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Ciccia e amore

Allo scorso incontro di Sapori letterari a Pioltello, l’input era Maj Britt: personaggio, minore però intrigante, che avevo estrapolato da “Simon”, un romanzo di Marianne Fredriksson. Ecco come l’ha vista Maria Liverani, di cui abbiamo già assaporato il racconto “Qualcosa di buono” (al quale vi rimando tramite il link correlato), e cosa ci ha costruito intorno.

Il babbo non l’aveva mai conosciuto, la mamma l’aveva lasciato troppo presto, stremata da una vita di stenti e solitudine: prima di morire gli aveva fatto promettere di essere sempre buono e di ubbidire agli zii.
Jack aveva mantenuto la promessa. Ma a vent’anni non gli bastavano più le giornate passate nei campi con lo zio e le serate nella casa calda, profumata dal minestrone e dal pane che la zia cuoceva tutti i giorni. Certo, guidare il trattore all’inizio era stato anche divertente; era una soddisfazione affiancarsi e poi passo passo subentrare allo zio in mansioni sempre più impegnative e difficili, diventare responsabile, prendere decisioni. E poi, la sera, sedersi a tavola e cogliere, dietro il vapore che saliva dal piatto di minestra, lo sguardo affettuoso e compiaciuto della zia; e atteggiarsi a uomo, fiero di quel po’ di baffetti biondi ottenuti a forza di rasoio.
Però, però… da qualche tempo un’uggia, un’inquietudine lo tormentava. Anche fuori casa, gli incontri con i soliti amici lo annoiavano; cominciavano a infastidirlo le spalle magre, le guance lentigginose, le occhiate non più limpide e ammirate di Mary, che alla fine aveva scelto un altro ragazzo. Sembrava che tutti ormai da lui si aspettassero… nient’altro, niente di più: presente e futuro già scritti, solidi e sicuri.
Così a vent’anni Jack lasciò tutto e tutti e andò in città, dove trovò un lavoro da operaio faticoso e mal pagato, un buco di stanza disadorna a un affitto esagerato e lei.
Lei apparve una sera, in veste di nuova cameriera, nel fumoso bar in cui Jack consumava le sue miserabili solitarie cene. La castigata uniforme - camicia bianca abbottonata, gilet nero, gonna nera - a stento conteneva la la pienezza esorbitante delle sue rotondità.
Lei si chiamava Maj-Britt ed era quel genere di donna che trabocca da tutti gli argini, come la pasta di pane messa a lievitare, se si è stati avari di farina e prodighi di lievito: opulenta, cremosa, abbondante.
Lei, chiara di pelle e di chioma nella luce scarsa del bar, spargeva inconsapevole un effluvio composito, dove riconoscevi lo spigo del corredo piegato nella cassapanca e insieme il panetto chiuso a lievitare nella madia. Quel profumo, più dell’opulenza delle forme, attrasse Jack come un sentore di casa, di infanzia remota ma non perduta, di braccia amorose, di fresche, ruvide lenzuola accoglienti.
Rapido lo svolgersi degli sguardi, dei primi appuntamenti, dei primi timidi baci; in breve li unì una storia comune di solitudine e povertà, il bisogno di dare e ricevere affetto, protezione e passione. Jack lasciò la stanza-buco per trasferirsi nel localino pulito di Maj-Britt e si lasciò coccolare, vestire, nutrire.
Non c’era neanche la vasca da bagno, ma ogni sera nella tinozza fumante lei versava un’essenza che lo ubriacava: nudo, immacolato e profumato passava direttamente dal bagno all’abbraccio di lei e si perdeva. Jack amava la stretta morbida, ricca e avvolgente delle sue cosce, tenero marzapane dall’aroma mandorlato. Dopo l’amore affondava il naso nell’incavo tra seno e ascella e si addormentava quieto aspirando quel rassicurante odorino un po’ acido.
Lei lo viziava troppo: come un tiramisù cedevole ed energetico si concedeva - un assaggio appena - per poi rianimare e appagare il desiderio di lui fino alla sazietà.
Illanguidito e felice indossava freschi abiti ben lavati e si accingeva al rito quotidiano della cena: non più minestrone, non più immondi hamburger o infide omelettes, ma un trionfo di ricette ogni sera diverse: un piatto solo, ma mirabilmente preparato e presentato, in cui ogni ingrediente, ogni forma, ogni particolare diceva “Ti amo” e prometteva rinnovati piaceri per la notte: le melanzane intrise di sugo erano i baci lunghi e succosi, la tenerezza dell’arrosto era il cedere dolce dei vasti glutei alla pressione delle mani ruvide, la panna appena zuccherata leccata via dalle meringhe bianche e leggere era lo sprofondare nelle vanigliate abbondanze dei suoi seni bianchi che delicatamente lui gustava e presto, forse, labbra di bimbo avrebbero lambito.

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Commenti dei lettori

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  • carmilla

    26 Dec 2009 - 12:37 - #1
    0 punti
    Up Down

    Molto, molto carino e sensuale.
    Ci si aspetta un seguito, no?