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Focaccia alla salvia

Questo fragrante racconto è stato scritto da un'affezionata lettrice: Elena Taraboletti. Nata e cresciuta a Milano, città che ama moltissimo, da una decina di anni si è trasferita a Cernusco sul Naviglio, dove cerca di conciliare allegramente una famiglia numerosa, un marito e tre figlie, un lavoro e la sua grande passione: scrivere.


Lo sapevo.
La chiave è sempre lì, al solito posto.
La mia mano non ha neppure bisogno di essere guidata, è un gesto istintivo, sa già. La terza pietra sulla sinistra.
La mia mente, invece, reprime a stento un moto di delusione. Ma tanto sapevo, sapevo che tu non potevi essere qui, che non ci saresti stato. Eppure… una sottile speranza (vana illusione).
Infilo la chiave e apro la porta.
La casa è scura, e sa di freddo e di chiuso, di legno e di cera.
Ma è Casa: sono arrivata.
Sospesa tra le montagne e il mare, tra la terra e il cielo, tra la realtà e la fantasia, tra la pioggia e l’arcobaleno, tra il presente e il passato… sospesa… tra te e me.
Apro le persiane e la luce del sole inonda la grande sala, dove i mobili giacciono immobili, fantasmi coperti da vecchie lenzuola. Per non patire il passare del tempo. Entro nella veranda e tiro le tende di cotone spesso, grezzo, polverose. Apro la vetrata ed esco in giardino.
Abituata alla cappa cittadina, la luce mi colpisce come uno spillo, pungente ferita agli occhi. Non sono abituata all’aria tersa, al sole, e mi viene la pelle d’oca prima di arrendermi al suo tepore. Talpa di città, respiro a pieni a polmoni l’aria pura e frizzante e mi sento quasi svenire, prima di scoprirmi euforica.
Giro l’angolo e arrivo nell’orto. E’ primavera ed è spoglio e brullo, nell’aria solo l’odore di terra smossa. Quanto è buono il profumo della terra, così come è oggi, bagnata dalla pioggia e appena scaldata dal sole. Eppure, mi basta chiudere gli occhi per essere colpita da un sentore d’estate. Un caratteristico miscuglio di erba, di rose, di legno, di muschio e di fragole e, soprattutto, di timo, salvia, menta ed erba cipollina.
Chiudo gli occhi.
Mi viene voglia di cucinare.
Qualcosa che mi riporti ai sapori e agli odori dell’estate.
Cucinare, in fondo, è un’arte.
E’ creatività e poesia.
E’ alchimia. E’ sapienza e tradizione.
E’ cultura e passione; è Amore.

Focaccia alla salvia.
Preparo gli ingredienti, non ho nemmeno più bisogno di pesarli.

Olio. Fluido antico.
Olio con sapiente arte spremuto
dal puro frutto degli annosi olivi,
che cantan - pace!

(G. D’Annunzio)

Salvia, frutto del mio orto e della terra e del sole.

Acqua di fonte.
Pura e fresca acqua zampillante, che
nelle notti d’argento
mormora una canzone
o ridice col vento
le novelle più buone.

(T. Stagni)

Lievito di birra, potente e vitale.

Farina. L’essenzialità.

Sale. Il più minuscolo degli ingredienti, soltanto un piccolo pizzico, eppure talmente indispensabile che la sua mancanza compromette tutto.

Ingredienti destinati a fondersi insieme.
Per ora sono solo un grumo appicicaticcio che va lavorato a lungo. Con forza, con decisione, con amore, con precisione e gesti abili.
E impastare…
E’ recuperare antichi gesti e tradizioni, tramandati di generazione in generazione; il ricordo della Mariuccia che mi ha insegnato la ricetta e, con molta, molta, molta pazienza anche a tradurla in qualcosa di commestibile (il più delle volte, almeno). Ma ci nascondevi sempre qualche ingrediente segreto - vero? - perchè dovevi essere sempre tu la migliore… e lo eri e lo saresti stata comunque.
E’ ascoltare l’eco delle mie sorelle, delle “chiacchiere da cucina”, tra queste pareti che hanno ascoltato tutti i nostri migliori e peggiori segreti, i nostri sfoghi e le nostre follie, la stanza dove ho imparato tutto sulle parolacce e sull’amore e sulla vita, prima di sperimentarle di persona…
E’ anche fare all’amore… mi concentro sulle mie mani, abili, delicate e decise nel contatto squisitamente fisico con la pasta. Affondano, accarezzano, pizzicano, battono, ora leggere, ora con forza (tra candidi sbuffi di farina… la pasta sei tu, ora e il momento dopo sono io la pasta e tu le mani che affondano e accarezzano leggere e con forza, e sempre con amore… “gioia primitiva di saperti viva”).
E’ l’entusiasmo dei nostri bambini, da stropicciare di coccole come faccio ora con la pasta, solo per ascoltare la loro risata senza pensieri, e il gusto di vederne la concentrazione intensa mentre anche loro impastano, la punta della lingua che spunta dalle labbra, il viso teso dallo sforzo e, alla fine, il sorriso di soddisfazione per esserci riusciti…
E’ l’istinto, primordiale e selvaggio, di sfamare i propri cari…
La pasta è pronta.
Morbida ed elastica.
Ma non è finita.
Ci vuole pazienza, occorre saper aspettare.
Senza fretta.
Due ore di lievitazione lenta, al tepore del forno appena appena accennato.
Poi si stende la pasta nella teglia.
Si cosparge di olio, si bucherella con i polpastrelli, ogni buchino riempito di olio e di sale grosso.
Si inforna.
Si aspetta ancora.
Il profumo che si sprigiona in cucina e per tutta la casa ne anticipa il gusto.
E’ pronta.
Domani mattina, a colazione, caffelatte e focaccia alla salvia.
Sapore di estate.
Sapore del mio orto.
Sapore di gesti antichi.
Sapore di risate.
Sapore di pazienza e del non avere fretta
Sapore di gesti abili e accorti.
Sapore d’amore.

Riapro gli occhi e sono di nuovo nell’orto.
Il sole ora è coperto dalle nuvole e un brivido di freddo mi assale.
Sulla pelle e nel cuore.
E’ già ora di andare.
Rientro in casa, chiudo le imposte.
La chiave adesso è ancora lì, al solito posto.
Tu non ci sei.
Ed io vado via.

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