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Cibo: nutrimento dell'anima

Un interessante articolo di Michele Allegri, l'autore di "Io sono ciò che mangio", il libro pubblicato dalla casa editrice Italianova, di cui abbiamo parlato nell'articolo "Feuerbach: la prova del nove" (cui vi rimando tramite il link correlato).


Oggi, per noi uomini, figli della tecnologia, del computer e della vita frenetica, alimentarsi è solo un atto meccanico, senza più alcun valore spirituale, esoterico e magico, come, invece, aveva presso i popoli del passato. Con questo gesto quotidiano, un tempo, tutti i popoli della Terra si sentivano in comunione con le forze della natura. Spesso rappresentava il segno distintivo che legava tra di loro gli uomini di una data comunità o etnia.
Il valore spirituale, esoterico e magico del cibo è evidente in moltissimi miti, leggende, testi sacri e filosofici di tutto il mondo. Faccio alcuni esempi. In alcuni passi del Vangelo di Matteo, di Marco, di Giovanni e di Luca, Gesù mostra di apprezzare momenti conviviali attorno ad una tavola imbandita. Partecipa alle nozze di Canaan, alla Pasqua e alla feste delle capanne. Spesso e volentieri Gesù sceglie quei particolari momenti per insegnare la sua dottrina. Gesù attribuisce al cibo un significato profondo, ben diverso dal semplice nutrimento. Infatti dice “cercate di procurarvi non il cibo che perisce, ma il cibo che dura per la vita eterna”.
Rimanendo in ambito ebraico-cristiano, non possiamo non ricordare l’episodio della manna che cade dal cielo e che nutre il popolo d’Israele dopo la fuga dall’Egitto. Secondo il racconto biblico, la manna scese sul monte Sinai e si riteneva che fosse stata prodotta dagli angeli dell’ordine delle Chayyot con le macine celesti.
Sempre presso gli ebrei, la Kasherut descrive l’insieme delle norme alimentari definendo ciò che si può mangiare e ciò che non deve essere mangiato. Per esempio, tra gli animali dei quali non ci si può nutrire ci sono: il cammello, la lepre, l’irace e il maiale. Gli animali che, invece, si possono mangiare si riconosco da tre caratteristiche: piede biforcuto, unghia spaccata, esseri ruminanti.
Nel Corano, il libro sacro per i mussulmani, il terzo verso della Sura della Mensa imbandita vieta la contaminazione del maiale perché è un animale impuro.
Se andiamo alle radici del monoteismo, merita un discorso a parte il sacro Libro della Genesi in cui si narra come “Dio impiantò un giardino in Eden a Oriente” dove pose l’uomo. In mezzo al giardino, Dio piantò “l’albero della conoscenza del bene e del male”. Dio lasciò l’uomo libero di nutrirsi come voleva ma gli ordinò di non mangiare i frutti di quell’albero perché ne sarebbe morto. In realtà, come il Serpente confidò ad Eva, prima sposa di Adamo, il frutto di quell’albero, la mela, non poteva ucciderli. Adamo ed Eva mangiarono la mela e così diventarono sapienti. Non ebbero il tempo, però, di mangiare il frutto dell’albero dell’immortalità, perché furono scacciati dal paradiso terrestre. Cibo e immortalità sembrano essere ben legati anche nella letteratura del Graal dove questo oggetto sacro e soprannaturale spesso è rappresentato come una coppa o un piatto in cui compaiono, magicamente, tutti i cibi prelibati che si conoscono sulla Terra.
Il concetto di Graal nasce in ambito pagano. Infatti, nella letteratura scozzese, gallese e bretone, gli eroi avevano la possibilità di rinascere all’interno di ampi calderoni. La coppa del Graal, infatti, altro non è che una rappresentazione in miniatura del calderone dei celti, uno strumento di cucina che era usato dai druidi per preparare pozione magiche in grado di donare potenza e forza ai soldati galli. Inoltre, il Graal della letteratura medievale cristiana ha gli stessi poteri del corno dell’abbondanza delle religioni pagane scandinave.
Nella Roma pagana, il Flamen Dalis era il sacerdote di Giove il quale non poteva mangiare carne né nominare alcuni vegetali durante la celebrazione del matrimonio sacro. Nel mondo greco, la cura e l’interesse per l’alimentazione erano molto diffusi. Si pensi al mitico cibo o bevanda degli dei, l’ambrosia che, in greco, significa immortale. Stessa cosa vale per l’Amrita, la bevanda che rende immortali gli dei della tradizione induista nella cui religione le mucche sono ritenute sacre tanto che, ancora oggi, ne è vietata la macellazione.
Nell’antico Egitto, ai faraoni era consentito mangiare solo carne di vitello e di oca. Gli egizi abborivano il maiale come animale immondo. Ai porcari era persino vietato l’ingresso ai templi e a nessuno era consentito sposare un porcaro o la sua prole.
Presso molte culture, invece, è possibile trovare alimenti che sono definiti “cibo degli dei”, come il cacao presso i popoli dell’America centrale. La stessa definizione usata per il cacao come cibo caro agli dei, la troviamo anche in Cina dove, anticamente, quel popolo lo considerava l’albero delle sette virtù, perché possiede una lunga vita, fa una grande ombra, non ha nidi tra i rami e soprattutto non ha tarli.
Un’ultima considerazione sul cibo. Oggi il legame tra nutrimento spirituale e materiale è venuto meno col calare del sentimento religioso e la perdita del senso della Tradizione culinaria. Sarà un caso ma più ci si allontana dalla tradizione, più il cibo ci fa ammalare. L’occidente opulento è ammalato di obesità, di glicemia alta, di malattie cardiovascolari e di cancro, questo perché il cibo è contaminato e l’uomo non consoce più i suoi ritmi biologici e circadiani. La vera sfida della modernità è tornare a riscoprire le tradizioni ed imparare, come facevano gli antichi, a conoscere il proprio corpo e i suoi ritmi naturali. La nutrizione non deve essere considerata solo un procedimento meccanicistico e banale. Deve tornare ad essere qualcosa di sacro, qualcosa legato all’alchimia della digestione, perché, come diceva il filosofo Bacone, a proposito delle conoscenze di chi ci ha preceduto, “Noi moderni siamo dei nani sulle spalle di giganti!”.

 
Il dipinto in alto è opera del pittore trentino Alessandro Debiasi

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