironia, di questo romanzo dal felicissimo esordio.

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